MARIA ENRICA LOBINA, LA SFIDA DI TRADURRE IL BUDDHISMO IN FILANTROPIA

Maria Enrica Lobina, dopo 25 anni di incarichi qualificati in diversi ambiti del non profit, ha accettato la proposta dei vertici dell’Unione Buddhista Italiana di costruire ex-novo un ente che tentasse laicamente la traduzione di uno dei pilastri di quella tradizione, la generosità, in esperienza filantropica. E racconta di cosa lei, donna laica, abbia imparato da quei principi

«Sono nata in una provincia del sud Sardegna dove scegliere l’esonero dall’ora di religione, all’inizio degli anni Novanta, era quasi un atto rivoluzionario. Quando ho iniziato la prima media era il primo anno in cui veniva introdotta la possibilità di seguire l’ora alternativa. Io la scelsi subito. Non per ribellione, ma per convinzione: la scuola, per me, doveva essere laica».

Racconta Maria Enrica Lobina, direttrice di Wisedana Foundation: «La vita ha un certo senso dell’ironia: oggi dirigo una fondazione laica, che si ispira ai valori del buddhismo». Ma non ha mai vissuto questa cosa come una contraddizione. «Non si tratta di appartenenza religiosa. Per me il punto è sempre stato il metodo». Dopo oltre venticinque anni nel non profit – tra raccolta fondi e responsabilità di direzione in grandi istituzioni, dalla prima edizione del master in Management delle imprese non profit in Bocconi di Giorgio Fiorentini alla Fondazione Umana Mente dei primi anni, dal Centro Benedetta d’Intino di Cristina Mondadori fino alla Fondazione Ieo Monzino – Lobina si è trovata davanti a una sfida diversa: costruire qualcosa che non esisteva.

«Quando nel 2023 Filippo Scianna, presidente dell’Unione Buddhista Italiana – Ubi, mi ha coinvolta in questa riflessione, non sapevamo ancora cosa sarebbe nato: non c’era una fondazione da costruire ma una domanda da esplorare». L’idea iniziale era lavorare attorno a un concetto centrale nella tradizione buddhista: la generosità. «Per un buddhista è una qualità fondamentale: è la prima delle sei, le virtù che guidano il cammino di sviluppo interiore nel buddhismo Mahāyāna (seguita da moralità, pazienza, energia, concentrazione e saggezza). Da lì siamo partiti: dal tentativo di capire come questa pratica potesse tradursi, oggi, in un’esperienza filantropica concreta», dice Lobina.

L’iniziativa nasce su impulso di Ubi, che destina parte dei fondi dell’8×1000 a progetti di interesse sociale. La domanda da cui tutto è partito era semplice e radicale: «Se una persona volesse donare ispirandosi a una visione buddhista, troverebbe uno spazio per farlo in coerenza con i propri valori?». La risposta è diventata un laboratorio di innovazione filantropica. «Wisedāna è l’unione della parola inglese Wise, e di quella in lingua pāli, Dāna, e significa letteralmente “donare saggiamente”. All’inizio, la domanda non era tanto che cosa costruire, ma perché farlo. Con Scianna siamo partiti da una serie di interrogativi: quale senso avrebbe avuto creare una realtà che affiancasse l’Ubi? In che modo avrebbe potuto generare valore? Come valorizzare e amplificare l’impegno già in atto nella creazione di valore sociale? E soprattutto, come contribuire a generare il maggior beneficio possibile per tutti gli esseri senzienti? Tanto lavoro di confronto e riflessione con l’obiettivo di scavare in profondità alla ricerca di senso compiuto e scopo.

