“L’ANELLO DEBOLE” E’ LA GRANDE FORZA DI ANGELICA GRIVEL SERRA: IL CERCHIO MAGICO TRA LA SCRITTRICE E IL SUO PUBBLICO

Pier Bruno Cosso e Angelica Grivel Serra

Arriva, e il pubblico è subito il suo pubblico. Siamo in storica libreria per la presentazione del “L’anello debole” (HarperCollins Italia editore 2025) di Angelica Grivel Serra, e lei diventa in un attimo il fulcro della serata.

È normale che una scrittrice sia al centro della presentazione del suo romanzo, ma lei riesce a creare un cerchio magico, con il pubblico intorno come un ideale abbraccio. Angelica Grivel Serra si mette in gioco come se il gioco fosse il suo naturale modo di essere, senza riserve, senza schemi preordinati.

La Sardegna, la sua Cagliari, e il suo mare, che entrano nella sua scrittura anche anche quando non sono protagonisti. Ma i veri protagonisti, quelli in carne e ossa (…carta e inchiostro) portano in dote sensazioni forti, mettono in subbuglio sentimenti e ruoli. La coppia formata da Cecilia e Claudio creano modelli non stereotipati. La donna integra, solare e pilastro della famiglia, più come capitana di vascello che patriarcato al contrario. Mentre lui si lascia spalmare dagli eventi, e dalla bellezza di lei.

La struttura ruota attorno a una eredità contesa: la sorella maggiore di Claudio in punto di morte dice di voler lasciare a lui tutti i suoi beni, ma poi, senza niente di scritto, le strade di complicano e si intrecciano. Ne nasce una faida familiare che travolge tutte le tensioni, i sentimenti, e le pretese di tutti i personaggi. L’autrice li gestisce con autorità disegnando ritratti e storie che coinvolgono il lettore.

Ma poi è la cifra alta della scrittura che attraversa metafore e uso intelligente e innovativo della lingua creando un mondo linguistico tutto da scoprire.

Della sua scrittura e di lei ci parla direttamente Angelica Grivel Serra nell’intervista che ci ha graziosamente concesso.

Grazie Angelica di aver accettato di metterti in gioco con noi, non è scontato e non è da tutti. Lo hai già fatto su queste stesse colonne qualche mese fa. Grazie. Nelle interviste quale domanda ti dà davvero noia, ma non lo confesseresti mai?

Così la evito, se riesco…. Trovo che ogni domanda, se ispirata e improntata al rispetto, sia munita di patente di legittimità. Paradossalmente, l’enigma sta sempre nella risposta: può mascherarsi, figurare solo parzialmente, svicolare con astuzia…o mostrarsi in tutta la sua sincera nudità. Mi accingo a leggere, curiosa. E mi riprometto autenticità nel rispondere!

La mattina ti alzi e guardi fuori della finestra: cosa vedi? Ma soprattutto cosa ti porta dentro quello che vedi?

Con gli occhi bevo il mare, perché ci vivo letteralmente sopra: la mia casa è affacciatasull’acqua come fosse una palafitta. Certo mai si collauda davvero l’abitudine a un incontro visivo del genere, perché il mare stesso non è abitudinario: la sua vita palpitante lo rende per essenzaun’entità camaleontica, mai clonabile. Proprio per questo, però, tendo a non fidarmi di lui: in quanto vivo, respira. Può essere un dipinto impressionista o un’inquietante massa di rabbia, ma a volte tace così bene da assumere natura lacustre. Ho cura di ogni immagine, lascio che mi germini dentro.

Il mondo che vedi intorno a te ti fa sognare, credo, ti fa arrabbiare e ti dà gioia, immagino, ma in particolare, dopo due libri di grande successo quello che ti vive intorno ti incanta ancora di più? Nel senso: dopo il lavorio di due libri così importanti pensi che la bellezza sia nello sguardo?

Temo di riscontrare crescente disincanto. Provo a scioglierne il tenore tagliente attingendo alla totale sintonia creativa che ho il privilegio di spartire con mia madre e ai mondi che vibrano dentro le pagine dei libri amati, a costo di trovare anche lì esemplari crudezze, che a loro volta insegnano la vita.Confido però sempre nello sguardo: non è forse vero che l’atto osservativo può configurarsi come filtro rosa o lente oscurante sul reale? Credo che molto della scrittura abbia a che fare con l’antropologia. E poiché l’antropologia trova nello sguardo imprescindibile bussola, penso siaessenziale non smarrirlo e concentrarlo sui dettagli. Specie quelli più riposti, minuti. Suggeriti.

