
Mauro Carta presidente ACLI Sardegna
di LUIGI ALFONSO
La Sardegna ha perso oltre 85mila residenti tra il 2006 e il 2026. Al 1° gennaio 2026, la popolazione residente si è attestata a 1 milione 554mila unità, un valore che nasconde una patologia demografica acuta. Il tasso di fecondità è scivolato all’estremo limite di 0,85 figli per donna, il dato più basso d’Italia e tra i più critici dell’intera Unione europea, in un raffronto impietoso con la soglia di sostituzione generazionale fissata a 2,1.
Con una popolazione over 65 che raggiunge il 28,1% (la Sardegna è la seconda regione più vecchia d’Italia, dopo la Liguria) e una quota di giovani sotto i 15 anni crollata al 9,4%, le proiezioni per il 2050 dicono che la popolazione attiva è destinata a scendere sotto la soglia critica del 50%, mettendo a rischio la sostenibilità stessa del sistema di welfare regionale (si dovrebbe arrivare a un milione 240mila residenti). Sono alcuni dati del rapporto Mete 2026, un’analisi proposta dal Crei-Acli Sardegna e dallo Iares.
La pubblicazione, coordinata dalla ricercatrice di scienze sociali Vania Statzu, offre tantissimi spunti di riflessione. «Il calo delle nascite non è l’esito di un rifiuto della genitorialità, ma di una “sospensione decisionale” forzata», spiega Statzu. «I sardi desiderano ancora avere figli, ma si scontrano con una precarietà strutturale che investe il lavoro, la casa e il tempo». Un aspetto molto importante perché la disponibilità finanziaria sta influendo anche su altre scelte. Tra demografia e redditi, infatti, esiste una relazione inscindibile. La Sardegna, peraltro, si conferma una terra a “due velocità”: da un lato i poli urbani e turistici che mantengono una certa vitalità, dall’altro le aree interne che continuano a subire perdite di popolazione per la mancanza di servizi e di prospettive per i giovani.
Ultimamente, forse a causa della crisi internazionale, si assiste a una contrazione nella “fuga” di giovani per motivi di studio: i giovani sardi che hanno scelto un ateneo lontano dalla Sardegna costituiscono il 15,69% del totale regionale. «Pur lavorando entrambi, i nostri redditi non ci consentono più di sostenere le spese universitarie del nostro secondogenito», spiegano Paolo e Gabriella, impiegato il primo e infermiera professionale la seconda. «Con la nostra prima figlia, non abbiamo avuto grandi problemi: voleva iscriversi alla Bocconi di Milano, in Economia e commercio, e l’abbiamo accontentata pur con qualche sacrificio. Lo abbiamo fatto in maniera convinta e la scelta si è rivelata azzeccata perché, dopo aver conseguito la laurea con il massimo dei voti e la lode, è stata subito contattata e assunta da una multinazionale che si occupa di trasformazione di prodotti petroliferi, con sedi a Londra e in tante altre città del mondo».
«Con il figlio maschio, più giovane di sette anni, non siamo riusciti a fare lo stesso, per mancanza dei soldi necessari: durante il periodo Covid, infatti, ho perso il lavoro e sono rimasto fermo per circa sette mesi, dunque abbiamo dovuto attingere ai nostri risparmi», precisa Paolo. «Dopo ho trovato impiego in un’azienda privata, ma è un part time che non consente di fare grandi cose, anche perché ancora c’è da pagare una robusta rata del mutuo casa. Alla fine, nostro figlio si è iscritto all’Università di Cagliari. Speriamo che anche lui trovi uno sbocco occupazionale: ci sentiamo un po’ in colpa, anche se lui ha capito che non si trattava di una cattiva volontà da parte nostra. Proprio non ce la facciamo con le spese per l’affitto di una casa e il vitto».
