
di GUIDO GARAU
Un confine invisibile, in Sardegna, per decenni ha separato la ricchezza dall’oblio, l’iper-modernità dei resort a cinque stelle dalla solitudine dei paesi dell’interno. Questo confine coincideva, semplicemente, con la linea di bagnasciuga. Per oltre mezzo secolo la narrazione turistica dell’Isola è stata un’equazione elementare: sole, sabbia, granito, qualche ristorante intorno. Oggi quella stessa equazione rischia di mandare il sistema in cortocircuito. Il turismo di massa, accelerato dalle rotte low cost, ha saturato i litorali, trasformando le coste in una gigantesca ed effimera macchina stagionale e lasciando le zone interne a fare i conti con l’emorragia dello spopolamento.
La nuova sfida – già abbondantemente in atto – si gioca su un cambio di paradigma radicale, una sorta di “turismo 2.0”. L’obiettivo non è più attrarre un corpo in più da distendere sulla sabbia ma connettere il patrimonio costiero con le ramificazioni territoriali più interne dell’isola. La Sardegna, oggi, si sta candidando a vivere di turismo tutto l’anno, non subendo più il flusso ma governandolo attraverso una complessa pianificazione – involontaria per alcuni aspetti, per altri strategica – che procede per anelli concentrici.
Per capire la portata di questa transizione è necessario riavvolgere il nastro della storia sarda fino alla metà del secolo scorso. Fino agli anni Cinquanta, le coste dell’isola erano paradisi interdetti, territori bellissimi ma spettrali perché presidiati dalla zanzara anofele. La malaria era la vera piaga millenaria della Sardegna, un flagello che teneva le popolazioni locali storicamente arroccate sulle alture dell’interno, voltando le spalle al mare.
La svolta epocale arrivò nel secondo dopoguerra grazie al mastodontico intervento della Fondazione Rockefeller che, attraverso il progetto Erlaas, eradicò definitivamente la malaria dall’isola. Liberati dall’incubo della malattia, i litorali sardi si rivelarono improvvisamente al mondo nella loro accecante purezza. Fu l’inizio di una nuova era economica. Nei primi anni Sessanta, l’intuizione dell’Aga Khan diede i natali alla Costa Smeralda, che divenne immediatamente il modello globale dello sviluppo turistico isolano.
Quel modello d’élite, tuttavia, portò con sé un effetto collaterale: l’illusione che la ricchezza potesse derivare esclusivamente dallo stupro del paesaggio costiero. Tra gli anni Settanta e Novanta l’isola ha conosciuto una stagione di edilizia selvaggia lungo i litorali, una rincorsa alla cubatura che rischiava di distruggere – e in parte lo ha fatto – lo stesso capitale naturale che ne decretava il successo. Una deriva interrotta bruscamente nei primi anni Duemila con il Piano Paesaggistico Regionale – il cosiddetto “Salvacoste” – che impose uno stop tassativo al cemento entro i primi trecento metri dal mare, salvaguardando l’integrità ecologica dell’isola.
Ma la vera rivoluzione democratica (e antropologica) doveva ancora arrivare. L’avvento dei voli low cost ha abbattuto le barriere storiche dell’insularità, portando milioni di visitatori ovunque, non più solo nei resort esclusivi del nord ma anche in città storicamente commerciali come Cagliari, trasformandola in una capitale del turismo urbano.
Oggi che le coste e i centri principali hanno raggiunto il picco della capacità di carico – rischiando già l’overbooking, oltre che la turistificazione e la gentrificazione, la nuova frontiera economica si sposta verso l’interno, seguendo una strategia geometrica definita “per anelli”. Non si tratta di svuotare le spiagge ma di utilizzare il mare come un gigantesco magnete in grado di ridistribuire i flussi verso territori fino a ieri considerati marginali.
Il primo anello è composto dalle cinture periurbane e dai paesi situati a meno di mezz’ora dal mare. Sono i centri della prima collina o delle pianure retrostanti i grandi poli turistici. Territori che oggi stanno trovando una nuova centralità economica trasformandosi in hub culturali ed enogastronomici. Attraverso festival letterari di rilievo nazionale, eventi identitari, rassegne musicali e la valorizzazione delle produzioni locali, questi paesi intercettano il turista balneare nelle ore serali o nei periodi di spalla, offrendo un’alternativa culturale alla monotonia del lettino e dell’ombrellone. È l’economia dell’esperienza che si sostituisce all’economia del mero consumo balneare.
Il secondo anello, più profondo e ambizioso, penetra nel perimetro montuoso dell’isola, nella Barbagia, nell’Ogliastra, nel Sulcis, nel Goceano. Qui il turismo cambia pelle, abbandona la fretta e sposa la filosofia della lentezza. È la Sardegna dei cammini storici e minerari, delle ferrovie storiche riabilitate, dei borghi autentici dove il tempo sembra essersi dilatato. In queste comunità, la modernità non si governa inseguendo i numeri della riviera, ma puntando sulla qualità della vita, sulla longevità e sull’autenticità antropologica.
Proprio su questa radicale ridistribuzione dei flussi si concentra da tempo la ricerca accademica sarda. Gli economisti e i geografi dell’Università di Cagliari sottolineano come l’estensione del modello turistico verso l’interno sia una necessità non più rinviabile, ma avvertono anche dei rischi legati a una totale dipendenza da questo settore.
Nelle loro analisi sui modelli di sviluppo regionale i ricercatori dell’Ateneo cagliaritano ricordano che il turismo rurale e dei borghi può rappresentare uno straordinario strumento di integrazione economica, a patto che non si trasformi in una monocultura. Secondo gli studi del Dipartimento di Scienze Economiche e Aziendali dell’Università di Cagliari, infatti, nessuna regione può prosperare affidandosi a un solo motore produttivo: il turismo deve integrarsi e fare da traino all’agroalimentare di qualità, all’artigianato e ai servizi digitali avanzati, evitando di trasformare l’interno in un grande parco giochi a tema identitario ad uso e consumo dei visitatori.
Dal punto di vista socio-economico questa transizione verso il “turismo 2.0” rappresenta l’unica vera ricetta per contrastare il dramma dello spopolamento delle aree interne. Se l’industria balneare tradizionale produceva contratti stagionali di tre o quattro mesi e concentrava i profitti nelle mani di pochi grandi gruppi internazionali, il turismo dei paesi attiva micro-economie diffuse e circolari. L’albergo diffuso che recupera le vecchie case in pietra nei centri storici, le cooperative di giovani che guidano i camminatori lungo i sentieri della transumanza o del rito minerario, i piccoli produttori agricoli che vendono direttamente al visitatore: sono tutte tessere di un mosaico economico che genera valore stabile nel tempo, allungando la stagione turistica a otto o dieci mesi l’anno.
Candidarsi a vivere di turismo significa allora, per la Sardegna, compiere un salto di maturità culturale. L’identità dell’isola deve ora diventare un processo storico vivo, capace di dialogare con le esigenze del viaggiatore contemporaneo. La sfida è complessa e richiede infrastrutture tecnologiche, trasporti interni efficienti e una formazione professionale di alto livello per le comunità locali. Ma la strada è tracciata. La risorsa più preziosa ieri era il mare; domani potrebbe essere la terra che lo sostiene.
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