
Salvatore Zizzi
di LUCIA BECCHERE
“Dipingere significa per me mettere a nudo il mio stato d’animo. Il momento più difficile è quando davanti alla tela bianca cerco di rappresentare ciò che voglio esprimere. Scruto la mia interiorità per produrre opere corrispondenti al mio pensiero e alla mia immagine, credo che ogni artista sia ravvisabile attraverso la propria opera. Il quadro è come un libro che va saputo leggere”. Così Salvatore Zizzi, nato Mamoiada ma residente a Nuoro, maturità classica a Pisa, ha lavorato presso l’ospedale di Nuoro prima in reparto poi come amministrativo. Oggi è un pensionato di 71 anni.
Come è nata la passione per la pittura? Non ho mai avuto un insegnante di disegno e nessun artista in famiglia, la mia è stata una passione. Quando i miei amici si organizzavano la partita di pallone, io andavo a visitare le mostre, tant’è che il gallerista mi indicava ai pittori come “il ragazzino sempre presente”.In seguito ho cominciato ad acquistare libri di prospettiva, di proporzione e a studiare la scala cromatica. Da sempre ho avuto una particolare predilezione per il figurativo. La pittura astratta è la scomposizione totale dell’immagine e per arrivarci occorre lavorare tanto su di essa. Dopo la scuola media ho iniziato a studiare il disegno a partire dai grandi maestri classici. Sette anni di matita, a partire dalle ombre, qualche grafica per poi sostituire il bianco e nero coi colori, tuttavia sono sempre rimasto sulla figurazione per l’esattezza sull’iperrealismo, sull’esasperazione della realtà.

C’è un maestro a cui si è ispirata? Caravaggio, maestro per eccellenza della luce, Picasso che col cubismo ha rivoluzionato la storia dell’arte con l’immagine tridimensionale e dopo di lui Fontana coi tagli nelle tele quindi lo spazialismo.
Il primo quadro? A 13 anni ho realizzato un quadro su disegni della Disney per miei nipotini, era mia sorella a comprarmi le tele e i colori. Oggi m’incuriosisce osservare i miei progressi da artista.
Quale la prima e quale l’ultima esposizione? Fine anni settanta una collettiva a Nuoro nel salone del vescovo in p.zza Vittorio Emanuele, l’ultima due anni fa al centro polivalente, una personale con un centinaio di opere. Sino al 24 maggio esporrò al nuovo spazio espositivo del TEN dove negli ultimi tre giorni dalla chiusura della mostra si terrà un reading letterario-teatrale sull’opera deleddiana per celebrare il centenario del Nobel.
Qual è il colore che predilige e perché? Il rosso. Per una questione di gusto e perché col giallo e il blu è uno dei colori primari da cui derivano i secondari e i complementari che uso solo per delle creazioni particolari.
Cosa significa essere artista? Rendere visibile ciò che prima era nascosto, questo è uno dei motivi che mi inducono a fare questo mestiere.
E il quadro del quale non si priverebbe mai? Non uno, ma diversi. Ma poiché la pittura è una passione molto costosa, ho venduto quadri che avrei voluto tenere. Mi sono pentito, però bisognava farlo. Dico anche che diversi miei quadri li ho devoluti in beneficienza a di questo ne vado fiero.

Quali sono i temi da lei rappresentati? Figure, fiori, paesaggi e nature morte. Ogni tema è finalizzato a veicolare un messaggio importante che trasmetto anche con soggetti poveri. “Discriminazione razziale” raffigura un barattolo semiaperto pieno di olive verdi, sul tavolo è rimasta un’oliva nera. Il messaggio è chiaro.
In che modo realizza le sue opere? Non posso fare l’en plein air perché sono molto lento. Faccio una pittura da studio che mi permette di curare moltissimo i particolari. I grani delle collane della “Donna egiziana” da me dipinta sono fatti uno per uno con la punta di un pennello, questo richiede molta pazienza e molto tempo.
Un sogno? Esporre a Barcellona dove mi hanno invitato parecchie volte dopo aver visto i miei quadri in internet. Adoro la Spagna, in particolar Madrid dove ha sede il Museo del Prado.
Views: 52





































































