La prima figlia ha fatto la Bocconi. Il secondo, più giovane di sette anni, si è iscritto all’Università di Cagliari. Ci sentiamo un po’ in colpa, anche se lui ha capito che non si trattava di una cattiva volontà da parte nostra. Proprio non ce la facciamo con le spese per l’affitto di una casa e il vitto
«Sono originaria di un piccolo paese della Sardegna e ho vissuto in prima l’esperienza da fuori sede a Cagliari», spiega Alessandra Pisu, dottoranda in Statistica sociale presso l’Università di Cagliari, che studia soprattutto la parte riguardante le disuguaglianze scolastiche ed educative. Per il rapporto Mete si è occupata del capitolo dedicato alle migrazioni universitarie. «Ho toccato con mano le difficoltà delle scelte effettuate da numerosi colleghi. Il report Mete si concentra soprattutto sugli spostamenti verso la penisola e l’estero ma, in una regione come la Sardegna, anche la scelta di iscriversi ai due poli universitari di Cagliari e Sassari può considerarsi una piccola migrazione, a causa delle difficoltà nei trasporti e nella mobilità interna: comportano gli stessi costi di affitto, vitto e trasporto, che incidono in egual misura sulle famiglie. Gli spostamenti fuori dall’Isola spesso vengono vissuti anche come un investimento sul proprio futuro lavorativo: tra i giovani sardi è molto diffusa l’idea che nell’Isola le opportunità occupazionali siano limitate, come del resto in tutto il Mezzogiorno. Partire durante l’università consente di costruire o inserirsi nelle reti, conoscere il territorio approfittando di tutte le tutele e le agevolazioni per gli studenti universitari».

«Per alcuni aspetti, come le mense e i trasporti urbani, il sistema ancora riesce a garantire un supporto a questi giovani, anche attraverso servizi esternalizzati», prosegue Pisu. «Il problema principale resta quello dell’alloggio. Gli enti per il diritto allo studio, da soli, non riescono a compensare l’aumento dei prezzi degli affitti, pur con alloggi dedicati, soprattutto nelle città dove convivono domanda universitaria, turismo e lavoro. Questo rischia di trasformare il diritto allo studio solo a chi dispone di adeguate risorse economiche familiari oppure a chi è disposto a studiare e contemporaneamente lavorare. Non a caso, molti di questi giovani continuano a condividere un appartamento con altri lavoratori o studenti per diversi anni, una volta terminato il corso di studi, in quanto nei primi tempi gli stipendi sono bassi e le spese comunque elevate, specialmente nelle grandi città. Tutto ciò fa rinviare i percorsi di autonomia abitativa e indipendenza economica. In questo senso, il problema della mobilità universitaria si intreccia con quello più generale del costo della vita e delle difficoltà che i giovani incontrano nel raggiungimento dell’indipendenza abitativa e della stabilità economica. Le università oggi stanno vivendo ciò che in passato hanno vissuto le scuole superiori: quando un livello d’istruzione diventa più diffuso e accessibile, le differenze sociali non spariscono ma tendono a spostarsi su altri aspetti, per esempio il prestigio dell’ateneo, la possibilità di studiare fuori sede, vivere in certe città, fare esperienze internazionali. Ecco perché, sempre di più, contano le risorse economiche che sostengano certi percorsi».
«Io rappresento un caso tipico», commenta Francesco Mureddu, vicepresidente del Centro studi di The Lisbon Council, che ha sede a Bruxelles e lavora principalmente sull’innovazione e i progetti europei, con una particolare attenzione alle politiche Ue legate alla tecnologia. «Sono partito giovanissimo all’estero, dove ho studiato e iniziato a lavorare tra Germania, Belgio e Spagna. Poi sono rientrato in Sardegna, anche se continuo a viaggiare quando è necessario. Le tecnologie oggi consentono di lavorare anche a distanza, per lo meno in certi ambiti, guidando dei team e comunicando da un Paese all’altro. Il mio gruppo, per esempio, è composto da persone che vivono in tanti Paesi di tutta l’Europa. Inoltre, le normative sul rimpatrio in Italia consentono di avere agevolazioni fiscali alle persone che ritornano in Sardegna dopo aver avuto la residenza all’estero, per un certo numero di anni. Queste cose aiutano a contenere la cosiddetta fuga di cervelli e a ritornare in patria. Ma di quale parte della Sardegna parliamo? Io sono originario di Carbonia (Sulcis Iglesiente, ndr) ma mi sono stabilito a Cagliari, perché in questa città sono sicuro di avere un certo livello di servizi (casa, asilo, scuole, sanità, aeroporto, una banda larga che funziona bene) per me, per i miei figli e in generale per la famiglia. Se però parliamo di alcune parti dell’Isola, è chiaro che si debba fare ancora molta strada».