C’è un ricordo fotografico di quell’inizio? In ufficio c’è una grande lavagna bianca, che abbiamo cominciato a riempire con quelle domande, linee possibili, ipotesi. Quelle intense riunioni davanti alla lavagna sono il ricordo fotografico di quell’inizio. All’inizio di fronte a quella lavagna eravamo solo in due. Oggi siamo in nove. Un team giovane: quasi metà delle persone non ha ancora trent’anni. Forse proprio per questo c’è una grande disponibilità a stare dentro la complessità, senza cercare soluzioni facili o preconfezionato. Lavoriamo su un terreno ancora poco esplorato, soprattutto nel contesto italiano. Siamo molto consapevoli del fatto che stiamo percorrendo una strada non tracciata. Questo richiede flessibilità mentale, capacità di adattamento continuo e anche una certa onestà e apertura nel rimettere in discussione le scelte fatte. Il punto di tenuta per Wisedāna Foundation è la qualità delle relazioni umane.

Perché? Perché il perno del nostro lavoro è la fiducia reciproca. E soprattutto un’onestà intellettuale molto forte nel riconoscere il valore delle altre persone e nella capacità che questo gruppo di lavoro ha di mettersi in discussione sempre e fino in fondo. Wisedāna Foundation esiste perché esiste una squadra. Abbiamo scelto persone, non ruoli. La struttura si ridisegna continuamente intorno alle loro competenze, che sono in evoluzione. Credo che questo consenta alle persone di dare il meglio perché sono messe nelle condizioni di farlo.

Chi lavora con lei? Marta Turchetta è presente fin dall’inizio e accompagna il racconto e l’evoluzione di Wisedāna Foundation, lavorando sui temi della comunicazione. Sull’area program operano Francesco Banfi e Roberto Giuliani, con un ruolo chiave nello sviluppo delle relazioni con le organizzazioni partner e nell’implementazione di nuovi percorsi di partenariato. A questo si affianca il contributo di Nicola Giordano, esperto internazionale di evaluation and learning, che sta rafforzando questa dimensione del lavoro. Beatrice Marzi sta seguendo le operazioni e lo sviluppo di una piattaforma digitale innovativa, portando anche una solida esperienza nella comunicazione umanitaria, mentre Paola Comoretto e Giovanna Buonora presidiano l’area dedicata ai grandi donatori. Ognuno porta un pezzo fondamentale e abbiamo tutti molto chiaro perché facciamo quello che facciamo. Questo lavoro non esisterebbe senza il contributo di ciascuno. Al di là di cosa ciascuno fa, il valore aggiunto è il come all’interno di Wisedāna Foundation ciascuno porta sé stesso.

Beh, insomma nel momento in cui tutto parla di intelligenza artificiale, il fattore umano è decisivo.

Alla fine, nonostante strumenti digitali, piattaforme e intelligenza artificiale, il luogo in cui tutto si ricompone resta sempre lo stesso. Ci ritroviamo ancora lì, davanti a quella lavagna. È il nostro punto di incontro per tornare a confrontarci, a rimettere in discussione le strategie. Il contesto cambia, e noi con lui.

E sulla lavagna che cosa appare, via via? Poco alla volta, ha preso forma l’idea di quello che poi, solo dopo qualche mese, avremo chiamato Wisedāna Foundation. Una fondazione laica e internazionale, con sede in Italia e in Svizzera, che si occupa di intermediazione filantropica con un approccio innovativo. Da questa riflessione è emerso il nucleo del nostro approccio,radicato in un preciso quadro valoriale.  Il punto era riconoscere che il Terzo Settore è ricco di esperienze, competenze e capacità operative spesso sottovalutate. «La vera domanda era: serve davvero un’altra organizzazione? Oppure serve qualcosa che aiuti ciò che già esiste a funzionare meglio, a connettersi, a crescere? Ed è proprio in questa scelta di posizione, più che in un modello operativo, che entra in gioco l’ispirazione buddhista: in concreto unire donatore e organizzazioni del settore in una relazione non fine a sé stessa ma compassionevole, consapevole e trasformativa.

Qui il riferimento al buddhismo, mi pare di capire, smette di essere un’ispirazione astratta e diventa un orientamento operativo. Nel buddhismo tutto parte da una constatazione semplice e radicale: la sofferenza esiste. Non come eccezione, ma come parte costitutiva dell’esperienza umana. Questa consapevolezza si accompagna a un secondo elemento, altrettanto centrale: la sofferenza non è casuale. Ha delle cause. E proprio perché ha delle cause, può essere trasformata. Questo è stato un passaggio molto importante per noi, se la sofferenza ha delle cause, allora il punto non è solo alleviarla nel breve periodo, ma comprendere cosa la genera e come intervenire sui meccanismi che la generano.

