CONTRASTARE GLI SPRECHI ALIMENTARI: LA START UP DEL GIOVANE SASSARESE MATTEO PODDIGHE DARA’ LAVORO IN CALABRIA

Credits: foto Alkelux. Matteo Poddighe

Un chimico sassarese, poco più che 30enne, Matteo Poddighe, ha creato un team iniziando a produrre un additivo dagli scarti della pianta. Da una molecola, nasce un materiale che frena il proliferare di patogeni ed è ideale per realizzare imballaggi alimentari. Alkelux, la start up che ne è nata sarà presto B Corp e programma di aprire uno stabilimento nella Piana di Sibari, dove la “Glycyrrhiza” glabra si coltiva

Lo spreco alimentare è un problema che in Italia vale 13,5 miliardi di euro l’anno, poco meno della legge di bilancio dello Stato nel 2025. È un tema che riguarda tutti, imprese e consumatori, soprattutto in un periodo di crisi economica come quello che stiamo attraversando. In Sardegna c’è un team di giovani, guidato dal ricercatore Matteo Poddighe, che propone una soluzione partendo dagli scarti della lavorazione della liquirizia, la Glycyrrhiza glabra secondo la definizione botanica. Per ora: perché gli studi si stanno allargando ad altri prodotti alimentari.

La scoperta ha preso corpo in Sardegna, una regione in cui la liquirizia non viene coltivata e non è endemica, non a caso ha trovato sponda con la Calabria, leader in Italia per quanto riguarda questa pianta che cresce spontaneamente nella costa ionica, tra la Piana di Sibari e la zona di Corigliano-Rossano.

Poddighe, 34enne di Sassari, ci racconta il percorso che ha svolto dopo la laurea in Chimica e il dottorato di ricerca. È stato in quest’ultima fase che ha maturato un’esperienza nello sviluppo di materiali che frenano il proliferare di patogeni.

«Il dottorato ha coinciso con l’esplosione della pandemia», spiega il ceo di Alkelux. «In quegli anni stavo creando tecnologie innovative per combattere la diffusione del coronavirus Covid-19. Ho iniziato a progettare l’ingegnerizzazione di nanomateriali che avevano un’attività anti-microbica importante. Durante il secondo anno mi sono imbattuto in una molecola presente nella pianta della liquirizia, che ha un’attività antivirale e antibatterica piuttosto interessante. Questo fatto mi ha incuriosito perché mi sono reso conto che in giro c’era pochissima traccia nella letteratura scientifica. Potevo, quindi, continuare a lavorare su questo ambito e fare le mie pubblicazioni scientifiche, importanti per il conseguimento del dottorato».

Sì, anche perché nel gruppo di ricerca è arrivato un ragazzo che stava svolgendo un assegno post doc (un contratto per giovani ricercatori in possesso di dottorato, finanziato dal Miur, ndr). Ha trovato molto interessante ciò che stavo facendo, così abbiamo iniziato a interagire. Da esperto del mondo delle start up, mi ha spinto ad avviarne una. Ed è stato il punto di svolta. Va fatta però una premessa: pur essendo partito quando ero impegnato nel mio percorso universitario, ho portato avanti questo progetto all’esterno dell’università. Me lo sono pagato con i soldi che sono riuscito a mettere da parte con la borsa di studio del dottorato.

Il vostro team ha sviluppato una tecnologia che trasforma la peluria delle radici di liquirizia. Si tratta di un sottoprodotto della filiera calabrese, destinato altrimenti al macero o ai rifiuti. Queste nanoparticelle hanno proprietà antimicrobiche naturali che, integrate negli imballaggi alimentari, creano una barriera attiva contro virus, batteri e funghi. L’impatto reale è misurabile: questa tecnologia riesce a triplicare la freschezza della frutta. Ad esempio, porta la durata delle fragole e dei mirtilli da tre a otto giorni, e anche oltre. Quei cinque giorni in più fanno la differenza, in quanto permettono di avere più tempo per consumare un prodotto che andrebbe buttato. Si limita anche l’inquinamento ambientale. Abbiamo fatto una serie di esperimenti sui frutti più delicati, per esempio quelli estivi. Ovviamente, ognuno ha tempi diversi di deterioramento. Al momento, stiamo lavorando anche su carne, pesce e pane, i tre prodotti più richiesti dalle aziende. Il mercato dell’ortofrutta era il più facile da approcciare perché è più semplice fare i test. È anche quello personalmente più vicino: a casa mia, le fragole sono tra i frutti che vengono consumati di più.

