LA “GUERRA” DELLA LINGUA SARDA, VENTICINQUE ANNI DI UN CONFLITTO MAI RISOLTO: INTERVISTA A MASSIMO MADRIGALE SULLE POLITICHE LINGUISTICHE REGIONALI E IL RILANCIO DEL DIBATTITO SUL FUTURO

Massimo Madrigale

Se guardiamo agli ultimi venticinque anni, le “guerre linguistiche” in Sardegna non sono state una sola polemica, ma una successione di confronti tra linguisti, associazioni, scrittori, amministratori e movimenti culturali. Quasi tutti ruotano attorno alla stessa domanda: serve una lingua sarda unica oppure è più giusto riconoscere ufficialmente più standard? Dalla Limba Sarda Unificada alla Limba Sarda Comuna, passando per la legge regionale del 2018, il Repertorio grafematico e le recenti polemiche sul nuovo dizionario regionale, il dibattito non si è mai realmente chiuso. A oltre vent’anni dall’avvio del percorso di standardizzazione, qual è il bilancio? Ne parliamo con Massimo Madrigale, presidente di Acadèmia de su Sardu.

Nel 2001 la Regione promosse la Limba Sarda Unificada (LSU) come primo tentativo di creare uno standard linguistico. Il progetto fu però fortemente contestato e non venne mai realmente adottato. Cinque anni dopo arrivò la Limba Sarda Comuna (LSC), pensata come strumento per gli usi istituzionali e amministrativi, ma anch’essa ha continuato a suscitare critiche e divisioni.

A suo giudizio, quali sono stati gli errori che hanno impedito a questi progetti di ottenere un consenso condiviso? È stato un problema linguistico, politico o di metodo? Ai tempi dell’esperimento LSU, la Regione avrebbe dovuto attenersi strettamente alle leggi allora in vigore, ovvero: la legge dello Stato n. 482/1999, che all’articolo 5 esige il rispetto delle varietà storiche della lingua sarda, e la legge regionale n. 26/1997, che imponeva il rispetto di tutte le varietà del sardo. Lo standard LSU era di fatto il sardo logudorese e i sardi della metà meridionale della Sardegna non lo avrebbero mai accettato, perché ne sarebbe derivata la totale eliminazione del sardo campidanese dagli usi ufficiali. Fu la levata di scudi di numerosi sindaci dell’area meridionale a impedire di fatto che il sardo logudorese venisse imposto a tutta l’isola. Nel 2006 la Regione ha voluto perseverare nell’errore, avviando la sperimentazione della LSC, uno standard artificiale, ogm linguistico, risultato a tavolino della mescolanza di sardo logudorese, sardo di mesania e qualche piccolissima concessione al sardo campidanese. Gli errori sono sostanzialmente due:

Il mancato rispetto delle due leggi in vigore, quella statale e quella regionale.

L’incapacità di comprendere che uno standard artificiale non serve a ripristinare la trasmissione del sardo da genitori a figli.

Credo quindi che il problema sia innanzitutto politico. La Regione è più interessata ad avere una lingua-tetto artificiale che uno strumento vero, che parta dal basso e che consenta nuovamente l’uso della lingua in qualsiasi contesto. E i politici sono i primi a non rendersi conto di certi errori, dal momento che se ne infischiano altamente di usare il sardo dentro le istituzioni regionali, salvo qualche sporadica eccezione.

Da anni il confronto si concentra anche su un’altra questione: c’è chi ritiene indispensabile uno standard unico per dare forza e riconoscimento al sardo e chi, invece, propone il riconoscimento ufficiale di più standard, corrispondenti alle principali macrovarianti storiche.

