
Panadas di Cuglieri – Veronica Matta nel laboratorio “Le Dolci Note” di Sonia Angotzi
di VERONICA MATTA
Una parola può custodire un patrimonio. Per questo, quando si parla di gastronomia sarda, il nome di una preparazione non è un dettaglio: è parte della sua storia. Cambiarlo, italianizzarlo o sostituirlo con una forma estranea alla tradizione significa rischiare di cambiare anche il modo in cui quella tradizione viene percepita e trasmessa. Per questo occorre dirlo con chiarezza: in sardo è panada al singolare, panadas al plurale. “Panadine” è un adattamento italiano che non appartiene alla denominazione tradizionale. E non è nemmeno necessariamente un innocuo diminutivo: spesso, dietro una “panadina”, non c’è più una panada, ma un prodotto ridotto, reinterpretato, commercializzato e infine rinominato.
Il fenomeno non riguarda soltanto la panada. È lo stesso problema che incontriamo quando fregula diventa “fregola”, seadas viene trattato come seada senza rispettarne la morfologia, o pardulas viene trasformato in “pardule”. Non è una guerra contro l’italiano. È una questione di precisione linguistica e di rispetto antropologico.
Una lingua non è un ornamento da aggiungere a un prodotto per renderlo più “tipico”. È il sistema attraverso cui una comunità nomina il proprio mondo. E quando si racconta il patrimonio gastronomico della Sardegna, italianizzare le parole e poi chiamarle tradizionali significa falsare, anche linguisticamente, quel patrimonio.
La panada non ha bisogno di essere resa più italiana per essere capita. Ha bisogno di essere chiamata con il suo nome. Panada. Panadas. Perché anche una parola, prima di diventare un prodotto da vendere, è memoria.
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