Come si traduce tutto questo nella filantropia? Implica un cambio di prospettiva: spostare lo sguardo dagli effetti alle cause profonde, interrogandosi su quali dinamiche generano i problemi e su come intervenire per produrre un cambiamento più duraturo. Ci sembrava la via più coerente con il quadro valoriale da cui partivamo. Questo, per noi, ha significato prima di tutto fidarsi. Delle organizzazioni, della loro capacità di leggere i contesti e orientarsi producendo risposte consapevoli e competenti. La fiducia non semplifica la complessità, ma permette di attraversarla. E, nel tempo, rende possibile non solo agire nei sistemi, ma contribuire a trasformarli, rafforzandoli dall’interno. E questo ha un impatto diretto anche su chi mette in circolo le risorse, ovvero i donatori.Nel buddhismo tutto parte da una constatazione semplice e radicale: la sofferenza esiste. Non come eccezione, ma come parte costitutiva dell’esperienza umana. Questa consapevolezza si accompagna a un secondo elemento, altrettanto centrale: la sofferenza non è casuale. Ha delle cause. E proprio perché ha delle cause, può essere trasformata.

In concreto? In concreto la scelta è quella di lavorare accanto ai filantropi portandoli a rafforzare le organizzazioni invece di frammentarle in singoli progetti, costruire alleanze invece di moltiplicare interventi isolati che favoriscono competizione, mettere in circolo competenze e risorse all’interno di un orizzonte condiviso. Nel buddhismo nulla esiste in modo isolato, ma tutto prende forma nella relazione con l’altro. Anche il dono, che in questo modo diventa il veicolo attraverso il quale si realizza la relazione.

Chi guida tutto questo? C’è un board, un comitato? Certamente, portiamo nel nostro Dna un imprinting culturale molto forte. Fin dall’inizio ha fatto parte del board Jetsun Pema: sorella del XIV Dalai Lama e figura straordinaria che per oltre quarant’anni ha guidato i Tibetan Children’s Village, dedicando la propria vita ai bambini tibetani in esilio e alla difesa della causa tibetana.

Ecco, spieghiamo bene il nesso col Tibet. La vicenda tibetana, in questo senso, non è solo una questione geopolitica o umanitaria. È anche la prova di quanto sia fragile, e al tempo stesso prezioso, un patrimonio di valori che riguarda tutti: gentilezza, compassione, non violenza, capacità di prendersi cura dell’altro. Valori che non appartengono a una cultura specifica, ma che trovano nella tradizione tibetana una delle loro espressioni più riconoscibili e coerenti, nonostante il genocidio culturale che ne ha segnato la storia. Per noi questo ha avuto un significato preciso. Non si tratta solo di sostenere una causa, ma di riconoscere che esiste un modo diverso di stare al mondo, anche di fronte alla perdita, alla violenza, alla disgregazione. Un modo che non nega la sofferenza, ma sceglie di non riprodurla e di agire in direzione opposta.

Ha avuto modo di conoscere da vicino quella cultura? Sì. Considero un grande privilegio aver conosciuto Jetsun Pema e le sono profondamente grata per il senso di autorevolezza, forza, dedizione e profonda compassione che trasmette in ogni incontro. Per me è stato un dono, sia sul piano umano che professionale. Wisedāna ha costruito nel tempo anche una relazione diretta con il Governo tibetano in esilio in India (uno dei pochi esempi al mondo in epoca contemporanea che è riuscito a ricostruire una Nazione al di fuori del proprio Stato), in particolare con il Primo ministro e alcuni dipartimenti. L’approccio sistemico a cui ci ispiriamo non può prescindere dal dialogo con le istituzioni. È fondamentale per poter comprendere a fondo il contesto e pianificare gli interventi nel modo più efficace possibile, anche in coordinamento con l’Ubi. Accanto a questo, l’esperienza diretta sul campo ha avuto un impatto profondo.

