
di ORNELLA DEMURU
All’inizio del Novecento, in un’Italia che correva verso la modernità, qualcuno iniziò a intuire il valore straordinario di un materiale antico e generoso: il sughero. Fu così che nel 1912, a Roma, nacque la Società Anonima “Il Sughero”, con un capitale sociale di 30.000 lire.
Gran parte dei fondi arrivava da investitori italiani, pronti a scommettere su un prodotto che però parlava di Sardegna, di natura e dii futuro.
Il cuore pulsante di quest’impresa sarebbe stato Tempio Pausania, dove fu costruita quella che i sardi iniziarono subito a chiamare affettuosamente “Sa Frabbica noa”, la fabbrica nuova. Inaugurata nel 1913, la struttura si impose fin da subito in un periodo critico, segnato dalla concorrenza della Spagna e dalla possibile abolizione del dazio di protezione varato dal ministro Sonnino nel 1910.
Ma il vero salto lo fece qualche anno dopo, nel 1920, a pochi chilometri da lì, in Calangianus, quando Pietro Molinas avviò una piccola attività artigianale per la lavorazione del sughero. Con pochi attrezzi e tanta determinazione, realizzava a mano tutte le fasi del processo. Era una realtà modesta, come tante altre in Gallura. Eppure, da quelle mani è nata una delle più straordinarie storie imprenditoriali della Sardegna.
A raccogliere e potenziare quell’eredità fu Peppino Molinas, figura centrale nella trasformazione dell’attività. Tra gli anni ’30 e il secondo dopoguerra, Peppino guidò il passaggio da bottega a industria: assunse i primi operai e introdusse le prime macchine per automatizzare le fasi produttive.
Negli anni Ottanta del Novecento, nacque un nuovo stabilimento produttivo, cuore dell’attuale complesso industriale. Intorno a esso si sviluppò una struttura manageriale moderna e dinamica, capace di far crescere l’impresa in molteplici direzioni: non solo sughero, ma anche innovazione, diversificazione e responsabilità sociale. Era ormai un gruppo industriale vero e proprio, che manteneva però radici fortissime nella sua terra.
Oggi quell’impresa continua a vivere grazie ai nipoti di zio Peppino, che portano avanti la tradizione con uno sguardo rivolto al futuro. La chiamano “sugheriera”, ma è molto di più: è un’impresa internazionale, rispettosa dell’ambiente, protagonista di un’economia circolare e simbolo di un’eccellenza sarda autoctona, dove l’etica imprenditoriale si sposa con l’identità del territorio.
Una storia lunga più di cent’anni che pochi conoscono, ma che merita di essere raccontata.
A Calangianus, capitale gallurese del sughero, questa memoria è diventata anche museo. All’interno di un ex convento dei Frati Cappuccini, ha sede oggi il Museo del Sughero, che custodisce antichi macchinari ottocenteschi accanto a strumenti moderni, raccontando tutte le fasi della raccolta e lavorazione di questo prezioso materiale.
Passeggiando tra video-installazioni, profumi resinosi, attrezzi di un tempo e volti segnati dalla fatica, il visitatore entra in contatto con l’anima di un’intera comunità. È un tuffo nella Sardegna più autentica, in quel paesaggio di sugherete galluresi che ha dato vita a un’economia, a una cultura e a una visione del mondo.
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