
di GIANRAIMONDO FARINA
Quando scrivi di Ottana, in Sardegna, tocchi dei “nervi” sensibili dell’economia isolana. In cui si “innesta” tutto: storia, tradizione, lotte operaie, sviluppo economico, industria, fallimento, rinascita, bonifica, speranza. Ottana, in Sardegna, dal punto di vista storico economico é tutte queste parole messe assieme. Ognuna la spiega, tutte la sintetizzano. Ora, ultimamente, a queste parole ne aggiungiamo un’altra: disastro.
Questo paese ex industriale. emblema della Sardegna centrale, da tempo è al centro di un disastro che pochi organi di stampa hanno denunciato. Lo ha fatto qualche giorno fa il “Presidio Permanente del Popolo Sardo”, con un proprio nella ex zona industriale. Nei pressi della Enichem e del famoso “pallone di accumulo di CO2”, che svetta e domina da oltre cinquant’anni nella Media Valle del Tirso. Testimone silenzioso di una rivoluzione industriale della Sardegna centrale prima sognata, poi abortita e, infine, fallita. Dietro, vi è una distesa di pannelli solari della multinazionale e banca d’affari americana “J. P. Morgan”. Quello che le TV, locali e di Stato, non vogliono vedere. Ma che gli ottanesi ed i cittadini sardi del Marghine, del Goceano e delle Barbagie, ormai, vedono da tempo e vi si sono assuefatti. Quello, poi, che i media non vogliono ulteriormente far vedere o denunciare è che questa distesa di pannelli fotovoltaici è stata interessata da un vasto incendio qualche giorno fa. Stando alla denuncia del “Presidio” siamo nel bel mezzo del “dramma” in cui “stanno trasformando la Sardegna”. Con la zona di Ottana, dopo cinquant’anni, nuovamente al centro di una “metamorfosi” storico- economica, sociale ed ambientale. Quest’area é stata nuovamente definita “sito idoneo”. Ma idoneo per cosa? Idoneo alla devastazione? A trasformare la Media Valle del Tirso in una distesa di silicio e per di più bruciato? Il giorno dell’incendio, partito da Noragugume ed arrivato ad Ottana nell’ ex area industriale, si è vista un’immagine a dir poco “apocalittica”, non molto risaltata dai canali d’ informazione. Si sono visti i pannelli fotovoltaici bruciare. Si è visto, in sostanza, “bruciare” il futuro della Sardegna centrale. Una vasta area di pannelli interessata da un incendio di vaste dimensioni non può essere il futuro dell’isola. E non può esserlo ad Ottana. Che non è un luogo qualunque. Non può e non potrà mai esserlo in Sardegna. Ottana è, in sostanza, la dimostrazione di come le scelte politiche dei decenni passati abbiano, di fatto, prodotto un “deserto industriale”. Alimentando una prima speranza di occupazione, poi vanificatasi. Da questo “deserto industriale”, ora si vorrebbe passare ad un “cimitero industriale”. Il “Presidio Sardo” è ancora più preciso nel suo J’ accuse che, alla fine, non é altro che un documentato cahiers de doleance: “Hanno riversato ettari ed ettari di silicio che, attraverso l’incendio, sono andati distrutti, creando un odore di plastica e di bruciato”. Essenze che non sono salutari e distesa di sostanze tossiche che va a ricoprire tutto il territorio. Un luogo, nei secoli precedenti, definito il “granaio della Sardegna”, ora divenuto la “distesa della morte”, un “non luogo”. La natura si stava riprendendo dal precedente “maltrattamento” di una fabbrica che, però, allora, era anche un grande sollievo economico per le famiglie. La campagna si stava riprendendo i suoi spazi, stava risorgendo. Ora, nuovamente, la “morte”. L’aspetto centrale di questo “passaggio” è che Ottana, nel giro di pochi decenni, sia diventata un po’ la “chiave di volta” metaforica di quasi tutte le narrazioni dei fallimenti industriali sardi. Da quando, ormai da oltre cinquant’anni fa, si vedevano migliaia e migliaia di lavoratori sardi, di cui molti di loro “emigrati di ritorno”, varcare speranzosi i cancelli di quel “sogno” chiamato “fabbrica”. Creando, di fatto, e nonostante tutto, un’economia ed un “cambio culturale”. Al di là del fatto che l’industria fosse stata ad Ottana, nel centro Sardegna, e non nelle aree portuali, senza aggravi nei trasporti.
Finita l’epoca industriale, si sarebbero aspettate le bonifiche e la riqualificazione. Con la speranza, vana, che i terreni tornassero ab origine, ai pastori, che ne sono stati i “custodi millenari”. Oggi, purtroppo, Ottana non è questo. Non vi è stato, non vi è e non vi sarà alcun tipo di riscontro economico. E scriviamo, per la precisione, di un progetto fotovoltaico fatto ad Ottana, Sardegna centrale, da una multinazionale americana, la J. P Morgan citata, “asseribile” ad uno dei quattro fondi di investimento più grandi e potenti del mondo. Non quisquilie.
In sostanza, sembra che stiano decidendo, in una nuova politica colonizzatrice, per i sardi e per gli altri popoli. Si sta deliberando una morte economica, sociale e culturale.
E non è questa manco la strada che può portare all’ indipendenza energetica della Sardegna, accompagnata da alcun “ribaltamento” della negativa curva demografica isolana.
Da Ottana, poi, lo “sguardo lungo” delle “devastazioni sarde” arriva anche a Selargius, con il Thyrrenian link e quello che è stato fatto alle porte di Cagliari. E la prospettiva di risentire questo odore e di rivedere questo tipo di panorami apocalittici in tutta la Sardegna ritorna, quanto mai, vivo, drammatico e di stringente attualità. E’ un panorama non unico, purtroppo, in Sardegna. Panorami che, a detta dei resistenti, non sono altro che l’esempio di chi “viene in Sardegna con le tasche piene di soldi per ottenere ciò che vuole”. E questo avviene con spregiudicatezza. E, purtroppo, con certa complicità sarda. In un contesto del genere non può esserci certamente futuro. E questo non potrà mai essere il futuro dell’industria e della Sardegna. Per capire la devastazione portata dal fotovoltaico e dai parametri dell’Agenda 2030 da rispettare, basta andare ad Ottana, diventata da tempo “zona di morte”. Questa, in termini tecnici, è l’emblema della spregiudicatezza di chi ha capito, purtroppo a danno dei sardi, che con i soldi si può tutto. Una sorta di “nuova colonizzazione”. Nel silenzio delle istituzioni.
A questo punto, una domanda, da storici economici, dobbiamo farcela: quale può essere il futuro dell’industria e della Sardegna? Certo, guardando ad Ottana, a quello che é stato ed ha rappresentato quest’area, ed al dramma che sta rivivendo, dopo un periodo di renaissance, il futuro economico sardo non può essere legato a questo scenario. Poco ma sicuro. Il risultato di questa nuova e non disciplinata transizione energetica lo si vede quotidianamente in Sardegna e, soprattutto, in questa valle. Transizione che, non regolata, non arrecherà alcun beneficio. In Sardegna si continuano a pagare le bollette più care di tutta Italia. Accompagnate da nuova devastazione e speculazione, che consegnerà la terra a queste, ricordate multinazionali. “Non ci sono aree idonee”, è da sempre il monito della “nuova costante resistenziale sarda”, fatta propria, “sulla carta”, persino dalla Regione Sardegna con la “legge Pratobello”. Nel concreto, però, quello che si vede ad Ottana, è il risultato drammatico e reale di “queste aree idonee”.
Il messaggio, quindi, che nasce spontaneo è quello, comunque, di “non lasciare la speranza”. E la Scuola e le Università sarde chiamate ad essere agenzie educative, in primis, devono tenere alto il “campanello d’allarme”. La natura va vista e difesa non solo in modo antropocentrico ma, come definito da Papa Francesco, nella sua interezza di “ecologia”, ossia “casa”, casa nostra, di tutti. Dove è “casa” ogni animale, ogni pianta, ogni alito di vento, ogni fiammella. E dove gli occhi dei quasi cinque milioni di turisti che vengono e che affollano le coste con immagini “patinate” della Sardegna, possano vedere anche, e soprattutto, il dramma che stanno vivendo le zone interne dell’isola e che, invece, i sardi e gli emigrati, purtroppo, vedono. Ottana, su tutti, polo industriale abbandonato, senza economia, ora area sfruttata, con speculazione, come “hub energetico”. Laddove, purtroppo, agricoltura e pastorizia non torneranno più.
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