In che modo? Ho avuto l’opportunità di recarmi più volte in India, negli insediamenti tibetani. È un popolo che ha perso la propria terra pur di non rinunciare ai valori della non violenza e della compassione. Parlare con le persone, ascoltare le loro storie, rende evidente la grande determinazione e il grande coraggio che questo popolo ha nel difendere la sua identità culturale.

C’è un ricordo in particolare di queste missioni? Sicuramente l’udienza con il Dalai Lama, lo scorso anno, insieme al presidente e ad alcuni colleghi. Anche arrivando da un background laico come il mio, è un’esperienza che non lascia indifferenti. È stata un’esperienza di grande profondità. Quel genere di esperienze che non si esauriscono nel momento in cui accadono, ma continuano a lavorarti dentro nel tempo.

Un incontro eccezionale, immagino. Sì, non c’è dubbio, ma non l’unico. Ho ascoltato storie molto dure, racconti di fuga dal Tibet, di famiglie costrette a separarsi per garantire ai propri figli una possibilità di libertà. Ricordo in particolare le parole di un ragazzo, al tempo della sua fuga poco più che bambino: «Non so se i miei genitori siano ancora vivi o morti. Hanno scelto di farmi fuggire perché potessi vivere da tibetano, in un paese libero. Ma non provo odio né rancore verso chi ha la responsabilità di questa situazione perché comprendo che alla fine, nonostante tutto, siamo tutti esseri umani in cerca di compassione». Testimonianze come queste non si dimenticano.

In Italia con chi vi rapportate? Wisedāna è appena entrata a far parte dell’Associazione italiana fondazioni ed enti filantropici – Assifero, con l’obiettivo di dialogare con il panorama filantropico nazionale e contribuire a una maturazione collettiva del settore, introducendo esperienze e visioni nuove. Inoltre, una delle prime collaborazioni attivate in questa direzione è stata quella con Ashoka Italia, oggi uno dei principali partner di Wisedāna. «Per noi è stato un incontro molto importante: Ashoka lavora da anni sull’idea di cambiamento sistemico, cioè sulla capacità delle organizzazioni di incidere sulle cause profonde dei problemi e non solo sui loro effetti». Non si è trattato solo di una collaborazione, ma di un passaggio culturale che ha contribuito a rendere più esplicito un orientamento già presente. Anche all’interno dell’Ubi, questo confronto ha aiutato a sviluppare una riflessione strutturata su come orientare le proprie risorse verso forme di cambiamento più durature e coerenti con il proprio quadro valoriale. Da qui prende forma quello che oggi è diventato un vero e proprio percorso di lavoro condiviso tra Ubi e Wisedāna: un modo diverso di intendere il sostegno filantropico, fondato sulla fiducia e su una visione sistemica del cambiamento.

E l’Unione c’è stata? Sì, ci ha dato fiducia e ha messo a disposizione un patrimonio da destinare alle organizzazioni. Abbiamo chiamato l’iniziativa percorso Fiducia per il Cambiamento: Ubi è il partner donatore, Wisedāna coordina lo sviluppo, l’implementazione e l’accompagnamento rivolto alle organizzazioni partecipanti. Nel primo anno abbiamo selezionato sette realtà, che diventeranno ventuno nel corso del triennio.  Non si tratta di un programma standardizzato, ma di un approccio che prende forma attraverso alcune scelte precise.

