
di SERGIO PORTAS
Ci sono libri che non invecchiano. Su questo di Rita Mastinu, di Bosa, venuta a mancare da poco, mi ero imbattuto vent’anni fa: “Il tempo grande di Veneranda Siotto-Pintor”, Su tempu mannu ‘e Veneranda (Colloquia Edizioni s.r.l.). E ci avevo fatto un articolo andato in pagina con la Gazzetta del Medio Campidano del 6 aprile 2006: I Meda Modos e su tempu mannu ‘e Veneranda, avevano titolato in redazione. E non riesco a non pensare che quando Veneranda parla del suo “tempo grande” parli oramai anche del mio: “Appustisi beni lebiu, poi arriva lento, su tempus nostru mannu, il nostro tempo grande, lebiu i ke unu sonnu, lieve come un sogno, e parrede faghet unu sognu fattu in vida anzena, e sembra un sogno fatto in una vita estranea, la nostra giovinezza, sa nostra pizzinia (pag.46). Veneranda sta parlando con una giornalista venuta ad intervistarla al casale “Le volpi”, immerso nelle campagne toscane tra Volterra e Siena.
La sua giovinezza è stata interrotta da un colpo di fucile alle spalle che le ha portato via il marito, nel paese do O. (Orune, Orani, Orgosolo?) in provincia di Nùoro. Lei, chiusa la casa con la chiave il cui rumore metallico le si è incistato nella mente: trac,trac, trac, sepolto il marito all’alba dell’indomani, coi rintocchi della chiesa che cadevano su un paese deserto, l’indomani altro con i suoi cinque figli, una valigia ciascuno per mano, presero il treno e si imbarcarono per il Continente. A raggiungere una comunità di compaesani che in quegli anni, metà dei novanta, stava infoltendo le campagne toscane lasciate brulle (erano diventate pietraie e viperai) dagli antichi abitanti che si spostavano nelle città in cerca di un lavoro sicuro e di uno stipendio a fine mese.
Che il mestiere del pastore non conosce né feste né certezze, lui che il prezzo del latte, il prezzo del formaggio, non l’ha potuto decidere mai, lui che gran parte del suo vivere lo passa nella tanca, spesso in rifugi di fortuna, la notte con un tetto marezzato di stelle. Se li erano portati dalla Sardegna i greggi, le bestie stipate nelle stive dei traghetti fatiscenti della “Tirrenia”, terrorizzate e belanti quando il mare mosso le sballottava di qua e di là come in un terremoto senza fine. Ma i sardi che presero quelle decisioni trovarono quello che andavano cercando: pascoli di erba verde e vene d’acqua non effimere. Certo ci si doveva adattare, dormire su materassi di pagnotte dure come sassi, e se la notte avesse piovuto, era tutto un ammollo, i vestiti fradici, la ricerca di un briciolo di sole oltre le nuvole per riscaldarsi.
E poi, tremendo come una peste medievale che arriva improvvisa e miete vittime secondo logiche che solo la morte conosce, venne il tempo dei sequestri. “E allora, i sequestrati, non tornavano a casa”. Sardi sequestratori e assassini, che si accanivano anche su adolescenti e bambini (la diciassettenne Cristina Peruzzi, Francesco Del Tongo, nove anni figlio di un industriale aretino): Sardistan titolavano i giornali. Un fiume di soldi e di sangue. “Fu terribile, per noi e per i nostri figli! Con le camionette dei carabinieri ogni giorno davanti alle nostre case, e lo sguardo degli altri…di tutta la gente del paese su di noi!”. Un ostracismo che colpì ogni sardo, che si trovasse o no in Toscana e in centro Italia, “siete quelli che tagliate le orecchie ai bambini” mi sono sentito dire in quel di Milano ai quei tempi, e fino a chi emigrava all’estero se lo sentiva ripetere a ogni piè sospinto, sulla “Nuova” di qualche giorno fa lo ricordava anche Carlo Masala, oggi massimo esperto militare in Germania, di chiare origini sarde. Prima partirono gli uomini: “Se vado d’accordo coi toscani? Sicuramente!
Loro sono però di un’altra razza: siamo diversi. Io li rispetto e mi faccio i fatti miei. Perché bisogna adattarsi, quando si è in casa d’altri!”. A seguire le donne, i bimbi e gli anziani. Che se loro, le donne, avessero saputo cosa le aspettava…cosa mancava nel “nuovo mondo”? Mancava il paese, mancava la festa alla domenica col vestito buono, mancavano i morti del camposanto. Ma si dovettero adattare a vivere in casolari diroccati, lontano dalle città, lontano dal mercato dove ogni giorno, in Sardegna, si poteva incontrare tutto il mondo, sapere le notizie belle e brutte d’ogni famiglia, d’ogni parente. E i battesimi e le cresime…le maschere che escono al Carnevale. La lingua, che sa dare un nome alle cose del mondo, agli alberi in primavera, ai falchi che sorvolano il cielo scrutando avidi ogni stormir di fronda, al ninnare le culle dei nuovi nati perché facciano sonni ricchi di lucciole.
E vi pare poco? A Giancarlo Monticelli, nato a Ospedaletto Lodigiano nel’43, un passato di docente di italiano e latino nei licei, un diploma di recitazione all’Accademia dei Filodrammatici, di attività registica in gruppi teatrali di base, la Sardegna deve essere entrata nel cuore (ad Alghero è stato preside di scuola). Nelle sue direzioni i temi sardi sono predominanti, dalle ballate dei lari biancos di Francesco Masala, a “Su Vocabolariu” ispirandosi a quello etimologico sardo del Wagner, alla rappresentazione teatrale di questo “Tempu mannu ‘e Veneranda”, siamo nella primavera del 2006, gruppo di recitazione che nasce all’interno del Circolo culturale sardo di Milano, i “Meda Modos”.