Da ortaggi e frutta a carne e pesce, che cosa cambia? Lavoriamo sul patogeno che attacca il singolo alimento. Alcuni sono molto resistenti, infatti i nostri test ci devono portare a capire quali siano le concentrazioni nell’additivo da utilizzare: dev’essere sufficientemente efficace per rallentare la contaminazione.

La pianta della liquirizia non esiste in Sardegna. Infatti, la collaborazione con la Calabria non nasce per caso: l’80% della produzione nazionale si concentra in quella terra. Ed è la liquirizia più buona al mondo.

Pensate di sperimentarne la coltivazione nell’Isola? No. Stiamo però lavorando su altri scarti vegetali del nostro territorio, come carciofo, mirto, castagno e uva. L’idea è quella di utilizzare con essi il processo sperimentato sulla liquirizia. In questo modo valorizzeremo la collaborazione con le aziende agricole sarde, per creare impatto sociale, economico e ambientale. Uno dei prossimi passi sarà quello di diventare una B-corp.

Lo spreco alimentare è una piaga dei nostri tempi. Se fosse uno Stato, sarebbe il terzo al mondo per emissione di gas nell’atmosfera. Per non parlare, poi, dell’aspetto economico. Purtroppo, quelle che sprecano di più sono le famiglie meno agiate, in quanto acquistano più cibo di quello che riescono a consumare, attraverso i pacchi convenienza. I ceti più agiati, generalmente, pagano un po’ di più per comprare porzioni o quantitativi più piccoli. È un paradosso di questo sistema economico.

Come proseguirà la collaborazione con la Calabria? Entro il 2028, vorremmo aprire in quella regione un impianto industriale. Ci consentirà di ridurre al minimo l’impianto ambientale della nostra start up e ottimizzare il processo produttivo dell’additivo. Parallelamente, genererà posti di lavoro in un altro territorio complesso del Mezzogiorno.

La notizia si sta diffondendo. Come reagiscono le aziende di settore? Benissimo, direi. Stiamo ricevendo ogni giorno richieste di collaborazione per sviluppare prototipi anche in settori differenti, non solo in quello del packaging alimentare: mi riferisco, per esempio, alle imprese che lavorano nel settore dei biostimolanti per la coltivazione delle piante. L’obiettivo è proteggere il frutto durante la fase di crescita. D’altronde, le piante vengono attaccate dagli stessi patogeni che poi aggrediscono i frutti, come fa la muffa nera con le fragole e con il pane.

Quindi, questo sarà lo step successivo? Sì, ci stiamo lavorando da tempo perché era uno degli obiettivi già quando la start up prese forma. Vogliamo valorizzare non solo gli scarti alimentari, ma anche altre materie prime. La più importante di tutte, per noi, è la persona. Ecco perché stiamo cercando di creare nuovi posti di lavoro, incentivando l’occupazione non solo in Sardegna ma anche in altri territori, come la Calabria. Il 90% dei nostri laureati va via in cerca di occupazione, e questo francamente non mi va giù. A meno che non sia una scelta personale. Ma il più delle volte non lo è.

Spesso è una costrizione per poter campare. Stiamo cercando di riportare nell’Isola alcuni giovani che sono andati all’estero in cerca di lavoro. Lo abbiamo fatto con una giovane, Martina Piga, rientrata in Sardegna dopo sei anni trascorsi in Slovenia come ricercatrice. Questo approccio ci consente di avere le giuste competenze per portare avanti ogni singolo progetto. Ne andiamo fieri. Il ritorno dei cervelli è uno dei nostri obiettivi, accresce la nostra creatività.

Quante persone lavorano al momento in Alkelux? Siamo in sei, e tre arrivano da Cagliari: un mix di laureati in chimica e in economia. Abbiamo agevolmente superato persino gli ostacoli degli storici campanilismi.

