
di MASSIMILIANO PERLATO MURA
La storia dei Collage è l’avventura di un gruppo di ragazzi partiti dalla Sardegna profonda che, armati di sole melodie e armonie vocali, sono riusciti a conquistare le vette delle classifiche italiane e internazionali a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta. È una parabola fatta di passione parrocchiale, successi improvvisi, grandi platee televisive e una straordinaria resilienza che li tiene ancora oggi sul palco.
Tutto ha inizio a Olbia nei primi anni Settanta. Il nucleo originario nasce attorno ai fratelli Tore e Piero Fazzi (rispettivamente voce/basso e voce/chitarra acustica). Insieme a loro ci sono gli amici di sempre: il talentuoso chitarrista Piero Pischedda, il tastierista Pino Ambrosio e il batterista Masino Usai.
I primi passi si muovono tra i banchi della parrocchia della Sacra Famiglia e i locali della Gallura. I ragazzi hanno talento, le voci dei fratelli Fazzi si incastrano alla perfezione e c’è una forte voglia di farsi notare. Inizialmente si fanno chiamare I Malisenti, ma la svolta arriva quando decidono di darsi un nome più moderno ed evocativo. L’ispirazione viene dal mondo del rock progressivo italiano: scelgono infatti di chiamarsi Collage, omaggiando l’omonimo, celebre album del 1971 de Le Orme.
Quando nel 1976 i Collage vincono il Festival di Castrocaro con “Due ragazzi nel sole” e l’anno dopo conquistano il palco di Sanremo con “Tu mi rubi l’anima”, la Sardegna intera celebra il loro successo come un riscatto collettivo. In un’epoca in cui la musica leggera italiana era dominata dalle grandi scuole di Milano, Roma e Genova, vedere cinque ragazzi partiti da Olbia arrivare ai vertici delle classifiche nazionali (e poi internazionali in Spagna e America Latina) fu motivo di immenso orgoglio regionale.
Seguiranno album di grande impatto come Piano piano… m’innamorai di te (1977) e Concerto d’amore (1979), oltre a una nuova fortunata apparizione a Sanremo nel 1979 con “La gente parla“.
All’inizio degli anni Ottanta, i Collage continuano a cavalcare l’onda del pop melodico. Pubblicano un altro pezzo da novanta, “Donna musica” (nato da un’intuizione di testo del paroliere Antonello de Sanctis), seguito nel 1981 da un’altra partecipazione sanremese con “I ragazzi che si amano”.

In questo periodo la band varca con forza i confini nazionali. Molti dei loro successi vengono adattati e cantati in spagnolo: album come “Como dos niños” o “Poco a poco… me enamoré de ti” spalancano loro le porte del mercato in Spagna e in Sudamerica (Argentina, Cile, Colombia), dove tengono lunghi ed affollatissimi tour. La loro ultima presenza sul palco dell’Ariston risale al 1984 con il brano “Quanto ti amo“.
Con il cambiare delle mode musicali negli anni Novanta, i Collage riducono l’attività discografica in studio ma non smettono mai di suonare. Il gruppo attraversa inevitabili cambi di formazione (fino alla dolorosa scomparsa del chitarrista storico Piero Pischedda nel 2019 e l’uscita di Piero Fazzi), ma guidati dalla voce solista e dal basso di Tore Fazzi, continuano a girare l’Italia con una fortissima attività live.
Il loro legame con le piazze e con il pubblico è rimasto intatto. Nei primi anni Duemila pubblicano lavori come “Abititudini e no” (2003) e l’album dal vivo “Non ti dimenticherò” (2010). Di recente, Tore Fazzi ha continuato a rinnovare il repertorio della band anche con nuove produzioni (come il singolo “Rinasco”), dimostrando che, pur mantenendo fede a quell’inconfondibile impronta melodica nata a Olbia cinquant’anni fa, la storia dei Collage ha ancora l’energia per guardare avanti.
Tore, partiamo da dove tutto è iniziato. Olbia, i primi anni Settanta, i locali della parrocchia della Sacra Famiglia. Cosa significava fare musica in Sardegna in quel periodo? Significava avere una fame incredibile di mondo, di novità, ma con pochissimi mezzi. Eravamo dei ragazzini, io e mio fratello Piero, insieme agli altri. La musica era il nostro modo di stare insieme e di sognare. Provavamo ovunque capitasse, spesso in chiesa o in piccoli stanzini. C’era un fermento pazzesco in Gallura in quegli anni, la Costa Smeralda stava nascendo e arrivavano suoni da fuori. Noi compravamo i dischi, ascoltavamo il rock progressivo ma poi, quando intrecciavamo le nostre voci, la nostra vera natura veniva fuori: eravamo fatti per la melodia, per le armonie vocali.
