
Massimo Vincis
di CARMEN SALIS
Presentato a Cagliari, presso i locali della biblioteca provinciale Emilio Lussu, il nuovo libro di Massimo Vincis, La Tensione dell’acqua – Edizioni Amicolibro.
Massimo, dopo il romanzo sei stato richiamato dalla poesia. In realtà, dai primi versi che portarono alla prima raccolta pubblicata nel 2023, non ho mai smesso. Vivo questa quotidiana esperienza come qualsiasi altra azione compiuta durante l’arco della giornata. È diventato un modo per esprimermi, non farlo sarebbe come non comunicare, non esprimere emozioni, con me stesso o con altre persone. È impossibile non farlo. La sensazione più bella, paradossalmente, arriva da quei versi che vengono creati e che svaniscono prima che vengano codificati con la scrittura. Mi piace pensare che questa forma di energia-pensiero, vissuta con la dimenticanza, arrivi a qualcuno che invece riuscirà a fissarla in modo che un giorno verrà letta da altri.
Quanto pensi sia cambiato il tuo modo di poetare? È una domanda che mi pongo raramente e sinceramente non ho mai ragionato fino ad avere una risposta plausibile. Probabilmente ho un mio modo di scrivere, ma non è sicuramente la cosa più importante anzi, forse non lo è. Spesso capita di leggere dei versi di autori famosi e non, e pensare: “L’avrei scritto pure io”, e penso sia normale la continua contaminazione. Questo potrebbe essere un fattore, ma potrebbe esserlo anche quanto scritto nella risposta sopra, quando mi riferisco al continuo comunicare con noi stessi e le altre persone. Siamo in continua evoluzione e cambiamento e lo è tutto ciò che ci circonda, cambiano le situazioni e cambiano tutte le persone che incontriamo sul nostro cammino. Tutto crea paradossalmente un equilibrio in continuo disequilibrio. Con un verso si può cogliere quell’attimo fondamentale in quell’equilibrio, un’istantanea che può descrivere un attimo o una vita. Questo a parer mio significa poetare.
La poesia libera o rassicura? Direi entrambi. Capita spesso, a parer mio, di comunicare con versi, qualcosa che vorremo o avremmo voluto dire a qualcun altro o comunicare qualcosa di noi stessi. La poesia ti permette di non essere “chiaro”, di restare nell’ambiguo, del non detto, di suggerire attraverso anche le forme retoriche, e dire cose che in prosa risulterebbero magari scomode o spiacevoli. In questo senso può essere liberatoria. Può invece essere rassicurante quando cerco di esprimere, per esempio, una delusione provocata da un rapporto concluso, e la poesia diventa il contenitore di quella delusione, contenitore creato dalla forma della poesia stessa. Forse è questo il motivo per cui si scrive di più mentre si è tristi o arrabbiati. L’ideale forse sarebbe che la poesia liberasse e rassicurasse allo stesso tempo.
Di cosa ha paura un poeta quando decide di lasciar andare i suoi versi? Penso ci siano dei timori che possono sorgere per vari motivi. Forse quello di essere frainteso, ma fino a un certo punto perché quando la poesia viene pubblicata, il senso che viene dato dall’autore, verrà modificato dal lettore che lo modellerà secondo la sua vita e le sue esperienze e di questo l’autore ne è consapevole. Forse è molto peggio quando i versi vengono considerati banali perché non viene dato il tempo alla poesia di interagire. Anche questo fatto rientra però nel libero arbitrio del lettore, non è una situazione “controllabile” dall’autore. L’unica paura forse risiede nell’animo dell’autore quando rischia di non essere più vero e sincero, soprattutto con se stesso. Si possono scrivere dei versi estremamente ermetici, che comunque arriveranno a qualcuno se si rimane autentici. In caso contrario, resta un affare dell’autore quando si rifletterà allo specchio.
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