Per lei è diventata una scommessa nella scommessa. Io in passato sono stato fuori per un certo periodo. Ho viaggiato tanto, ho vissuto un anno a Lucca durante gli studi universitari, poi l’Erasmus. Ho avuto offerte dalla Spagna, dalla Francia e dall’Olanda, ma ho preferito costruire qualcosa per restare qui. Il mare di Stintino, ma più in generale l’aria che qui si respira, sono impagabili. Se avessimo tutti un buon posto di lavoro, saremmo in paradiso. La Sardegna è un allevamento di start up molto importante: solo quando sono entrato in questo mondo straordinario, mi sono accorto quante belle realtà ci sono e lavorano sottotraccia. È un pianeta sconosciuto ai più. Ci sono pochissimi supporti. Solo negli ultimi anni Sardegna Ricerche ha cercato di dare un impulso a questo settore, ma molti aiuti economici sono troppo difficili da raggiungere.

Lei è giovane. Dev’essere emozionante sviluppare una ricerca che dia soluzioni a beneficio della collettività e non di una ristretta cerchia di persone. È vero. Purtroppo, buona parte della ricerca che viene fatta in Italia resta nell’ambito universitario. È uno spreco anche questo. L’Università di Sassari, per citare un esempio, garantisce un’ottima formazione ma poi i ricercatori non riescono a sfogare la creatività che hanno maturato. Ci sono le competenze ma tutto si ferma lì. È una cosa che mi ha sempre fatto storcere il naso. E quando mi sono lanciato in questa nuova avventura, alcune persone mi hanno persino rimproverato. “Siete ricercatori, non imprenditori. Pensate a fare ricerca”, mi è stato detto. In realtà, le due cose vanno di pari passo. Non mi sono mai scoraggiato, credo fermamente nella formazione degli atenei di Sassari e Cagliari. Uno dei nostri pilastri è proprio la continua collaborazione con le due università: supportiamo il cofinanziamento di borse di dottorato. Stiamo cercando di avviarne una a carattere industriale, e una parte sarà svolta da noi. L’obiettivo finale è quello di integrare nella nostra azienda il professionista formato. In Italia, per chi fa ricerca, tutto è molto più difficile e anche poco remunerato rispetto a tanti altri Paesi di tutto il mondo. Già, purtroppo questo è un settore lavorativo molto precario. Non c’è mai certezza, a volte si viaggia con borse di studio che non sono stipendi veri e propri; pertanto, non si può accedere alla finanza agevolata per poter pianificare il proprio futuro. In Italia il dottorato non viene considerato un lavoro ma, semplicemente, un altro corso di studi. Siamo considerati studenti, tuttavia ci viene richiesta un’attitudine da lavoratori. L’apprendistato non finisce mai. È davvero pesante psicologicamente. Fare impresa non è facile, soprattutto in Sardegna: è un territorio molto difficile per l’industrializzazione. Ci sono pochi fondi ma abbiamo un ecosistema che permette alle start up di accedere a fondi privati. Quando abbiamo validato e brevettato la nostra tecnologia, siamo andati fuori dall’Isola. In Veneto abbiamo partecipato ad alcune competizioni per start up. Ne abbiamo vinto una, e questo ci ha consentito di accedere a un primo investimento di un acceleratore per questa tipologia di impresa. Abbiamo acquistato il primo reattore e messo su un laboratorio per produrre il materiale da fornire alle aziende per i loro test: l’obiettivo è di stipulare con queste aziende contratti commerciali che ci mettano nelle condizioni di generare un fatturato, nel momento in cui avremo una capacità produttiva tale da poter soddisfare la richiesta del mercato.

Che cosa producete, esattamente? Un additivo in polvere che vendiamo alle aziende che lavorano i polimeri. In sostanza, producono plastica e imballaggi. Per intenderci, le classiche vaschette per alimenti che troviamo in tutti i supermercati. Loro miscelano i loro componenti con il nostro e arrivano al prodotto finale. Insomma, è qualcosa che tutti noi tocchiamo con mano ogni giorno.

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