La scrittura quando è venuta a trovarti? E ti ha trovata pronta perché hai sempre saputo che era nel tuo destino?

È felice l’immagine della visita della scrittura (o il suo cercarmi, e quindi il reciproco trovarsi); non la si può immobilizzare in un attimo preciso, perché è un seme da intuire e coltivare nel tempo. Si può dire però che a me è accaduto presto, prestissimo. Ben prima di giungere ad accorgermene io stessa, è stata mia madre a investire su di me un sogno che ancora io non sapevo di avere. Lei, prima di chiunque al mondo, ha colto e ca(r)pito in me l’attrazione per la tavolozzaumana da rimescolare in storie. E l’amore per le parole nelle pagine scritte da altri. Io ho preso proprietà di quella visione materna. E la tengo salda.

La tua cifra di scrittura è molto alta, ma è la tua vera voce. Voglio dire: non è una posa snob che puntella poche idee su parole interessanti solo perché desuete. No, sembra un tuo naturale talento che arriva dalle profondità di pensiero. Tu costruisci periodi lanciando in alto parole che brillano ancora di più fuori dal loro alveo spesso abusato, e che fa sembrare vecchio tutto quello che c’era prima. Quel tuo accendere il racconto con metafore che si specchiano dentro parole che si specchiano dentro metafore sorprendenti, alla fine, portano sulle pagine un pezzo di cielo letterario… Però è la tua voce; lì c’è Angelica Grivel Serra, perché sei così quando parli, abbiamo sentito, e anche quando pensi?

La caratura munificamente elogiativa di questa domanda suggerisce e nutre in me una speranza: quella di risultare – viepiù, essere – autentica.

Gli impegni di una scrittrice di successo penso che possano essere anche gravosi; ma tu, al di fuori della scrittura, riesci a trovare il tempo e l’energia anche solo per la contemplazione? Quale è il panorama o la situazione che ti fa fermare il cuore? E quindi riesci pure ad annoiarti?

Con un senso di profondo conforto e riconoscimento, sento di potermi specchiare nell’idea felliniana di vacanza (ammesso che la si possa associare a un senso di posa e a un’accezione dominante di noia). Per me, come per lui, concettualmente, la vacanza non esiste! E questo perché la scrittura, l’arte e l’impegno che da essa promana coincidono con la maniera per me più vivificante, divertente e salvifica di stare al mondo.

Nel tuo ultimo L’anello debole ci sono tantissimi personaggi. Che non sono di carta, non sono solo disegnati a matita, sono veri, che vivono pieni di sentimenti, di fobie, di delusioni brucianti, di amore, e talvolta di cattiverie… Veri, appunto, e palpitano pigramente, come se non ci fosse fatica, tra le pagine, connettendosi serenamente con il lettore. Ti posso chiedere se ti contaminano?

Contaminano, abitano, mostrano vita propria che addirittura prescinde dalla me scrivente. Forse è qui che risiede la magia più elevata e misteriosa del letterario: nell’imprevedibilità di tutto quel che va a popolare le pagine.

I due protagonisti principali, Cecilia e Claudio, fanno un po’ la guerra dei ruoli: femmine contro maschi. Però lei è scultorea, anche moralmente e intellettualmente, mentre lui è l’antieroe che si arrabatta, e tanto spesso non ce la fa. Dà l’idea che rappresenti lo smarrimento di un uomo che deve confrontarsi con una donna immensa, rivoluzionaria ma tenera, con lo sguardo lontano dove un uomo non arriva.

Trovo assolutamente calzante la scelta aggettivale calata su Cecilia; chissà se invece quella coniugale tra lei e Claudio possa essere davvero descritta come una dinamica bipolare incarnata in ruoli confliggenti…Ecco quindi svelato un altro incantesimo di cui sono capaci i libri: una volta evasi dalla piena, inglobante vigilanza della penna che li genera, appartengono interamente a chi sceglie di leggerli, e quindi all’interpretazione, al patrimonio di pensiero, sogni e critiche di chi ci affonda l’attenzione.

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Un commento

  1. applausi

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