ANGELINA ZURRU LAVRA, LA CENTENARIA DI GAVOI: LA MORTE DUE GIORNI DOPO IL CENTESIMO COMPLEANNO, IL RICORDO DEL FIGLIO SALVATORE

Angelina Zurru Lavra

Ha vissuto un secolo di storia, di mutamenti tecnologici e antropologici. Angelina Lavra ci ha lasciato due giorni dopo il suo centesimo compleanno.

Nata a Gavoi il 23 giugno del 1926, figlia di Antonio (Toneddu) e Angela Maria Buttu possidenti, secondogenita di 5 figli, tre sorelle morte ultranovantenni e un fratello scomparso a 40 anni per arresto cardiaco.

Rimpiangeva la sua giovinezza a contatto con la natura. “Era quello il periodo più bello della mia esistenza – ci aveva confessato -, quando tutte le campagne erano abitate e quando i giovani ci facevano innamorare cantando da lontano le serenate in poesia”.

Aveva frequentato per due volte la quinta elementare perché amava la scuola. La madre non le aveva consentito di raggiungere Milano dove lo zio Pasquale, maresciallo della finanza, avrebbe voluto che proseguisse gli studi ravvisando in lei grande talento.

 “Mio marito Tonino Zurru – raccontava -, era nipote del Canonico Marchi di Gavoi residente a Nuoro e quando andavo a trovarlo con mio figlio Salvatore ancora piccolo. “Lu erzo aere a pride”, diceva sempre.

Faceva l’autotrasportatore, possedeva macchine e un taxi. Viaggiava in Alfa Romeo e portava il borsalino. Era un tipo moderno, il classico scavezzacollo di famiglia benestante. Dopo alcuni anni di fidanzamento segreto ci siamo sposati. A mio figlio che chiedeva – puite ti las piau -, rispondevo – Mi piaghiada issu. Avevo tanti pretendenti, persino da vedova, ma mia madre mi teneva all’oscuro di tutto e rifiutava per me”. 

Angelina da giovane era molto graziosa come tutte le sorelle Lavra. A nove mesi dalle nozze celebrate nel ‘52 era nato Salvatore, rimasto orfano a 11 mesi a seguito della morte del padre per infarto. Dopo un anno di lutto stretto, aveva frequentato un corso di cucito presso la rinomata sartoria Miranda Sale di Cagliari. Al suo rientro a Gavoi aveva avviato un atelier nella propria abitazione confezionando abiti da sposa anche per clienti importanti provenienti da tutta la Barbagia. Accoglieva tutti offrendo caffellatte e biscotti. Poiché le sorelle si erano presto accasate, spettava a lei accudire gli zii pastori e governare la casa. Con la mamma raggiungeva le proprietà a cavallo e da vera massaja procedeva alla salatura, all’essicazione e alla conservazione della carne suina. Tesseva su furesi (l’orbace), tutta la sua famiglia lo produceva e suo nonno lo vendeva nelle fiere paesane assieme agli speroni.

Nel 2000 si era trasferita a Cagliari per vivere col figlio Salvatore, un operatore culturale con laurea a Milano in antropologia e comunicazione televisiva. I suoi documentari si trovano nella cineteca sarda di Cagliari. Fino all’anno scorso, quando un indebolimento organico generale l’aveva privata della sua autonomia, trascorreva le estati a Gavoi.

Quello fra me e mia madre – racconta Salvatore-, è sempre stato un rapporto direi simbiotico. La domenica andavamo a messa, a visitare chiese e musei. Coglieva e apprezzava l’arte in ogni sua forma. Leggeva i giornali che portavo a casa e regolarmente L’Ortobene, la nostra famiglia è abbonata da oltre 80 anni. Le leggevo le poesie che scrivevo per lei, amava lo sport, la cultura sarda e durante la trasmissione Sardegna Canta, ballavamo insieme in s’apposentu. Era così piena di entusiasmo da travolgere anche me. La ringrazio di avermi lasciato libero nelle mie scelte, pur consapevole dei miei errori.

Era l’archetipo della casalinga ignota. Provocatoriamente e a sua insaputa, parecchi anni fa ho scritto al presidente della Repubblica Cossiga chiedendo che, a nome di tutte le casalinghe d’Italia che hanno retto il paese, venisse insignita del titolo di cavaliere del lavoro e della medaglia al merito.

Proverbiale la sua saggezza. “Azzeta sa vida – mi diceva quando m’incaponivo-, e abarra in uve Deus t’a postu. Si nono es peus”.

https://ortobene.net/

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Un commento

  1. Mariangela Sedda

    una preghiera

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