«Molte famiglie non riescono a mandare fuori i figli a studiare? Il fenomeno non è nuovo», prosegue Mureddu. «Io stesso, sono andato a studiare all’estero grazie a due borse di studio: una della Regione e una della Fondazione Einaudi di Torino. Oggi il fenomeno è più accentuato perché gli stipendi reali, in Italia, non crescono da 30 anni. In questo periodo, andare a studiare nel Regno Unito, in Germania o in Francia è davvero molto più complicato, anche perché sono aumentati di parecchio gli stipendi ma anche i prezzi, dunque ai genitori sardi costa di più sostenere gli studi di un figlio. Una soluzione? La Regione Sardegna dovrebbe rendere più accessibili le borse di studio: da una parte, fare un’esperienza fuori è molto importante e formativa; dall’altra, comprendo che la Regione abbia tutto l’interesse a far studiare i giovani sardi nei nostri atenei. Occorre trovare un equilibrio tra le cose e poi offrire degli incentivi per il rientro in Sardegna. Sarebbe importante, allo stesso tempo, creare incentivi affinché le menti di Paesi terzi vengano a lavorare nella nostra isola. Ma questo è già un provvedimento di respiro nazionale, che già avviene con i dottorati di ricerca. Gli scambi culturali tra università sono un buon strumento».
«Andare fuori per studiare all’università è un movimento anticipatorio del mercato del lavoro», fa notare la demografa Luisa Salaris dell’Università di Cagliari. «Le famiglie sanno che, per trovare lavoro, spesso si è costretti a lasciare la Sardegna e giocano d’anticipo, se possono fare un investimento economico sul futuro di un figlio. Sicuramente, le famiglie più agiate sono avvantaggiate in queste scelte, ma questo vale anche per i nuclei che risiedono nei paesi dell’interno dell’Isola e mandano i ragazzi a studiare a Cagliari o a Sassari. Se guardiamo i dati demografici, l’emigrazione da noi è fisiologica. Non è mai sparita, anche se non è ai livelli degli anni ’60-’70. Dirò di più, sapendo di andare un po’ controcorrente: non sarebbe un problema se ci fosse una certa compensazione, per esempio con una elevata qualità dei servizi. Il problema è che noi scambiano giovani per vecchi: i nostri ragazzi vanno fuori per studio o lavoro, mentre qui arrivano soprattutto donne straniere di 50 anni circa. A fronte di un saldo migratorio con l’estero che nel 2025 è stato positivo (+4.243 arrivi, di cui il 45,8% dall’Europa e il 24,5% dall’Africa, ndr), ciò che incide è il saldo naturale. L’andamento è chiaro sin dagli anni Novanta, forse in tutto questo tempo non si è intervenuti in maniera decisa. È come passare il testimone e non trovare qualcuno che possa raccoglierlo».
Per Mauro Carta, presidente delle Acli Sardegna che hanno promosso il report, «occorrono piani a lungo termine con tre o quattro linee strategiche programmatiche. In Sardegna ci salviamo con il dato in controtendenza per quanto riguarda la cura alle persone, in particolare agli anziani, perché se ne occupano in prevalenza le donne sarde. La nostra regione, infatti, presenta un’anomalia strutturale nella care economy: si conferma la prima regione italiana per percentuale di lavoratori domestici di cittadinanza italiana (82,3% contro il 69% circa della media nazionale, ndr), con un 70,6% di badanti: nell’88,9% dei casi sono donne». Per quanto riguarda i giovani, non è un male fare esperienza lontano da casa. Assistiamo anche a un processo contrario: molti giovani sono arrivati nell’Isola grazie a programmi regionali come ForMed (Sardegna per il Mediterraneo), un progetto per la promozione della cooperazione internazionale tra le istituzioni universitarie della sponda Sud del Mediterraneo e della Sardegna, per garantire la mobilità degli studenti degli atenei di Tunisi, Algeri I e “Mohammed V” di Rabat (presto sarà allargato ad altre università, ndr) verso le Università di Cagliari e Sassari. Il problema è che, una volta giunti qui, hanno grosse difficoltà nel trovare casa».
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