Che il libro si presta di suo a una rappresentazione scenica, Rita Mastinu fa interagire la sua Grazia Campus, sarda di seconda generazione, facendola interloquire come giornalista dedita a un’inchiesta, con la comunità sarda che si è stabilita nelle terre toscane una generazione prima di lei, sono la “sua gente” quelli a cui va a fare domande, e l’intervista più difficile non è un caso sia quella che fa a sua madre, che è sempre stata avara del parlare di sé, delle difficoltà incontrate nel metterla al mondo, in una casa isolata, il telefono un sogno di fantascienza, il dottore che abita lontano. E quella volta babbo non era a casa neanche lui, sicuro che al settimo mese di gravidanza si potesse stare tranquilli, era al bar in paese: “Emanuele Campus…una fitza t’es naschida…”. Gli cadde il bicchiere dalla mano. Fu quella la prima volta che si prese una sbronza e che cadde da cavallo per strada. E fortuna che tra un casolare e l’altro, con un sistema di lenzuola bianche stese alla finestra, si potevano avvisare i vicini che c’era un’emergenza… e tia Meledda arrivò… Un sistema che i sardi hanno nel DNA, i nuraghi costruiti “a vista” l’uno dell’altro, e bastava un fuoco acceso nella notte nella torre di uno, per gettare l’allarme nella comunità di tutti.
Il libro è ancora molto bello a leggersi, capace di suscitare emozioni forti, di commuovere, perché lasciarlo addormentato, si deve essere chiesto Giancarlo Monticelli, proponendo a Giovanni Cervo presidente del circolo sardo milanese di farne una lettura di gruppo. Coinvolgendo i soci, cercando tra loro le “voci femminili” e quelle “maschili”. I maschi latitano come solito, fatto sta che oltre il vostro cronista, guspinese, solo Franco Marongiu, che è nativo di Bono e “ha passato il mare”che aveva sedici anni, si sono prestati alla bisogna, e almeno due ce ne volevano perché si potesse sentire il “Tres/Tres/chimbe!!”, di alcuni pastori che avevano aderito all’inchiesta del giornale e giocavano alla morra, e man mano parevano più intenti a una sfida guerriera “Chimbe!…Chimbe!.. deghe!!”.
Le voci femminili sono più numerose ed è giusto che sia così: tutto il libro è virato al femminile, la figura di Veneranda Siotto Pintor che si staglia, ieratica, vestita ancora a lutto, vera rappresentazione di una Sardegna antica che non ne vuole sapere di finire nel dimenticatoio. E Pierangela Abis, di Berchidda, la fa rivivere recitando un sardo sontuoso, ricco di poesia: “Su tempus nostru est su tempus mannu…pienu che sa piena de unu mare mannu (il tempo di noi vecchi è “il tempo grande”).
A intervistarla è Tina Turati-Grazia, milanese doc e sua grande amica nella vita, insieme accomunate dall’amore che hanno per la lirica, il bel canto, gli amici del loggione della Scala, la Sardegna. Anna Podda calca ancora i palcoscenici milanesi seppur da dilettante, figurarsi se l’intimorisce esibirsi in pubblico per una lettura di testo: “Se qualcuno mi domanda: “cosa vi mancava, più di ogni altra cosa, nei primi vostri tempi in Toscana?”, io rispondo che ci mancavano i nostri morti”. Anna Maria Carta ha babbo del capo di sopra e mamma campidanese, una voce che pare fatta per recitar poesia, in specie quella sarda di “Bustianu” Satta: “…Montes…campuras…baddes” (monti e campi e valli), a Babai Motzo, il nostro primo morto in Toscana, piaceva declamare i versi dei poeti, alle feste. Vennero in tanti a vegliarlo, la sera, che non bastarono le sedie ch’erano in casa e bisognò chiederle ad altri. A Rosa Muggianu, che ha sempre nel cuore la sua Atzara, tocca esprimere come: “Venendo qui…tutto è cambiato. Noi che eravamo state padrone e signore in casa nostra, in paese. E tutto era nelle nostre mani”.
A Mariangela Cervo, nativa di Carbonia, tutto il senso di estraniamento provato: “Quando venimmo a stare qui, a Saline dove nostro padre aveva acquistato una tenuta, la casa in cui abitammo era una grande villa del Seicento dove non c’era un mobile, una sedia…e neppure un letto!”. Tocca rimarcare che nulla si sarebbe potuto fare senza la vice-regia di Cinzia Schintu, di Chiaramonti, che già al tempo dei “Meda Modos” recitava la parte della madre di Grazia, a supportare quella puntuta di Giancarlo Monticelli. Per la lettura in pubblico anche io, come gli altri, mi sono vestito di scuro, a somiglianza di tiu Pietrinu che, “lo si vede da lontano che è sardo, col berretto calato fino al naso, i pantaloni marroni di vellutino e “su colpette” con tasche misteriose disseminate in ogni parte”. Anche lui in là con gli anni, e gli piace il sigaro “a fogu aintru”, come fosse un bandito, ma a vederlo ballare “su ballu tundu”, volteggia come fosse un ragazzo!
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Le foto sono di Pinuccio Sedda. A Cesare quello che è di Cesare…
Un articolo, racconto molto interessante. Anche struggente per certi passaggi di un libro che non conoscevo. E che mi piacerebbe leggere. Probabilmente sarà introvabile.