
Marco Deriu
di SERGIO PORTAS
Fintantoché gli stati-nazione come li conosciamo da come si sono formati nel corso del percorso storico che ha portato homo sapiens a smettere di cacciare e raccogliere per coltivare e addomesticare animali, domineranno la scena mondiale, temo proprio che la temperatura del nostro pianeta continuerà inesorabilmente a salire. Gli stati hanno bisogno di energia per far vivere i loro sudditi, hanno per prima usato quella idraulica dei grandi fiumi (Tigri, Eufrate, Indo, Nilo), non è molto che poi si siano dedicati al carbone come materia prima per generare vapore con cui sono andate per centinaia d’anni le filande inglesi, nonché i suoi treni, le sue cannoniere. Ben presto imitate dal resto del mondo.
Ora siamo naturalmente immersi nell’era del petrolio. Per cui si combattono guerre che sembrano non avere fine. E bruciare petrolio (ma anche carbone e metano) vuol dire immettere in atmosfera anidride carbonica, la famosissima CO2, con l’effetto serra che da tempo ci dicono gli scienziati che si occupano di clima: da qui l’innalzamento delle temperature, riscaldamento degli oceani, scioglimento di ghiacciai e calotte polari, innalzamento del livello dei mari. Un futuro prossimo venturo che sembra avere avuto una accelerazione negli ultimi dieci anni. Con le conseguenze che sappiamo e oramai subiamo, non ultimo i fenomeni atmosferici estremi, tipo il ciclone Harry che ha spazzato via ogni costruzione fosse contigua alle spiagge sarde e siciliane.
Onde di nove metri. Sembra assodato che lasceremo ai nostri nipoti un pianeta diverso da quello che abbiamo conosciuto noi, e che toccherà a loro subire gli effetti più macroscopici di questo cambiamento, ma tant’è a oggi sono troppo piccoli per avere diritto di voto quindi le loro aspettative non interessano praticamente a nessuno, e Greta Thunberg se ne faccia finalmente una ragione. Il fenomeno agisce a livello globale, e non c’è alcuna possibilità che un singolo paese, per virtuoso che sia, riesca da solo a far rallentare il trend internazionale. Per tacere dei cosiddetti “negazionisti”, uno per tutti il più potente di tutti: The Donald, che delle materie prime e del petrolio nascoste dai ghiacci della Groenlandia sembra proprio non possa fare a meno. Mentre, a sentire lui, la Danimarca non sa proprio come sfruttarle come si deve. Insomma aspettiamoci anche la prossima guerra in Europa, con buona pace della alleanza atlantica il cui articolo 5 impegna i singoli membri a dare soccorso militare a quello stato (Danimarca) che venga proditoriamente attaccato da un altro (Stati Uniti).
Improbabile inoltre che le democrazie per come le conosciamo escano indenni da questi stravolgimenti planetari, soprattutto perché inevitabilmente parte della popolazione subirà in modo più violento i cambiamenti che si prefigurano, per tacere dei migranti climatici che non potranno che aumentare, con numeri che si misureranno in milioni, e proprio tutti non li potremo affogare nel Mediterraneo come già succede in “piccola scala”. Di tutto questo e anche di più un libro veramente importante, per nulla ideologico, ricco di riferimenti e di note che ci riportano a tutta una serie di pubblicazioni che si occupano da tempo del fenomeno “cambiamento climatico”: Marco Deriu: “Rigenerazione”, per una democrazia capace di futuro, Castelvecchi editore. Deriu si porta sulle spalle un cognome che più sardo non si può, lui però è nato a Parma, 10 luglio del’69, e all’università di Parma è professore associato presso il Dipartimento di discipline Umanistiche, sociali e delle imprese culturali.
Laureato in scienze politiche e in filosofia, presidente del Consiglio del Corso di laurea Magistrale in Giornalismo, si occupa di decrescita, di giustizia, di ecologia politica. E di cento altre cose. Scrivendo libri, saggi, fondando associazioni che si prefigurano di immaginare un modo nuovo di “essere maschi”. Questo libro parte da un presupposto: “La crisi ecologica costituisce un attrattore epocale attorno a cui si stanno ridisegnando tutte le questioni fondamentali della politica moderna: le relazioni sessuali e il sessismo, le relazioni di classe e la giustizia sociale, le relazioni tra Nord e Sud e le diseguaglianze globali, le relazioni etniche e le nuove forme di razzismo e xenofobia, le relazioni tra generazioni e le forme di apartheid generazionale, le relazioni tra specie” (pag.26). E, incredibile ma vero, nel suo dispiegarsi dà diverse spiegazioni del perché, di fronte a questa complessità, non si veda all’orizzonte una trasformazione dell’agenda politica, della discussione pubblica, dei programmi e delle iniziative dei partiti, delle amministrazioni, dei governi.
