E’ DIVENTATO IL RE INDISCUSSO DELLA MODA MILANESE: ANTONIO MARRAS PUNTO DI RIFERIMENTO DELL’ARTE NAZIONALE

E’ un periodo questo che Antonio Marras colonizza Milano più di quanto faccia di solito, con le sue sfilate di alta moda naturalmente, col suo punto immagine situato in via Cola di Rienzo, ex fabbrica di biciclette riattata a vetrina di novità le più sgargianti che vi possano venire in mente, ma anche a presentazione di libri di scrittori sardi, che richiamano in genere anche quelli che  nel capoluogo lombardo lavorano a vario titolo, e naturalmente gli amici, Geppi Cucciari non manca quasi mai. E a “Nonostantemarras” (il posto si chiama così) sempre si nota la sottile regia di Patrizia Sardo Marras, la sua compagna di vita, la coautrice delle sue scelte per quello che riguarda il mondo-moda dell’artista algherese (solo per lei antoniomarras, minuscolo). Che non fa solo abiti sontuosi, non si dedica solo a quelli che lui definisce i suoi “stracci”.

Ma davvero ha da tempo lasciato che fantasie e paure che lo avevano ingabbiato per la prima parte della vita, si disperdano rigogliosamente in manufatti d’ogni tipo, assurgendo pienamente a quelli che vengono normalmente definiti: oggetti d’arte. Il battesimo d’artista Marras lo aveva ricevuto da una madrina d’eccezione: Maria Lai. Ne scrive Patrizia Sardo Marras nel suo: “La moda non è un mestiere per cuori solitari”, (Bompiani 2025), un libro delizioso di cui un’altra amica della coppia ha scritto la prefazione: Bianaca Pitzorno (la sua “Sonnambula” corre per lo “Strega”) e a pag.291, lapidaria: “L’incontro con Maria Lai ha segnato l’approccio di antoniomarras con l’arte”. E nella pagina dopo: “…Il legame tra Maria Lai e antoniomarras ha radici profonde: è stata proprio lei la prima persona a sostenere i suoi lavori. Entrambi sono accumunati dalla capacità di ridare vita a scarti e frammenti, di ridare nuovi significati a oggetti dismessi.

Maria Lai diceva: “L’uomo ha bisogno di mettere insieme il visibile e l’invisibile perciò elabora fiabe, miti, leggende, feste, canti, arte”. Di Maria scrive ancora Patrizia:” invita ad abbandonare i tracciati consueti, l’ordine riconosciuto per scoprire significati a un tempo antichissimi e nuovi, universali e individuali. Maria Lai è una Jana, una fatina sarda, che cuce con fili d’oro e tesse a telaio incastrando cristalli e pietre preziose, che tiene per mano il sole e l’ombra, che cuce e ci lega alle favole, ai sogni e all’infinito”. “Con Maria Lai, antoniomarras ha avuto un rapporto speciale, una sintonia di interessi e di idee che continuano a vivere, immutati, in un dialogo ininterrotto. Maria Lai è stata una presenza stra-ordinaria nella sua vita. Una vagabonda. Diceva che le montagne non sono tanto terribili se, oltre ai precipizi e ai lupi, ci sono anche le nuvole (pag.295). E la M77 Gallery, dal 21/01/2026 al 16/5, li ha riuniti in una mostra, curata da Francesca Alfano Miglietti, titolata: “Maria Lai e Antonio Marras-Paso Doble”. La mostra espone disegni, libri, dipinti, collage installazioni e sculture di Maria e di Antonio, oltre ad alcuni lavori realizzati a quattro mani come un grande lenzuolo con ricami, e opere inedite.

Frammenti artistici, di vita e di identità che dal punto di vista estetico possono comporre nuovi significati. Nel Comunicato stampa si legge che “Duecento opere danzano negli spazi di M77 Gallery a Milano, raccontando similitudini e differenze dei due artisti. Una coreografia di gesti, fili e frammenti che mette in scena un dialogo tra la cifra intima di Maria Lai e l’immaginario stratificato di Antonio Marras. Un “paso doble” in cui i due artisti si incontrano e si separano, lasciando ai propri lavori il racconto di un’identità che non si annulla in questa danza”. Ne scrive Emilia Jacobacci su “Artribune”: “Seguendo il filo sottile e invisibile dell’immaginazione Marras disegna, cuce, plasma: dà vita a una visione che vive e la supera, gioca con l’imprevisto, sperimenta supporti e materiali inediti, trasforma il consueto in libera immaginazione.