Poi arriva il 1976. Castrocaro con “Due ragazzi nel sole”, e l’anno dopo il secondo posto a Sanremo con “Tu mi rubi l’anima”. Vi siete svegliati che eravate dei re della Hit Parade. Come si gestisce un successo così fulmineo quando si arriva dall’isola? Fu un vero e proprio shock culturale, ma bellissimo. Passare dalle feste di piazza a Olbia o a Sassari ai microfoni della Rai, a fianco dei mostri sacri della musica italiana, ti fa tremare le gambe. Ricordo il Sanremo del ’77: l’intro di tastiera di Tu mi rubi l’anima che parte, le luci dell’Ariston… siamo arrivati secondi, ma per strada la gente non cantava altro. La Sardegna intera si strinse intorno a noi, ci vedevano come un riscatto. Eravamo cinque ragazzi sardi che ce l’avevano fatta senza spinte, solo con una canzone pazzesca scritta da Antonello de Sanctis e Gabriella Padovan. Quel successo ci ha cambiato la vita, ma la nostra fortuna è stata rimanere coi piedi per terra. Sapevamo da dove venivamo.
Negli anni Ottanta il successo diventa internazionale. La Spagna, ma soprattutto il Sudamerica. Che ricordo hai di quel periodo “oceanico”? Un’esperienza pazzesca. Traducevamo i dischi in spagnolo e ci ritrovavamo a fare tour in Argentina, Cile, Colombia, cantando davanti a stadi pieni. Ma la cosa che mi emozionava di più, e lo dico sempre, era incontrare gli emigrati sardi. Venivano nei camerini con gli occhi lucidi, ci portavano i dolci tipici, volevano sentire l’accento di casa. Per loro non eravamo solo la band di Sanremo, eravamo un pezzo della loro terra che li andava a trovare. Lì ho capito davvero il valore sociale e umano della musica.

Il tempo passa, le mode musicali cambiano drasticamente dagli anni Novanta in poi. Eppure, i Collage non si sono mai fermati. Qual è il segreto di questa longevità? Il segreto è l’onestà e il contatto diretto con la gente. Le radio possono smettere di passarti, le mode del momento cambiano – dal pop al rock, fino alla trap di oggi – ma la bella melodia, la canzone che ti emoziona e che ti ricorda un pezzo della tua vita, quella non muore mai. E poi c’è il live. Noi abbiamo continuato a girare l’Italia ogni singola estate. La piazza è il nostro habitat. Quando sali sul palco e vedi tre generazioni sotto di te – i nonni che si sono innamorati con Tu mi rubi l’anima, i figli, e i nipoti che cantano a memoria le canzoni – capisci che hai fatto qualcosa che resta.
La storia dei Collage ha vissuto anche momenti dolorosi, come la perdita nel 2019 di Piero Pischedda, un chitarrista immenso e un amico di una vita. Come si trova la forza di andare avanti dopo un lutto così? Piero non era solo il chitarrista dei Collage, era un fratello, una colonna della band e un musicista con una sensibilità fuori dal comune. La sua scomparsa è stata una ferita profonda per tutti noi e per tutta Olbia. Quando perdi un pezzo così importante ti chiedi se abbia senso continuare. Ma la risposta arriva proprio dalla musica e dal pubblico. Salire sul palco oggi è anche un modo per onorare la sua memoria, per far suonare ancora quelle chitarre che lui ha inventato e registrato. Piero è sempre con noi, in ogni nota.
Oggi i Collage sono saldamente nelle tue mani, con una formazione rinnovata ma fedele allo spirito originario. Cosa c’è nel futuro della band? Finché avrò voce e finché le dita salteranno sul manico del basso, io sarò lì. Di recente abbiamo pubblicato nuovi brani, come Rinasco, perché ci piace l’idea di non essere solo un’operazione nostalgia, vogliamo continuare a dire la nostra. E poi c’è l’estate, il nostro tour che ricomincia, le piazze della nostra Sardegna e di tutta Italia da riempire. Finché la gente ci vorrà, i Collage risponderanno “presente”. Con la stessa passione di quei due ragazzi nel sole di cinquant’anni fa.
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