
Duilio Caocci e Stefania Calledda
di MARCO BERNARDINI
Ci sono sere in cui la distanza geografica si annulla e la forza della letteratura riesce a trasportare un’intera platea tra le atmosfere dense, i silenzi e i conflitti morali di una Sardegna senza tempo. È quanto accaduto mercoledì 10 giugno 2026 a Vicenza, nella prestigiosa cornice della Biblioteca Civica Bertoliana – autentico fiore all’occhiello della cultura vicentina –, dove un pubblico numeroso e attento si è ritrovato per l’incontro “Grazia Deledda. La donna, le sue donne letterarie”.
L’evento, promosso e fortemente voluto dall’Associazione Culturale Grazia Deledda di Vicenza e dallo stesso Presidente della Civica Bertoliana, Alberto Galla che di cultura letteraria se ne intende, si è rivelato molto più di una semplice celebrazione accademica: è stato un viaggio intimo dentro la modernità di una scrittrice troppo spesso vittima di letture superficiali.
A guidarci in questo percorso è stata una coppia di relatori d’eccezione, capace di instaurare un dialogo serrato ed eclatante. Da un lato la brillante conduzione di Stefania Calledda, membro del direttivo dell’associazione e nuorese come la Deledda, la quale ha moderato l’incontro con una passione vibrante e un occhio di riguardo viscerale per la sua illustre concittadina; dall’altro, la straordinaria competenza del professor Duilio Caocci, docente di Letteratura Moderna all’Università di Cagliari, che ha offerto un’esposizione magistrale ed esaustiva del mondo Deleddiano.
Dalle parole del professor Caocci è emerso con chiarezza il profilo di una giovane Grazia che, fin dalle prime scuole frequentate a Nuoro, dimostrò di possedere una vera e propria marcia in più. In un’epoca che confinava le donne allo spazio domestico, la Deledda seppe andare contro ogni stereotipo, costruendosi un percorso biografico e letterario unico. Il professore ha magistralmente tracciato l’evoluzione di una scrittura che, partendo dal Verismo regionale, ha saputo spingersi fino alle sponde del Decadentismo europeo, esplorando temi universali come la fatalità, il senso di colpa e il ricatto morale, sempre sullo sfondo di quella Sardegna ancestrale che per lei non era folklore, ma geografia dell’anima.

La lente d’ingrandimento della conferenza si è poi posata sui capolavori della scrittrice. Ampio spazio è stato dedicato a “La Madre”, l’opera che forse più di tutte ne caratterizza la produzione: un dramma psicologico e morale devastante, il cui fulcro è rappresentato da una madre che scopre la relazione segreta del figlio sacerdote con una donna del paese. Ma la mappa letteraria tracciata da Caocci ha toccato anche le vette di “Canne al vento”, “Elias Portolu”, “La via del male”, “Cenere”, “L’Edera” e l’autobiografico “Cosima”.
Uno dei momenti più vivi dell’incontro, arricchito dai numerosi interventi di un pubblico partecipe, ha riguardato la sfera intima della scrittrice e il suo rivoluzionario matrimonio con Palmiro Madesani. In un tempo in cui la regola per una moglie era “casa e figli”, questo funzionario del Ministero delle Finanze intuì l’immenso e dirompente talento della consorte. Madesani fece una scelta per l’epoca impensabile: lasciò l’impiego pubblico per dedicarsi interamente alla gestione dei diritti e dei contratti della moglie, diventando a tutti gli effetti il suo agente letterario.
Un sodalizio insolito che se da una parte decretò il successo internazionale della scrittrice, dall’altra suscitò non poca ironia nella società del tempo. Memorabile l’aneddoto citato sulla reazione di Luigi Pirandello, il quale, quasi infastidito da questa operazione così moderna, arrivò a scrivere il romanzo satirico “Suo marito” proprio per ironizzare sulla figura di Madesani, descrivendolo come un uomo schiacciato dall’ombra della moglie.
La serata si è chiusa lasciando serpeggiare tra gli scaffali della Bertoliana un interrogativo cruciale, lanciato quasi come una provocazione intellettuale: come mai una scrittrice e poetessa del Novecento, capace di conquistare il Premio Nobel per la letteratura nel 1926, non ha ancora trovato il giusto e meritato collocamento nel canone culturale italiano, venendo spesso ingiustamente relegata a una dimensione puramente regionale?
Ai posteri l’ardua sentenza, verrebbe da dire. Ma uscendo dalla biblioteca l’impressione è un’altra: finché ci saranno associazioni capaci di promuovere incontri di questo livello e studiosi in grado di raccontare così da vicino la carne e il sangue dei personaggi deleddiani, la grandezza di Grazia Deledda continuerà a difendersi da sola, fiera e incrollabile proprio come le canne al vento della sua amata terra.
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Un onore e un onere, per una donna nuorese come me parlare della Deledda, per fortuna ci sono persone come Duilio Caocci che rendono tutto più semplice nella complessità.
Sempre più bravo Marco, hai colto i punti significativi della serata. I temi della Deledda sono universali e noi amanti della letteratura non smetteremo mai di leggere e rileggere le sue opere. Le associazioni culturali sono una fonte di divulgazione eccezionale.
GRAZIA DELEDDA 🌸❣