Come per Maria Lai il mondo di Marras è povero: usa cartoni, fili, scampoli di stoffa, persino i vassoi di pasticceria…Al piano superiore della galleria sono esposte una serie di opere storiche di Maria Lai: libri scritti nella trama sottile delle tessiture, racconti di donne, di telai, di tavole antiche, matasse come nuvole e sogni che si intrecciano ai nodi di un’arte silenziosa e antica…a quattro mani: su un grande cielo simbolico -un fondale di lenzuola cucite- sono sospese lunghe camicie da notte, leggere come presenze, custodi di memorie intime e remote. Sulla parete opposta piccole figure sembrano liberarsi nello spazio come in volo: sono le janas, le fate della mitologia sarda, creature femminili sacre e misteriose, tessitrici di fili invisibili su telai d’oro”. E’ nei dipinti della figura umana, nelle facce tagliate a metà da strati di pittura “casuale” che Marras ha, a mio avviso, raggiunto una cifra che lo rende riconoscibile tra altri mille, quasi sia arrivato al punto da infischiarsi di porre la firma sotto i suoi lavori. Ne fanno fede le due grandi figure, a mò di guardiani, questa volta in giacca e cravatta, che ieraticamente, ti preavvisano che stai per varcare una soglia, dove non troverai nulla di già conosciuto.

Questa volta Antonio Marras interpreta il metallo De Castelli. Titolo della mostra: “La geometria del Caos”, totem che sfidano la gravità, paraventi scritti in un alfabeto dimenticato, lampade, specchi e mobili che sembrano respirare. Nella Gallery De Castelli in via Visconti di Modrone, il metallo viene interpretato con un approccio intuitivo e creativo guidato dalla visione di Efesto, dio del fuoco e della metallurgia (by Giulia Capozza su “archiproducts”). E Paolo Casicci su “CIELOTERRA” recensendo la mostra: “De Castilla e Antonio Marras: il design ritorna (finalmente) alla forza del simbolo”. Una foresta di personaggi e di segni in cui perdersi. Il progetto come territorio di rischio, immaginazione e disobbedienza. “Totem che sfidano la gravità sembrano creature più che oggetti. Paraventi si offrono come alfabeti dimenticati, superfici che non separano ma raccontano. Una madia ha il passo di un’architettura arcaica, mentre gli specchi non riflettono soltanto: restituiscono uno sguardo che non è mai neutro.

E poi le lampade, sospese come presenze lunari, e la consolle che sembra emergere da una stratificazione geologica più che da un processo produttivo”. Ovunque emergono le presenze dei personaggi di Marras, lemuri con volti tagliati a metà che non ridono mai, le mani enormi e scheletriche con dita esagerate per lo più mollemente distese. Si fondono questa volta sui tavolini di metallo brunito: “mesa coffee tables”, di sagome irregolari, alla ricerca di sedie inesistenti. Nel pieghevole che un gentile impiegato mi regala, scritto quasi tutto in inglese, si può leggere che Antonio Marras non è uno che segue le regole, ma salta fuori dai margini. Non è un conformista, fa, disfa, arrangia, accoppia, mette insieme ciottoli, assembla cose esistenti e pezzi dimenticati, e altri originariamente che dovevano servire a un altro uso, creati specificatamente solo per cominciare qualcosa una volta tanto. I suoi lavori sono il risultato di una possibilità e intuizione.

Dopo tutto è il fuoco che decide. Il fuoco è il suo padrone. Meno male che Antonio, con quella sua grafia che non si cura di effetti particolari, rilascia un suo scritto in italiano, cosicché il vostro cronista non debba esibirsi in traduzioni poco professionali. “Il processo a tutto ciò che non conosco, in questo caso al metallo, è assolutamente infantile. Affronto il progetto e la materia senza sapere quale sia il processo per arrivare all’oggetto finito. L’unica cosa di cui sono certo è il risultato che voglio raggiungere, come arrivarci diventa il compito non sempre semplice di chi lavora con me.

De Castelli è stato in grado di concretizzare quella che era la mia visione. E’ una cosa molto importante ma soprattutto difficile”. Una autocritica che gli fa onore. Del resto scrive la moglie Patrizia nel libro che vi dicevo: “Stare con lui è come stare su una giostra, sempre in volo su e giù, un disco volante. Come essere in un film vissuto da qualcun altro, un sogno dal quale prima o poi ti puoi risvegliare bruscamente. Dove tutto quello che fai bene sembra che arrivi dal cielo come una manna e quello che va male è perché sei un asino” (pag.67, op. cit.). Antonio Marras, artista di Alghero.

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