Quali? In primis sui finanziamenti. Ubi ha erogato, con tranche anticipate, fondi core, destinati alle organizzazioni e non ai singoli progetti. Si tratta di finanziamenti garantiti per tre anni con tagli compresi tra i 100 e i 200 mila euro. La novità riguarda anche il processo di selezione. «È stato volutamente silenzioso: nessun bando. L’idea è quella di evitare dispersione di energie, sia per l’ente donatore che per l’organizzazione. Questa modalità risponde anche a una criticità nota del settore. Evita la logica dei bandi continui e permette alle organizzazioni di uscire da una rincorsa permanente a finanziamenti vincolati, che spesso ne limita la crescita e la stabilità. Nel caso di Ubi, la selezione si è concentrata sulle quattro aree di interesse prevalente: ecologia, cura, educazione e supporto umanitario. Affidare la selezione a un soggetto intermediario come Wisedāna Foundation, con un focus sull’impatto sistemico e un processo di valutazione strutturato, rappresenta un bell’elemento di discontinuità nel panorama italiano. Accanto alla selezione, l’altra novità è che Ubi ha accettato la proposta di Wisedāna di affiancare al finanziamento un percorso triennale di evaluation and learning: un accompagnamento che rafforza la capacità delle organizzazioni di leggere il cambiamento e adattare le proprie strategie, restituendo al contempo all’ente erogatore elementi utili per orientare le risorse in modo più efficace. Le organizzazioni sono state contattate prima di Natale e il percorso è in pieno svolgimento.

Cosa rimane del bando umanitario dell’Ubi, che gli enti di Terzo settore avevano cominciato a conoscere? Il percorso non sostituisce gli strumenti esistenti. Ubi continua, infatti, a sostenere ogni anno, attraverso i fondi dell’8×mille, numerosi progetti sociali e umanitari tramite il tradizionale Bando umanitario. Il percorso Fiducia per il Cambiamento si sviluppa in parallelo, con una logica complementare: non intercetta progetti, ma organizzazioni del Terzo settore; non si basa sulla partecipazione a call di finanziamento, ma su un processo mirato di individuazione e accompagnamento. L’Ubi ha sentito l’esigenza di affiancare al bando uno spazio diverso. Un luogo in cui lavorare attraverso Wisedāna Foundation in modo più profondo e continuativo, sostenendo le organizzazioni nel loro sviluppo. Più un’organizzazione è solida, più sarà in grado di perseguire nel tempo la propria missione.

Facciamo qualche esempio? Prendiamo l’ambito dell’ecologia. All’interno del percorso Fiducia per il Cambiamento sono state selezionate due organizzazioni impegnate nella tutela del mare e delle aree costiere: Sea Shepherd Italia e Worldrise – quest’ultima, tra l’altro, parte del network Ashoka. La scelta non è stata casuale.

Perché? Perché non abbiamo guardato solo al valore delle singole organizzazioni, ma anche alla loro complementarità. Da un lato Sea Shepherd, con un approccio più operativo e di presidio diretto delle aree marine protette; dall’altro Worldrise, che lavora molto sul piano culturale e di advocacy. Metterle in relazione significa non solo sostenere due realtà valide, ma attivare una possibilità di impatto più ampia, che tiene insieme intervento concreto e trasformazione culturale. Ed è proprio qui che entra in gioco il lavoro di accompagnamento.

E come? Nei tre anni di affiancamento, con queste organizzazioni e con tutte le altre coinvolte nel Percorso, non ci limitiamo a osservare i risultati, ma lavoriamo insieme su alcune dimensioni chiave come quella relazionale e quella sistemica, ovvero la capacità di leggere il contesto, di individuare le leve di cambiamento e di agire non solo sugli effetti, ma sulle cause dei problemi. Questo percorso non è lineare né standardizzato. È uno spazio di osservazione e apprendimento condiviso, in cui il cambiamento viene accompagnato nel tempo, lasciando che le risorse – economiche, relazionali, culturali – possano realmente “fiorire” dentro traiettorie evolutive coerenti e sostenibili. Per noi questa rappresenta la migliore garanzia affinché le risorse possano realmente generare valore. Non si tratta solo di finanziare attività, ma di creare le condizioni perché quelle risorse si innestino in organizzazioni solide, consapevoli e capaci di evolvere verso un cambiamento reale e duraturo. In questo senso, è anche una forma di responsabilità nei confronti del partner donatore. Più che una garanzia formale, è una garanzia sostanziale.

Lobina, con gli altri donatori come vi rapportate? Se partiamo da una prospettiva buddhista, l’interdipendenza non è un’idea astratta: è un fatto reale. Lo abbiamo visto anche con il Covid. Il dono è una forma di relazione che ci permette di sentirci parte di una comunità.

Un dono che connette, dunque? Esatto. La generosità non è semplicemente un trasferimento di risorse. È una relazione che si attiva.  È un passaggio ben radicato anche nell’approccio buddhista, dove la pratica del dono (dāna) è considerata una forma di relazione che genera consapevolezza e partecipazione, non solo beneficio materiale. In questa prospettiva il donatore non è esterno al cambiamento, ma ne diventa parte. Non solo perché contribuisce a renderlo possibile, ma perché entra in connessione con le organizzazioni, con i contesti, con le persone».

Si potrebbe dire che il punto non è tanto quanto si dona, ma come si dona. Possiamo distinguere due forme di dono. Una che, per così dire, separa e una che unisce. Il dono che separa è quello in cui la relazione si esaurisce nel trasferimento di risorse. Spesso, anche senza volerlo, si crea una dinamica verticale tra donatore e beneficiario: l’organizzazione si relaziona in funzione della richiesta di fondi, mentre il donatore si concentra sulla verifica della spesa. Così lo sguardo resta chiuso dentro la relazione e si perde di vista il motivo per cui esiste: il cambiamento che si desidera generare. Senza relazione…

Senza relazione? Senza relazione non si costruisce un vero legame con chi opera sul territorio, e si rischia di non comprendere fino in fondo la complessità dei problemi. Dal nostro punto di vista un dono che non crea relazione difficilmente diventa generativo. Nel dono che unisce, invece, accade qualcosa di diverso. Donatore e organizzazione si mettono uno accanto all’altro e orientano lo sguardo verso l’esterno, verso il cambiamento. Il dono che unisce nasce dalla relazione: riconosce la competenza di chi opera sul territorio e considera l’organizzazione un partner. Non è più una relazione verticale, ma una collaborazione tra soggetti che condividono un obiettivo: mettere le risorse al servizio del cambiamento nel modo più efficace possibile. È questo il tipo di filantropia che Wisedāna cerca di promuovere.

Un dono che unisce e che trasforma, insomma. Non solo. L’obiettivo è anche di aprire per il donatore uno spazio di riflessione sulla propria propensione filantropica come porta di accesso a percorsi di crescita personale». In questo senso il dono diventa non un punto di arrivo, ma un punto di partenza. Può essere una pratica, quella del dono, che se esercitata con consapevolezza ci permette di sentirci più connessi agli altri, di vivere meglio e di partecipare in modo consapevole a un cambiamento più profondo».

Pratica di dono? Una novità Si, quello che promuoviamo è una vera e propria pratica di generosità: qualcosa che è già dentro di noi e che può diventare il punto di partenza di un percorso di crescita personale e di cambiamento nel mondo, se fatta con compassione e consapevolezza.  In questo senso il dono diventa una pratica trasformativa.

Senta Lobina, di questa esperienza che cosa le sta lasciando? Devo dire che questi anni sono stati, in un certo senso, un acceleratore. Sia sul piano umano che su quello professionale. A un certo punto della vita intorno a te iniziano a muoversi molte cose: la famiglia cresce, le fragilità aumentano, e alcune certezze su cui ti sei appoggiato per anni iniziano a vacillare. Avere delle chiavi di lettura diventa importante. Questa esperienza, per me, ha avuto anche questo significato: mi ha aiutato a guardare le cose con più consapevolezza. E poi c’è un tema che sento molto.

Vale a dire? La gratitudine. A un certo punto inizi a renderti conto che molte cose che davi per scontate, in realtà non lo sono. E questa consapevolezza, poco alla volta, ti cambia. Non è qualcosa che arriva da fuori. È più un disvelamento progressivo: in qualche modo c’è sempre stato, ma non lo vedevi così chiaramente. Mi considero una persona molto fortunata anche per il lavoro che faccio e per il modo in cui posso farlo. E forse la scoperta più grande è proprio questa: esserne davvero consapevole.

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