
di MARCO BERNARDINI
L’arte non è fatta per restare ferma, ma per camminare tra la gente e scuotere le coscienze. È questa la filosofia che anima il viaggio di Antonio Marras – attore, scrittore, regista e figura poliedrica da sempre impegnata nel sociale – e della sua opera dinamica “Frantziscu. Nel respiro del mondo”. Un progetto itinerante che sta attraversando in lungo e in largo la Sardegna, toccando i quattro vertici dell’isola per farsi portavoce di un messaggio di profonda urgenza umana.
Al centro della narrazione di Marras vive un contrasto solo apparentemente irrisolvibile: quello tra il sacro e il profano, incarnato da due figure titaniche come San Francesco e Pier Paolo Pasolini.
Attraverso il suo monologo dinamico, Marras scava nell’essenza di questi due giganti per trasmettere un messaggio universale che parla direttamente alla coscienza:
La fratellanza universale: Riprendendo la lezione di San Francesco, l’opera nasce per far riflettere l’essere umano sul valore dell’altro, ricordandoci che ogni individuo, nessuno escluso, è un fratello.
La verità dietro la maschera: Guardando a Pasolini, Marras ci sprona a spogliare l’uomo dalle maschere sociali e dagli stati d’animo di cui spesso si veste, per riuscire a cogliere la sua parte più autentica, nuda e puramente umana.
Marras si fa divulgatore di questa sintesi, portando il suo pensiero in tour per le comunità sarde. Dopo aver fatto vibrare le piazze e i contesti di tappe significative come Lula (il suo paese natale), Torpè, Olbia, Sorgono e Lodè, l’artista invita il pubblico a ritrovare un senso di empatia, di coscienza civica e di buon senso. L’obiettivo è chiaro: usare la parola per abbattere le barriere e costruire un mondo più empatico.
Ma è nell’ultima tappa di questo cammino che “Frantziscu. Nel respiro del mondo” ha trovato la sua cassa di risonanza più autentica e vibrante. Il contesto, questa volta, si sposta decisamente fuori dagli spazi comuni: la struttura carceraria di Mamone.
Portare un’opera del genere all’interno di un carcere significa spogliarla di ogni patina intellettuale per restituirle il suo significato più carnale e letterale. A Mamone, il “respiro del mondo” è entrato in un luogo dove il mondo, di solito, viene chiuso fuori. In uno spazio simile, privo di filtri e di concessioni all’apparenza, non servono immagini o scenografie: basta l’impatto nudo della voce e del pensiero. Di fronte a un pubblico di detenuti, l’invito a riconoscersi come fratelli e lo sforzo di cercare l’uomo dietro la maschera della colpa o della condanna non è più solo teatro: diventa una necessità. In quel monologo dinamico, le maschere imposte dall’istituzione e dal passato cadono, lasciando spazio agli stati d’animo reali, alla dignità oltre l’errore e alla certezza che la cultura può restituire la libertà interiore anche dove ci sono le sbarre.
L’esperienza di Mamone conferma la potenza dell’intuizione di Antonio Marras. La Sardegna, con i suoi paesaggi aspri e le sue comunità accoglienti, si conferma il teatro ideale per questo esperimento sociale e culturale che unisce i quattro angoli dell’isola. “Frantziscu” non è uno spettacolo da consumare con gli occhi, ma un rito collettivo a cui partecipare con l’ascolto, un richiamo alla responsabilità umana che, dal cuore profondo della Sardegna, continua a diffondersi come un vento capace di spazzare via l’indifferenza.
Views: 330






































































































Grazie, Marco, per aver saputo leggere ciò che a me non rimane certo invisibile, ma che forse resta tale per chi non ha la capacità, o semplicemente non si prende il tempo, di fermarsi e “parare sas ocricras” per ascoltare davvero.
Semmai ce ne fosse bisogno, Mamone mi ha ricordato che il teatro non arriva per insegnare qualcosa a qualcuno. Arriva per mettersi in ascolto. E quando questo accade, non esistono più un “dentro” e un “fuori”, ma soltanto esseri umani che, per un tratto di strada, respirano lo stesso silenzio, le stesse domande e la stessa speranza. È vero che le dimensioni carcerarie sono anche luoghi che tengono fuori il mondo, ma altrettanto vero è il mondo stesso, per primo, a tenerle fuori da sé: un’assenza che pesa, perché troppo spesso nessuno se ne occupa davvero, a partire dalle istituzioni del territorio.
Ho sempre pensato che Frantziscu e Pret’e Paule non potessero limitarsi ai teatri o alle piazze. Hanno bisogno di entrare soprattutto nei luoghi in cui il dolore umano attende ancora di essere ascoltato, compreso, digerito e trasformato. Per questo Mamone non è stata una tappa del viaggio: è stata una delle ragioni del viaggio.
Ti sono profondamente grato per aver colto questo spirito e per averlo restituito con sensibilità. Se l’articolo riuscirà a far riflettere anche una sola persona sul valore della cultura come strumento di umanità, allora avrà compiuto lo stesso viaggio che stiamo cercando di compiere con Frantziscu.
Grazie, di cuore.
Che profondità questa presentazione, che stretta di cuore 💔 in queste parole, infatti ci sono momenti in cui non si pensa chi è chi, chi fa cosa, dove si sta. Ci sono momenti dove si riflette e si dice siamo umani e tutti uguali, poco importa il resto. Il silenzio poi, a volte dà risposte ed emozioni più di 1000 parole. Grazie Antonio ❤️