
di SIMONE PISANO
In molti, da qualche tempo, mi chiedono un parere su quello che sta accadendo nel mondo dell’emigrazione sarda organizzata.
Ne ho fatto parte dal 1996. Per molti anni sono rimasto nella categoria dei “giovani”, senza riuscire, anche per mia responsabilità, a diventare davvero “grande”. Ho fatto un po’ come certe albicocche che marciscono prima di maturare: se questa è stata un’occasione mancata, la responsabilità è soprattutto mia.
Detto questo, non rinnego nulla di questi trent’anni. Rinnegare quell’esperienza significherebbe rinnegare una parte importante della mia formazione personale e culturale. A questo mondo devo molto, moltissimo, e molto devo alle persone che lo hanno guidato. Non sono mai stato realmente un dirigente, se non forse in modo puramente onorifico, e probabilmente anche questo dipende dai miei limiti.
Non credo che il mio nome resterà negli annali dell’emigrazione sarda organizzata. Non ho mai rappresentato questo mondo nelle stanze decisionali. Il mio carattere, talvolta spigoloso e poco incline a nascondere ciò che penso, è stato spesso considerato un difetto. Forse lo è davvero, almeno in certi contesti. Col tempo ho imparato ad accettarlo.
Dove stia andando oggi il mondo dell’emigrazione sarda, sinceramente, non lo so. Fatico a riconoscermi in molte delle dinamiche che vedo. Soprattutto non riesco ad accettare l’idea di un movimento diviso in due parti contrapposte. Non è ciò in cui credo e non è un modo di vivere l’associazionismo che sento mio. Poiché si tratta di volontariato, penso di poter scegliere serenamente di fare un passo indietro. Ed è ciò che farò.
Mi limito allora a due brevi riflessioni.
La prima. In questi mesi non ho visto emergere una vera iniziativa istituzionale capace di ricercare una soluzione condivisa, senza schierarsi con l’una o con l’altra parte. Ho avuto piuttosto l’impressione di assistere alla formazione di tifoserie, ciascuna intenta a sostenere il proprio fronte. È triste dover parlare oggi di “fazioni” all’interno di un mondo che, attraverso decenni di impegno e di battaglie, ha contribuito a migliorare la condizione di tutti i sardi, dentro e fuori dall’isola.
La seconda. L’esistenza di due realtà federative nel mondo dei circoli sardi in Italia mi appare, nella sostanza, poco efficace e, personalmente, difficile da accettare anche sul piano etico. Posso naturalmente sbagliarmi, ma temo che questa frattura finisca per aggravare una criticità che considero storica: la difficoltà nel rinnovare realmente la classe dirigente. Talvolta il ricambio sembra esserci, ma rischia di essere solo apparente, privo di un autentico progetto di formazione e di selezione delle nuove generazioni. È un tema sul quale ho insistito per anni, spesso senza trovare particolare ascolto. Prima o poi i nodi arriveranno al pettine; mi auguro soltanto che esista ancora un pettine capace di scioglierli.
Spero sinceramente che l’immenso patrimonio morale, civile e ideale costruito in tanti decenni dalle associazioni sarde in Italia non venga disperso. Sarebbe una perdita enorme.
Quanto a me, ho ormai la consapevolezza di appartenere soprattutto a una stagione che si è conclusa. Una stagione fatta di errori, certamente, ma anche di entusiasmi, di amicizie, di esperienze e di momenti straordinari che continueranno ad accompagnarmi.
Qualunque cosa accada, quei trent’anni resteranno per sempre una parte importante della mia vita.
Aia àpiu chèrfiu iscrìvere su chi apo iscritu in sardu…a dolu mannu apo faddiu fintzas in s’ispartinonzu de su sardu in sos atos ufitziales de sa Federatzione e, sicomente apo ischiu chi in medas tratant custu impinnu comente una cosa de “intelletuales”, apo iscritu in sa limba chi at bintu in Sardigna e fintzas in su mundu de su disterru: s’italianu.
Sa batalla pro sa limba l’apo a sichire comente parte bertera de sa bida mea, si calicunu pessat chi siet petzi cosa de intelletuales, passèntzia!
Views: 210





































































































