
di GIANRAIMONDO FARINA
Alla fine di questa tornata elettorale “speciale” sarda, inserita nella “finestra” conclusiva di quelle italiane, vi è una riflessione importante da fare. Ed è quella proveniente dal comune di Pattada, non proprio uno qualunque in Sardegna. Terra di poesia, di artigianato, di storia e di cultura. Ma anche di profonda partecipazione civica. Si legge in una nota che abbiamo avuto modo di consultare, a spoglio avvenuto: “(…) Era importante salvare la democrazia dalla lista unica. Ed a Pattada è stato fatto”. Senza entrare nel merito specifico della competizione locale, il punto “toccato”, purtroppo, è proprio quello della lista unica. E si riferisce al suo proliferare, soprattutto (ma non solo) nei piccoli comuni. E’ segno di una crisi? Partiamo, innanzitutto dai dati.
Nell’isola sono andati a votare 148 comuni su 377 (il 39.3 %). I comuni superiori ai 15 mila abitanti erano tre, quelli inferiori 145 su 148 (il 98 %). Di questi 148, 60, un buon 40.54 %, sono stati quei comuni che hanno conosciuto la realtà della lista unica. Una situazione, poi, che, analizzando i vari contesti territoriali, assume differenti caratteristiche. Dei comuni votanti hanno avuto la lista unica ben il 57.14 % degli enti ogliastrini, seguiti dal 54.05 % dell’Oristanese, dal 50 % del Nuorese, dal 45.45 % del Medio Campidano e dal 44.44% del Sassarese. Chiudono la Gallura, con il 38.45 %, il Sulcis Iglesiente con il 33.33% e, sensibilmente staccata, l’area metropolitana di Cagliari con il 14.81%.
A far ulteriormente riflettere è anche il fatto che la lista unica, questa volta come non mai, è stata “accettata” in realtà, per un certo verso “grosse” se rapportate ai contesti territoriali in cui insistono. E parliamo di Mandas nel Cagliaritano, di Berchidda ed Oschiri in Gallura, di Barumini nel Medio Campidano, di Gavoi nel Nuorese, di Ilbono in Ogliastra, di Ghilarza e Paulilatino nell’Oristanese, per arrivare ad Ittiri nel Sassarese.
E’, questo, dunque, un impoverimento della rappresentanza? O il ricorso alla lista unica è stata un’aggregazione inclusiva per evitare la paralisi amministrativa?
Nei comuni con popolazione inferiore ai 5 mila abitanti i “fattori negativi”, nell’isola, sono, purtroppo tanti, vedendoli anche dal mondo dell’emigrazione.
In primis si parte da fattori negativi come il progressivo spopolamento e l’aumento dei carichi burocratici, con la difficoltà di trovare persone disposte a candidarsi. Il rischio realistico e paventato è quello di trovarsi con la mancanza di un’opposizione, con l’appiattimento del dibattito pubblico e con il disimpegno civico.
La questione, naturalmente, è molto delicata. E riguarda anche gli ordini professionali, ove, però, questo discorso è sviluppato ulteriormente e potrebbe rappresentare il risultato di un confronto reale e maturo che ha portato ad una sintesi. E’ la cosiddetta “democrazia ordinistica”, che si realizza prima, quando si costruisce una proposta credibile di governance dell’ordine.
Nel caso delle elezioni comunali, e soprattutto di quelle di comuni inferiori ai 5 mila abitanti, come l’alta percentuale di quelli sardi che in questa tornata elettorale hanno ricorso alla lista unica, la democrazia rappresentativa resta, certo, ma perde pluralismo e competizione. E’, sostanzialmente, la crisi dei piccoli comuni. Ove a mancare non é solo il lavoro, o le fognature e le strade da riparare, ma anche la possibilità concreta di scegliere.
Le liste uniche non sempre, purtroppo, sono una soluzione. A volte sono il risultato di paesi sviliti, stanchi ed impoveriti. Che molti giovani hanno abbandonato, pur rimanendovi legati. Si tocca, quindi, un punto nevralgico quando lo spopolamento diventa una questione democratica, forte ed urgente. Un paese che perde abitanti perde la strada per il proprio futuro.
Poi vi è l’altro aspetto, quello ancora più delicato e connesso con la nuova legge elettorale riguardante i mandati dei sindaci nei piccoli comuni. Norma che, per i comuni al di sotto dei 5 mila abitanti, non prevede più un limite. E questo potrebbe diventare un problema. Quello giornalistico dei “sindaci a vita”. Con un potere che rischierebbe, alla lunga, di incancrenirsi rimanendo nelle stesse mani. La scelta di eliminare il limite dei mandati affronta la causa della crisi, ma rischia di adattarsi ai suoi effetti. La continuità amministrativa, pertanto, se non seguita da un ricambio, può portare all’immobilismo. Il vero problema, dunque, nasce quando un comune rischia di identificarsi con una sola visione di futuro, delineato da un gruppo al potere, con il rischio di “restringimento della base democratica”.
La mancanza di candidati, pertanto, si potrebbe “curare” ricostruendo le occasioni di partecipazione. Con regole semplici, concrete e vicine alla vita reale. E strumenti capaci in grado di formare nuove persone, impedendo che tutto resti in poche mani. La politica e l’impegno politico sono un servizio. In toto. Ed in piccoli comuni come quelli sardi, di una regione a statuto speciale con legislazione esclusiva in materia di enti locali, sarebbe il caso di pensare a “nuovi spazi di ascolto”. Magari facendo riferimento all’istituzione di una “consulta civica” in grado di coinvolgere cittadini, associazioni, giovani, anziani, professionisti e, soprattutto, emigrati. Si, i tanto conclamati e vituperati emigrati, per certi versi “ambasciatori di Sardegna”, in positivo e, per altri, esclusi e messi da parte. Senza considerare alcuni dati importanti ed imprescindibili. Perché proprio la Sardegna, lo ribadiamo da tempo, può dare una “lezione”. Si tratta, infatti, della regione che, in proporzione, ha fra i più alti numeri di iscritti all’AIRE (Anagrafe Italiani Residenti all’ Estero), che, in alcuni piccoli comuni di subregioni storiche come la Planargia, raggiungono una cifra rilevantissima che, però, non viene per niente intaccata dall’art.2 comma 2 della l.r. n.10/2011. Questa norma, infatti, nella formazione del quorum nei comuni con popolazione inferiore ai 3 mila abitanti, statuisce che “non sono computabili fra gli elettori nelle liste elettorali del comune gli iscritti all’ AIRE”. Normativa che la Regione Autonoma della Sardegna, avendo prerogativa primaria in materia, avrebbe potuto e dovuto rivedere ed emendare. Non comportandosi da “Giano Bifronte”. Da un lato, in materia di enti locali, ricompaiono le “vecchie” province e si estendono improponibili “città metropolitane” fino a Sa Serra di Benetutti per garantire una “maggiore vicinanza delle istituzioni ai cittadini” ed a tutela dei piccoli, costituendi, “potentati politici” locali. Dall’altro lato, invece, si continua, impassibili, ad assistere alla progressiva erosione della partecipazione democratica nei piccoli comuni sardi. Senza “colpo ferire” e pur avendone gli strumenti legislativi per ovviarvi.
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Complimenti, un analisi perfetta di una situazione che va avanti già da diversi anni