‘ITALIANI CINCALI’ DI MARIO PERROTTA: L’EMIGRAZIONE ITALIANA ED IL PARALLETO CON LA SARDEGNA AL NURARCHEO FESTIVAL

“Italiani Cìncali” di Mario Perrotta, in scena il 29 luglio 2026 a Villanovaforru per il Nurarcheo festival, non è solo un capolavoro del teatro di narrazione. È uno specchio deformante che costringe l’Italia contemporanea a guardare il proprio passato per decifrare il proprio presente. Lo spettacolo rievoca l’epopea dolorosa dei minatori italiani in Belgio nel secondo dopoguerra. Perrotta dà voce a quei “cìncali” (da cinque in tedesco, termine dispregiativo usato per gli italiani). Erano corpi barattati dallo Stato italiano in cambio di sacchi di carbone.La forza drammaturgica del testo risiede nella sua spietata attualità. Ieri eravamo noi i “clandestini” indesiderati, ammassati in baracche insalubri e visti come vettori di degrado. Oggi la stessa narrazione tossica viene applicata ai migranti che tentano di raggiungere l’Europa. 

I minatori italiani venivano marchiati e selezionati in base alla robustezza fisica. Oggi, i migranti economici o i richiedenti asilo subiscono processi di categorizzazione burocratica altrettanto violenti. Vengono privati della loro identità di individui.

Perrotta racconta i treni sigillati e i respingimenti. Questo scenario si riflette drammaticamente nella situazione spagnola attuale. Si pensi alle tragedie cicliche lungo le rotte delle Canarie o ai confini militarizzati di Ceuta e Melilla. Lì l’Europa esternalizza le proprie frontiere, trasformando il diritto d’asilo in una trappola mortale.

Lo spettacolo smaschera implicitamente le derive politiche odierne, come la linea sovranista del governo Meloni. La propaganda che invoca la “chiusura dei confini” e il blocco navale ignora la storia profonda del nostro Paese. Chiudere i confini significa dimenticare che l’Italia è stata costruita sulle rimesse e sui sacrifici dei propri emigrati.

Questo parallelismo storico trova un riscontro perfetto nella storia migratoria dei sardi nel mondo. Interi paesi dell’entroterra isolano si sono svuotati nel corso del Novecento. I sardi sono partiti verso le miniere del Nord Europa, le fabbriche del triangolo industriale o le terre lontane dell’Argentina e dell’Australia.Anche i migranti sardi hanno vissuto lo stigma dell’alterità, l’isolamento linguistico e la nostalgia opprimente. La Sardegna conosce fin troppo bene il peso dell’abbandono e la necessità viscerale dell’accoglienza.

Per comprendere come sanare questa frattura tra passato e presente, un esempio virtuoso arriva dalla Festa dell’Emigrato di Villanovaforru. Questo evento non è una semplice operazione di nostalgia. È il simbolo di una “comunità estesa” che mantiene vivi i legami con chi è partito, trasformando il paese in un laboratorio di memoria attiva.Tuttavia, la vera sfida culturale e politica risiede nella capacità di far dialogare queste comunità d’origine con le nuove realtà dell’accoglienza. Territori come la Sardegna ospitano centri di transito e di prima accoglienza per i migranti di oggi: le comunità che celebrano i propri emigrati devono aprirsi ai nuovi arrivati; i centri di transito non devono essere percepiti come corpi estranei o minacce. 

Villanovaforru dimostra che l’identità non è un recinto chiuso, ma un processo in continua evoluzione.

La recensione di “Italiani Cìncali” non può quindi limitarsi all’applauso estetico. Lo spettacolo di Perrotta è un atto d’accusa politico che sostiene con forza la necessità dell’integrazione.

Non esiste una differenza antropologica tra il minatore abruzzese o sardo a Marcinelle nel 1956 e il bracciante agricolo subalterno nelle campagne italiane oggi. L’unica vera differenza sta nella nostra capacità di ricordare. Finché la politica continuerà a erigere muri e a criminalizzare la solidarietà, spettacoli come questo rimarranno ferite aperte nel fianco della nostra coscienza collettiva.

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