IL RAPPORTO CRENOS: IL PARADOSSO DI UN’ISOLA CHE CORRE (MA SOLO GRAZIE AI TURISTI) E INVECCHIA RINUNCIANDO A CURARSI

Un’Isola che corre più del resto d’Italia trascinata da un turismo da record, ma che resta intrappolata in un “inverno demografico” senza fine e in un sistema sanitario da “codice rosso”. È l’istantanea, nitida e spietata, scattata dal 33° Rapporto Crenos sull’economia della Sardegna, presentato questa mattina a Cagliari dal gruppo di ricerca coordinato da Marco Nieddu. I numeri del 2024 dicono che il Pil sardo è cresciuto dell’1,3%, segnando la seconda migliore performance tra le regioni italiane, superando sia la media nazionale (+0,7%) che quella europea (+1,1%). Ma dietro la facciata dei grandi numeri macroeconomici, il Rapporto rivela crepe strutturali profonde che mettono a rischio il futuro dell’Isola.

Il vero motore dell’economia sarda nel 2025 è stato il turismo: con oltre 4 milioni di arrivi e 17 milioni di presenze, il settore ha registrato una crescita a doppia cifra rispetto all’anno precedente (+13% arrivi, +12% presenze). Oltre la metà dei turisti (54%) è ormai straniera. Tuttavia, la direttrice del Crenos, Anna Maria Pinna, invita alla prudenza: “Il quadro va sostanzialmente bene, ma questo ‘sostanzialmente bene’ dipende da un settore sul quale non possiamo fare unico affidamento”, commenta ai microfoni dei giornalisti. Il turismo, avverte la direttrice, è un comparto ad alta varianza che risente dei mercati internazionali e genera benefici spesso diseguali, con retribuzioni mediamente più basse. Inoltre, il successo turistico ha una contropartita salata per i residenti: l’esplosione degli alloggi privati (+25%) ha spinto i canoni di locazione a un aumento del 46,6% rispetto al 2018, rendendo l’accessibilità abitativa una chimera in molti poli dell’Isola.

Uno dei dati più eclatanti del Rapporto riguarda il mercato del lavoro. Sebbene gli occupati siano cresciuti di circa 6.000 unità nel 2025, il 90% di questo incremento è riconducibile esclusivamente alla fascia d’età tra i 65 e i 74 anni. “L’occupazione aumenta per la permanenza nel mercato del lavoro della componente più anziana e non tanto di quella giovane», sottolinea Pinna, definendolo un dato che rivela molto sulla fragilità del sistema. Mentre gli anziani restano al lavoro (probabilmente per le riforme previdenziali), il tasso di disoccupazione totale in Sardegna torna a salire al 9,3%, in controtendenza con il dato nazionale in calo al 6,1%.

Il vero “buco nero” dei servizi pubblici resta la sanità. Nonostante una spesa pro capite di 2.604 euro (superiore alla media nazionale), la Sardegna detiene per l’ottavo anno consecutivo il primato nazionale per rinuncia alle cure (17,2%). La sfiducia è palpabile: «Il livello di soddisfazione rispetto alle prestazioni fornite è il più basso d’Italia dopo la Calabria», denuncia Anna Maria Pinna. Questa crisi spinge il 9,3% dei sardi a cercare cure fuori regione e contribuisce a rendere l’Isola poco attrattiva. Sul fronte demografico, il quadro è desolante: la popolazione cala per il quindicesimo anno consecutivo e il tasso di natalità (4,1 nati per mille abitanti) è il più basso d’Europa. Oggi in Sardegna si contano 300 anziani ogni 100 giovani.

Il cuore della ricerca Crenos-Nodi di quest’anno è l’attrattività. Perché i sardi emigrano e perché non tornano? Dall’indagine su mille rispondenti emerge che il 40% dei residenti considera seriamente di lasciare l’Isola, e il primo motivo non è il lavoro, ma la bassa qualità della sanità (indicata dall’86,6% degli intervistati). C’è però una domanda latente: molti emigrati vorrebbero tornare e sarebbero disposti a rinunciare mediamente a 317 euro di stipendio al mese pur di vivere in Sardegna, specialmente a Cagliari. Tuttavia, la mancanza di servizi e di supporto per la ricollocazione dei partner blocca i rientri.

In questo scenario di luci e ombre, emerge un segnale positivo dall’innovazione: la Sardegna mostra una specializzazione superiore alla media nazionale nella “Twin Transition”, ovvero i progetti che integrano investimenti verdi e digitali (14,6% contro il 9,7% dell’Italia). Una risposta endogena all’insularità energetica che potrebbe diventare un vantaggio competitivo se supportata da politiche adeguate.

Il Rapporto 2026, come sottolineato da Pinna, non è solo una lista di problemi, ma una chiamata alle armi per la politica: «Cosa dobbiamo fare per rendere questa terra più attrattiva?». La risposta, oggi più che mai, passa per la qualità della vita e dei servizi essenziali, gli unici in grado di trasformare un’Isola per turisti in una terra per i suoi figli.

Views: 167

Aggiungi ai preferiti : Permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *