
Antonio Marras, immagine di Annalisa Masala di diversi anni fa
di MARCO BERNARDINI
Esiste una soglia, in Sardegna, dove la terra smette di essere fango e polvere per farsi preghiera. È in questo spazio liminale, tra il silenzio delle miniere dismesse e l’eco dei passi dei pastori, che prende vita”Frantziscu. Nel respiro del mondo”, il monologo e lettura critica di Antonio Marras. Non un semplice spettacolo, ma una “veglia sull’umano” che cuce insieme due anime inquiete: Francesco d’Assisi e Pier Paolo Pasolini.
Antonio Marras, con la sensibilità di chi sa leggere le trame invisibili della storia, ci conduce in un viaggio poetico che elegge la Sardegna a teatro del cosmo. Qui, il “Poverello” non è un’icona statica, ma un uomo che cammina fianco a fianco con Pasolini, la “memoria inquieta” della nostra civiltà.
Se Francesco cercava Dio nelle creature, Pasolini lo cercava disperatamente nella purezza perduta del sottoproletariato, in quel mondo contadino e arcaico che la modernità ha tentato di cancellare. In questo spettacolo, i loro sguardi si fondono: quello lucido e ferito del poeta friulano si specchia in quello visionario del Santo.
Al centro della scena non ci sono i potenti, ma gli ultimi. Minatori dal volto scavato, contadini legati al ritmo delle stagioni, pastori custodi di solitudini millenarie. Attraverso l’uso sapiente di immagini video e parole che graffiano l’anima, Marras trasforma la fatica quotidiana in liturgia.
“È come se nei loro passi continuasse a vivere una possibilità antica: quella di riconoscere il mondo come fratello.”
In un’epoca di frammentazione, “Frantziscu” ci ricorda che la fragilità non è un limite, ma il punto esatto in cui entra la luce. Siamo parte di un respiro infinito, una maglia stretta di relazioni dove l’uomo non è padrone, ma elemento tra gli elementi.
Il cuore pulsante dell’opera vibra nella lingua sarda, una lingua che non parla della terra, ma è la terra stessa che si fa suono: “Totu cantat, a pisinzos sa terra / chi no sustenet su sole chi torrat donzi die / e i sa luna chi nos mirat a denote.”
(Tutto canta, piano la terra che ci porta / il sole che ritorna / la luna che ci guarda la notte).
In questi versi si consuma il miracolo della “soglia”: tra il cielo e la terra, tra la preghiera e il sudore, tutto torna a parlare. Il silenzio non è assenza di suono, ma l’ascolto necessario per sentire il canto del creato.
“Frantziscu. Nel respiro del mondo” non è un’operazione nostalgica. È un atto politico e spirituale necessario. È un invito brutale e dolcissimo a fermarsi. In un mondo che corre verso l’oblio del senso, Marras ci chiede di tornare a riconoscere il “fratello” in ogni pietra, in ogni ferita, in ogni volto.
La Sardegna, con il suo paesaggio che è al contempo visione e memoria, diventa il luogo ideale per questa epifania. Perché qui, più che altrove, si sente ancora che tutto, nonostante tutto, ancora canta.”
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Complimenti!
applausi
Lepias sas paraulas iscritas dae Marco Bernardini pro “Frantziscu”. Intro de s’alinu de su mundhu” mi garrigat de emotziones.
Ca est gai chi naschit custu travagliu: ascurtandhe sa mutesa de sas pretas, s’alinu de sas minas assolatas, sos passos anticos de massajos e de pastores, de sos chi nan chi non contan.
M’apo pessatu a Frantziscu chin Pasolini caminandhe a manu tenta intro de su surcru de sa matessi erta umana. Ambos sichin a mi acher pessare, a mi ponner preguntas.
Chin Frantziscu, cheria contare una Sardigna chi no est cartolina, ma intragna, anima via, limba, memoria, resistentzia.
Una Terra chi galu m’imparat chi sa fragilesa si potet bortare in luche e chi totu, mancari gai, sichit a cantare.
Sisse, totu cantat.
Gratzias mannas a Marco pro aer accoglitu s’alinu prus profundhu de custu biazu meu.
Leggere le parole di Marco Bernardini su “Frantziscu. Nel respiro del mondo” mi commuove profondamente.
Perché questo lavoro è nato proprio così: ascoltando il silenzio delle pietre, il respiro delle miniere abbandonate, i passi antichi dei contadini e dei pastori, degli ultimi.
Ho immaginato Francesco e Pasolini camminare insieme dentro la stessa ferita umana.
Uno cercava Dio nelle creature, l’altro la verità negli sguardi dimenticati dal mondo moderno.
Entrambi continuano a interrogarmi.
Con “Frantziscu” ho voluto raccontare una Sardegna che non è solo paesaggio, ma anima viva, lingua, memoria, resistenza.
Una terra che ancora oggi mi insegna che la fragilità può diventare luce e che tutto, nonostante tutto, continua a cantare.
“Totu cantat.”
Grazie Marco per aver accolto il respiro più profondo di questo mio viaggio.
Profonda analisi della sostanza della vita che si riscopre nel quotidiano confrontarsi tra semplice vissuto e spiritualità intrinseca del genere umano. I due personaggi messi a confronto esprimono pienamente il sottile filo che unisce le due cose importanti. La necessità di credere in qualcosa e l’altra necessità che è il vivere ogni giorno imparando cose nuove utili e da saper tramandare ai posteri il sapere acquisito con l’esperienza ed i sacrifici. Complimenti all’autore e a te Marco. Come sempre ottimo nel proporre il giusto contesto delle tematiche affrontate. Un abbraccio con affetto. A nos biere sanos Ciao
Profonda analisi della sostanza della vita che si riscopre nel quotidiano confrontarsi tra semplice vissuto e spiritualità intrinseca del genere umano. I due personaggi messi a confronto esprimono pienamente il sottile filo che unisce le due cose importanti. La necessità di credere in qualcosa e l’altra necessità che è il vivere ogni giorno imparando cose nuove utili e da saper tramandare ai posteri il sapere acquisito con l’esperienza ed i sacrifici. Complimenti all’autore e a te Marco. Come sempre ottimo nel proporre il giusto contesto delle tematiche affrontate. Un abbraccio con affetto. A nos biere sanos Ciao
Meraviglioso, mi sono immersa momentaneamente nei profumi e nella vita in Sardegna complimenti.
Complimenti Marco hai fatto un ritratto dell’opera molto coinvolgente, e l’opera stessa penso che racchiuda un pensiero profondo del rapporto dell’uomo con la propria terra.