Non è solo questione di personale politico (che pure è pessimo) che non prende le decisioni che servirebbero per arginare il fenomeno. Di fronte al dato scientifico e incontrovertibile sul riscaldamento del pianeta e la sua origine antropocentrica, non c’è una presa di responsabilità collettiva su come agirà il cambiamento climatico nei diversi soggetti, territori, tempi differenti, e ancora non si conosce l’esistenza di strategie e politiche alternative per affrontare il problema. Il paradiso delle Maldive, per esempio, sta diventando un inferno dato che l’80% delle sue isole è a meno di un metro sopra il livello del mare e anche un minimo innalzamento significa salinizzazione dei terreni e perdita delle possibilità di coltivare, oppure erosione costiera o inquinamento delle fonti d’acque. A maggio il Primo ministro spagnolo Pedro Sanchez aveva annunciato che la Spagna avrebbe schierato quest’anno la più grande forza antincendio estiva di sempre.
Ma non aveva fatto i conti con l’ondata di calore “anomala” che si è abbattuta su mezza Europa. Fatto sta che quando le condizioni del terreno si estremizzano, e tutto è secco, basta una cicca di sigaretta spenta male perché si verifichino vere tragedie: il fuoco in Andalusia, al momento di questo scritto, ha già causato 12 morti ( e 19 sono i “dispersi”). Non occorre iscriversi al numero degli uccelli di malaugurio per divinare che, prima o poi, toccherà a qualche altro territorio, qualche altro paese. L’approccio focalizzato solamente sulle emissioni di CO2 e sulla possibilità di catturale o ridurle con un qualche soluzione tecnologica, lasciando inalterato il contesto per cui si formano, è in realtà basato su una forma di pensiero magico, una forma di diniego della complessità della crisi ecologica, anche se più raffinata rispetto ai più naif negazionisti totali. E un primo elemento con cui occorre fare i conti riguarda il fatto che, considerando la magnitudine del problema, soprattutto in termini di prevenzione, bisogna pensare a una mobilitazione di forze politiche, economiche e sociali, sia a livello nazionale che internazionale.
La domanda corretta è “con quale idea e forma di democrazia ci prepariamo a raccogliere queste sfide”. “Diventa cruciale dunque ricordare ai cittadini delle nostre società democratiche che né il mercato, né la tecnologia, né la scienza possono produrre da se stesse i valori e i principi che devono ordinare e regolamentare il vivere comune e che la libertà diventa sostenibile solamente in un quadro di responsabilità collettive, ovvero nel riconoscimento delle interdipendenze più vaste che legano tra loro esseri viventi e ambienti” (pag.57). La sintesi più efficace della gravità della crisi culturale e sociale nella quale ci troviamo è stata forse proposte da Bruno Latour quando ha sottolineato che: “Nessuna società umana, per quanto saggia, acuta, prudente, cauta si possa immaginare, ha dovuto affrontare le reazioni del sistema-terra all’azione do otto-nove miliardi di umani. Tutta la saggezza accumulata durante diecimila anni, anche se si riuscisse a ritrovarla, è servita sempre solo a poche centinaia o a poche migliaia o a qualche milione di esseri umani su una scena alquanto stabile.
Non si comprende nulla dell’attuale vuoto della politica se non si coglie fino a che punto la situazione è senza precedenti. Siamo di fronte, infatti, a qualcosa che lascia sbalorditi. (“Tracciare la rotta. Come orientarsi in politica”, Raffaello Cortina Editore). Verrebbe da pensare che di fronte a tutto ciò non si possa fare nulla, che ci si possa sedere sulla riva del fiume a attendere che passi il cadavere annegato dell’umanità. E invece no, Marco Deriu dedica numerose pagine del suo libro a farci conoscere quanti siano gli studiosi che propongono alternative a questa deriva suicida. Molto è dedicato al pensiero “ecofemminista”, che vede intrecciato inestricabilmente il problema ecologico e quello della dipendenza delle donne dal “patriarca” di turno. Le donne che da sempre si prendono cura degli esseri più fragili, bimbi, vecchi, malati, hanno imparato nei secoli anche a “prendersi cura” dell’ambiente che le ospita. Dell’acqua, che le vede fare chilometri perché sia garantito il consumo a tutta la famiglia, dell’acqua che deve rimanere bene di tutti, dell’acqua che persino in Italia, dopo un referendum stravinto, torna ad essere preda di privatizzazioni che arricchirebbero ancora di più le grandi aziende che si occupano di energia. E perlomeno a questo scempio ci si può opporre, si può fare massa, ci si può coalizzare.
E’ un sistema che consuma i beni del pianeta più in fretta di quanto esso riesca a rigenerarsi, il nostro. Con l’estrazione di metalli e terre rare che inevitabilmente andranno ad esaurirsi. Andando a cercarli fin nel letto degli oceani, magari sulla Luna, inquinando ancora di più ogni ecosistema. Più di quanto non faccia la plastica che oramai infetta ogni essere marino che si conosca. Occorre, naturalmente, una rigenerazione delle menti, che debbono riuscire a pensarsi in relazione con tutti gli altri esseri che con noi vivono sul pianeta, animali e piante compresi. Questo libro offre tutta una serie di strumenti per iniziare questo percorso, inderogabile, fino a prefigurare che persino una decrescita possa portare con sé un carico di felicità che mai avremmo immaginato. Decrescita felice, nuovo nome della Pace.
Views: 244





































































