Secondo lei esiste oggi una strada percorribile che possa conciliare l’esigenza di una lingua istituzionale con il rispetto delle diverse varietà del sardo? Le rispondo usando le parole del grande linguista Massimo Pittau, il quale affermava che, se lo standard scelto dalla Regione è il logudorese, non verrà accettato dai parlanti della metà meridionale dell’isola; viceversa, se lo standard scelto è il campidanese, verrà rifiutato dai parlanti della metà centro-settentrionale; e, se lo standard scelto è una parlata artificiale, allora sarà rifiutato categoricamente da tutti i parlanti sardi. La strada che io propongo da anni, sia quando ero un semplice attivista per i diritti linguistici, sia oggi in qualità di presidente di Acadèmia de su Sardu APS, è quella del rispetto per i parlanti, per la storia travagliata dell’isola e per la letteratura scritta e orale in lingua sarda. Per questo io e l’associazione della quale sono presidente proponiamo uno standard a due norme per i documenti in uscita dalla pubblica amministrazione e per l’uso nelle scuole, nelle università e nei tribunali: ovvero una norma per il sardo campidanese e una per il sardo logudorese-nuorese. La doppia norma è sostanzialmente il sardo così come descritto dalla letteratura scientifica sarda, italiana e internazionale, ed è il sardo utilizzato in letteratura e nelle gare poetiche estemporanee dai cantadoris/es. Non si tratta di una preferenza soggettiva. La bipartizione tra varietà campidanesi e logudoresi-nuoresi emerge dai dati anche quando si usano metodi puramente quantitativi, come nello studio di Picciau e Cherchi pubblicato dalla nostra associazione, dove l’analisi statistica delle distanze fonetiche indica in due il numero di gruppi in cui i dati si organizzano meglio. Lo stesso studio mostra, con un metodo replicabile e con un programma rilasciato a licenza libera, che una proposta a due norme come Su Sardu Standard produce, in media, forme scritte più vicine a qualunque varietà parlata rispetto al miglior standard a norma unica che si possa costruire. Voglio però essere chiaro su un punto, perché è quello su cui si equivoca più spesso: due norme per gli usi ufficiali non vogliono dire due gabbie per i parlanti. Nessuno deve rinunciare al modo di parlare del proprio paese. Le norme servono per i documenti pubblici, per la scuola e per i tribunali, non per correggere la lingua che si parla in casa. Proprio per questo l’Acadèmia ha pubblicato anche una proposta di ortografia che permette a chiunque di scrivere la propria varietà così come la parla.

La legge regionale n. 22 del 2018 prevedeva l’istituzione della Consulta della lingua sarda, chiamata a elaborare uno standard condiviso. Tuttavia, secondo molte associazioni, questo organismo non è mai diventato pienamente operativo, lasciando aperta una questione centrale della politica linguistica regionale.

Quanto ha pesato questa mancata attuazione? Ritiene che una Consulta realmente rappresentativa potrebbe ancora avere un ruolo decisivo? La Consulta della lingua sarda, prevista dall’articolo 8 della L.R. n. 22/2018, non esiste e non è mai esistita. Questa è, al tempo stesso, una grave inadempienza e una violazione di legge, visto che la legge stessa ne impone la formazione entro i quarantacinque giorni dalla sua entrata in vigore. La Consulta ha compiti e impegni precisi, tra i quali quello di individuare uno standard scritto a partire dagli stessi criteri indicati dalla legge. Sono dell’opinione che non si possa continuare ad andare avanti senza una Consulta. Aggiungo che una Consulta davvero utile dovrebbe essere rappresentativa di tutte le aree linguistiche dell’isola e lavorare su dati verificabili, non su preferenze di scuola. Le associazioni che da anni raccolgono e documentano materiale linguistico, e noi siamo tra queste, avrebbero molto da mettere a disposizione di un organismo di questo tipo.

Negli ultimi anni la Regione ha finanziato sportelli linguistici, editoria, software, progetti digitali e, più recentemente, un dizionario etimologico-fonologico online. Ogni nuovo intervento, però, riaccende il dibattito sull’uso della Limba Sarda Comuna e sulla destinazione delle risorse pubbliche.

