IL SANDRO PERTINI DI GIANLUCA SCROCCU: UNA PAGINA DI STORIA RACCONTANDO LE VICENDE DEL PRESIDENTE PIU’ AMATO DELLA REPUBBLICA ITALIANA

Viviamo con disagio un tempo costellato da comportamenti di homo sapiens che fanno pensare a una sua cecità ormai irrevocabile riguardo la capacità di sopportazione di azioni nefaste da parte del pianeta che lo ospita da non più di duecentomila anni, un soffio se paragonati ai miliardi che la terra può vantare da che si è messa a girare attorno alla sua stella che la irradia. Un batter di ciglia (diecimila anni) da che le tribù, i gruppi, le famiglie, di raccoglitori-cacciatori che siamo stati, si sono fatti ingabbiare in alte mura di mattoni per costruirvi templi e regge destinati a ospitare sacerdoti e faraoni. E da allora le città-stato, gli stati nazionali, tutti con le loro bandiere, i loro agguerritissimi eserciti, si sono guardati in cagnesco, aspettandosi l’un l’altro di essere prima o poi attaccati dai loro vicini, che in prima istanza vogliono rubare loro la “sacra terra della nazione”.

Da qui le guerre che sapete. In attesa di un sano ravvedimento della specie (destinata diversamente e miseramente a estinguersi come i dinosauri, che pure hanno regnato sulla terra per milioni di anni) non è inutile cercare di interrogarsi intorno alle vicende della storia che ci ha portato al punto in cui siamo arrivati, se non altro per vedere di evitare gli errori più marchiani che sappiamo oramai essere forieri di catastrofi. L’ultimo libro di Gianluca Scroccu (Cagliari, 1977) a me pare possa ben servire alla bisogna, titolo: “Sandro Pertini”, Salerno Editrice, febbraio 2026. Scroccu, copio dalla Sisco (Società italiana per lo studio della storia contemporanea) è all’Università di Cagliari, Dipartimento di Lettere, Lingue e beni culturali. Nell’ateneo dove adesso insegna si è laureato in Lettere nell’anno 2000 (una tesi proprio su Sandro Pertini) e ha poi conseguito un Dottorato di ricerca in Studi Storici per l’età moderna e contemporanea all’Università di Firenze, cinque anni dopo.

Da qui tutta una serie di pubblicazioni, di libri, che vertono sulla storia politica e sociale della storia Repubblicana italiana e delle vicende dei partiti della sinistra tra XIX e XXI secolo. Ma non solo. Sandro Pertini è figlio della prima “grande guerra”, nasce a Stella (3700 abitanti) nel savonese nel 1896, da famiglia benestante tanto che può frequentare un liceo, dai gesuiti, la mamma è “cattolicissima”, e poi l’università a Genova (ma si laurea in giurisprudenza a Modena nel1923). Richiamato per la guerra farà il suo dovere in trincea con le stellette da ufficiale e come torna a casa è centrifugato dalla storia impetuosa del fascismo nascente, suo fratello Pippo ne sarà affascinato e aderirà con entusiasmo al Partito nazionale Fascista messo su da Benito Mussolini. Sandro, in modo persino paradossale, non sceglierà invece il partito dei padroni, a cui egli appartiene per nascita e censo, ma quello dei poveracci che mai aveva avuto un ruolo significativo nella politica nazionale, il Partito socialista di Turati e Matteotti. E dopo l’assassinio di quest’ultimo (1922) la sua adesione diverrà assoluta, una vera e propria scelta di vita, il partito innanzi tutto. Pagherà con decenni di carcere e confino, senza mai deflettere, vergognandosi che la mamma (il padre morto che lui ha dodici anni) abbia potuto pensare di scrivere una domanda di grazia al Duce d’Italia.

Che del resto si guarderà bene dall’accettarla, nelle carte di polizia è segnalato come: irriducibile. Tra le galere in cui è costretto, incontra a Turi un altro carcerato vittima come lui di “tribunale speciale”, Antonio Gramsci, e per il tempo che li terrà insieme nell’”ora d’aria”, stringeranno una solida amicizia. Prima aveva fatto in tempo a prendere parte al fortunato tentativo di far espatriare il leader del socialismo italiano Filippo Turati, l’11 dicembre 1926, partendo in motoscafo dalla Liguria e approdando prima in Corsica e poi in Francia. Soldi ne avevano pochi, per campare a Parigi, Pertini fa il lava-macchine, poi si trasferisce a Nizza ed è manovale per alcune ditte edili. Ma è insofferente, vuole rientrare in Italia e nel 1929 è a Pisa dove “cospira”, il destino vuole che si giochi la partita di calcio Pisa-Savona e che, al seguito dei tifosi liguri, un fascista savonese lo incroci per via, lo riconosca e lo denunci. Si becca 10 anni e nove mesi di galera più tre anni di vigilanza speciale (nonché altri cinque anni di confino dal tribunale di Genova). Fu in questa occasione che, alla sentenza di condanna, se ne uscì con un: “Evviva il socialismo”! “Abbasso il fascismo”! Che gli costò un inasprimento di pena da scontarsi nel penitenziario dell’isola di santo Stefano.

Il suo carattere “fumantino” non faceva sconti di sorta, l’avrebbero sperimentato avversari politici ma anche compagni di partito durante tutta la sua attività politica, una volta finiti la guerra e fascismo e monarchia. La caduta del fascismo nel luglio del ‘43, Mussolini arrestato dai carabinieri su ordine del re, lo trova confinato a Ventotene, ma nell’agosto è già a Roma immerso nell’attività di resistenza ai nazi-fascisti tanto che a fine mese, rifinisce in carcere. In cella con lui Giuseppe Saragat, gli avessero detto allora che ambedue sarebbero stati in seguito presidenti della nuova Repubblica italiana, si sarebbero fatti una bella risata. Torturato, condannato a morte, evade con Saragat nel gennaio dell’anno dopo, si occuperà di ricostruire la federazione giovanile socialista e, finalmente un po’ di fortuna, incontrerà una giovane staffetta partigiana, più giovane di lui di venticinque anni, Carla Voltolina, destinata a diventare la sua compagna di vita, si sposeranno l’8 giugno 1946, qualche giorno dopo la nascita della Repubblica.

Poi è a Milano, più intransigente che mai soprattutto coi suoi che trattano la resa di Mussolini, mercé i buoni propositi del cardinale Schuster, il 28 aprile dai microfoni di radio Milano libera: “…Egli dovrà essere consegnato ad un tribunale del popolo, perché lo giudichi per direttissima. E per tutte le vittime del fascismo e per il popolo italiano dal fascismo gettato in tanta rovina, egli dovrà e sarà giustiziato. Questo noi vogliamo nonostante che pensiamo che per questo uomo il plotone di esecuzione sia troppo onore. Egli meriterebbe di essere ucciso come un cane tignoso”. Due giorni prima in piazza Duomo, un Pertini ormai cinquantenne, coi capelli bianchi, aveva tenuto un grande comizio, sotto il monumento di Vittorio Emanuele II, per festeggiare la ritrovata libertà, davanti a una massa di partigiani in armi.

Quest’anno per il 25 aprile anche io ero seduto sotto la statua del re in attesa che arrivasse il numerosissimo corteo partito da corso Venezia, ebbro di felicità per lo scampato pericolo costituito dal tentativo di manomettere alcuni articoli della carta costituzionale scaturita dalla sconfitta del nazi-fascismo, perpetrato dall’attuale governo a trazione neo-fascista. Incredibilmente i ragazzi, i giovani, che di Pertini e dei suoi compagni di quel periodo che quella Carta avevano contribuito a far nascere, ben poco sapevano, l’avrebbero adottata, fatta loro, avrebbero votato No al referendum. Avrebbero impedito il tentativo autoritario di cambiare questo paese che diversamente sarebbe continuato con premierati e autonomie differenziate. Il corteo si era fermato causa il “pasticcio della brigata ebraica”. Micol Meghnagi sul “Manifesto” del 3 maggio, titolo del pezzo: “25 aprile, lo scontro tra antifascisti e narrativa israeliana”, intervista Valentina Pisanty, dell’università degli studi di Bergamo, che studia retoriche del razzismo, negazionismo e politiche della memoria. Dice la studiosa: “…La bandiera israeliana e quella della Brigata sono state fatte confluire nello stesso spazio simbolico. Sventolare la bandiera dello Stato di Israele significa posizionarsi non soltanto rispetto alla storia della Brigata ebraica, che ha sì avuto un ruolo, seppur marginale, nella liberazione dell’Italia dal nazifascismo, ma anche rispetto al presente. E il presente è segnato dai crimini di Israele a Gaza e in Cisgiordania”. Per moltissimi dei partecipanti questo è risultato intollerabile. Come intollerabile è il rapimento dei due pacifisti la flottiglia, in acque internazionali, da una barca battente bandiera italiana. Al momento di questo scritto il nostro governo brilla per afasia, tace per codardia, è obiettivamente connivente. Scrive sullo stesso numero del “Manifesto” Iain Chambers (Israele laboratorio della modernità): “…Oggi assistiamo all’erosione della democrazia in processi e procedure indissolubilmente legati al genocidio a Gaza.

In altre parole lo Stato di Israele non è l’eccezione che vorremmo credere che sia. E’ un laboratorio della modernità, non solo nella sua eccezione coloniale o come banco di prova per armi e sistemi di sorveglianza da esportare, ma come modalità di governo che le istituzioni della governance occidentale, nella loro indifferenza e doppiezza, hanno finito per accettare…E’ anche la nostra storia…la Palestina è la nostra maestra. Ciò che si sta svolgendo nel Mediterraneo orientale da diversi anni (in realtà, da molti decenni) ha capovolto e stravolto la nostra cultura e le sue giustificazioni politiche, mettendo a nudo un corpo sempre più in via di decomposizione…La brutalità della polizia a Berlino o a Londra contro chi si oppone alla politica coloniale letale dello Stato sionista è solo la forma più visibile dell’attuale gestione della crisi da parte dello Stato cosiddetto democratico”.

Sandro Pertini ha speso la sua vita per far sì che la democrazia potesse nascere anche nel nostro paese, che potesse durare, quando nel giugno del 1960 il governo Tambroni,  che aveva ottenuto una stentata fiducia alle camere grazie anche ai voti monarchici e missini, autorizzò il congresso dell’Msi a Genova, medaglia d’oro della resistenza, trovò il suo culmine dell’opposizione proprio con l’infuocato comizio di Pertini: “ Ogni atto ogni manifestazione dei neofascisti è una chiara esaltazione del fascismo, e poiché il fascismo in ogni sua forma è considerato reato dalla Carta Costituzionale, l’attività dei missini si traduce in una continua e perseguibile apologia di reato. Si tratta poi di un congresso che viene qui convocato non già per discutere, ma per provocare, per contrapporre un vergognoso passato alla Resistenza, per contrapporre bestemmie ai valori politici e morali affermati dalla Resistenza”. Il discorso fu definito “u brichettu”-il fiammifero-che avrebbe incendiato le giornate di Genova (Tambroni si dimise nel luglio successivo).

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