Le priorità della politica linguistica regionale sono state quelle giuste oppure sarebbe stato più utile investire maggiormente nella trasmissione della lingua, nella scuola e nelle comunità locali? È giustissimo attivare sportelli linguistici, incentivare l’editoria in lingua sarda e promuovere l’uso di software e strumenti digitali per il sardo. Bisogna però avere sempre in mente quali sono gli obiettivi che si vogliono raggiungere. Se si vuole riattivare la trasmissione intergenerazionale del sardo tra genitori e figli, allora tutto questo non è sufficiente, e continuare a sperimentare all’infinito uno standard linguistico artificiale che non ha dato i risultati sperati rischia, a lungo termine, di essere dannoso. Il problema, quindi, non sono gli strumenti digitali in sé. Noi stessi ne facciamo largo uso: il progetto LemONS, sostenuto dalla Fondazione di Sardegna, è un lemmario online che raccoglie e cataloga le varietà locali del sardo, oltre ventitremila forme attorno a circa settemiladuecento lemmi nei due gruppi di varietà. Non è un’autorità che stabilisce quale parola sia più giusta, e le forme standard che indica non sono necessariamente le più usate in una data zona: serve a chi conosce la propria parlata locale per orientarsi in una scrittura condivisa senza dover rinunciare alla propria varietà. Il problema nasce quando lo strumento pubblico, invece di documentare la lingua nella sua varietà, restituisce solo la metà del quadro perché è costruito su una norma unica. Il caso del romancio unificato in Svizzera dovrebbe averci insegnato qualcosa: decenni di sperimentazione, con ingenti risorse pubbliche investite, senza che si sia invertita la tendenza sulla trasmissione della lingua. Se la Regione vuole continuare esperienze di questo tipo con la LSC, è liberissima di farlo, ma rischierà di aggravare la già drammatica situazione della lingua sarda. E in Sardegna, dopo vent’anni di LSC, direi che è ora di porre fine a questa sperimentazione e provare delle alternative.

Dopo oltre vent’anni di dibattiti, molti osservatori ritengono che il vero rischio non sia tanto la mancanza di uno standard condiviso, quanto la progressiva diminuzione dei parlanti e della trasmissione della lingua tra le nuove generazioni.

Se oggi dovesse indicare una priorità assoluta per il futuro della lingua sarda, quale sarebbe? E come immagina una politica linguistica capace di superare le divisioni degli ultimi vent’anni? Se avessi avuto a disposizione le risorse finanziarie della Regione, avrei iniziato subito con una colossale campagna di sensibilizzazione a tappeto, sui giornali, alla radio, nelle televisioni e sui social, per esortare tutti i sardi, giovani e meno giovani, a riappropriarsi della propria identità linguistica e a usare la lingua sarda in qualsiasi contesto. Perché, prima di tutto, è doveroso usare il sardo, parlarlo. Ribadisco che, se in Regione e nei vari enti intermedi e locali si volesse veramente salvare il sardo, i primi a dare l’esempio dovrebbero essere i consiglieri regionali, insieme ai consiglieri provinciali e comunali, agli assessori regionali, provinciali e comunali e ai sindaci tutti. Invece, l’uso quotidiano nelle sedi istituzionali risulta ancora essere non pervenuto. Contemporaneamente avrei attuato alla lettera tutti gli strumenti giuridici in possesso: dalla Carta europea delle lingue regionali e minoritarie, nonostante si sia ancora in attesa della ratifica da parte della Repubblica italiana, alla L. n. 482/1999 e alla L.R. n. 22/2018. Ma rimane ancora tantissimo da fare, sia dal punto di vista giuridico, sia dal punto di vista pratico e concreto. Per arrivare al bilinguismo perfetto, sarà doveroso che il Parlamento ratifichi la Carta europea delle lingue regionali e minoritarie e che, nello stesso tempo, modifichi lo statuto autonomistico sardo inserendo la coufficialità della lingua sarda. Nel frattempo ognuno può fare la sua parte. Chi vuole contribuire può farlo anche da casa, registrando la propria pronuncia e le forme che usa nel proprio paese sul sito di LemONS: la lingua si salva parlandola, ma anche documentandola prima che certe forme scompaiano.

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Un commento

  1. Lisetta Bidoni

    Anticipo ai lettori e alle lettrici di Tottus in pari che venerdì 25 luglio 2026 a Nuoro nella sede di I.B.I.S. di Piazza Sebastiano Satta, si terrà un incontro pubblico sulla questione LINGUA SARDA. Saranno con noi Cristoforo Puddu, Giovanni Spanu e Vittorio Pinna. L’incontro è stato promosso da Academia de su sardu, con la quale volentieri ci confronteremo.

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