L’ODISSEA DI OMERO DI MARCO ANTONIO PANI: INCONTRO A MILANO CON IL REGISTA CHE RACCONTA LA SARDEGNA PRESENTE NEL FILM

nella foto a destra il regista Marco Antonio Pani

C’è una gara poetica a Ittiri, ai due sfidanti Giuseppe Porcu e Bruno  Agus, il regista sassarese Marco Antonio Pani getta il tema su cui si dovranno sfidare in ottave rime: L’Odissea di Omero, il coro di Orosei intercala un canto a tenore, gli spettatori sono i protagonisti del film che si farà, sardi che parlano la lingua dei loro paesi di nascita, logudoresi e campidanesi, tabarchini e algheresi, e sono calzolai e pastori, commessi di supermercato e impiegati di banca, gente comune che talvolta improvvisa e che impreziosisce la sceneggiatura, uno di loro, che sarà Ulisse, Giovanni Masia allevatore di Olmedo, si appisola e sogna la storia che forse ha vissuto davvero, o forse no. In là con gli anni questo Odisseo sardo, la barba ricca di fili bianchi, del resto dieci ne ha speso per espugnare Troia, mercé il cavallo di legno che ha ideato, altri dieci in giro per il Mediterraneo tutto, da quando ha accecato l’unico occhio del ciclope figlio di Poseidone, dio che il mare fa infuriare o calmare a suo piacimento.

E ci vorrà un’altra dea, Atena (l’attrice sassarese Francesca Niedda) a far sì che Ulisse si salvi dai marosi, egli solo, che tutti i suoi compagni periscono alla fine annegati, e altri mangiati da mostri, uccisi da lestrigoni, tramutati in porci da Circe la maga. Ma questi li salva il condottiero sapiente, sempre preavvertito da Atena. Che lo fa risplendere di una nuova gioventù come approda nell’isola dei Feaci, sbattuto sull’arenile da onde furiose, incrostato di sale, senza più alcun vestito che lo copra, “allora la figlia di Zeus, lo fece più grande e più forte a vedersi/ e dal capo i capelli più folti li fece/ pendere, simili al fior di giacinto” (pag.185 dell’Odissea della Fabbri editori).

Così cantavano i Greci dell’ottavo secolo prima di Cristo, la medesima tradizione orale dei sardi di sempre, anche se per avere notizia delle gare di poesia si dovrà attendere il secolo diciottesimo. Ma come non immaginare che già non fosse in voga dai nuragici il volersi sfidare a parole ritmate, loro che come Platone debbono aver giudicato che con la scrittura tutto lo scibile si sarebbe isterilito e mummificato, e che solo la tradizione orale tra le generazioni avrebbe potuto tramandarle con assoluta fedeltà.

Ma come fa Nausicaa, figlia vergine del re Alcinoo (Francesco Spada di Ittiri) a innamorarsene subito, lei che aveva pretendenti di rango a proporle sponsali sontuosi, nel film la debuttante studentessa in farmacia Luana Fais è figura centrale, seconda solo a Odisseo, ornata dei gioielli che le donne sarde sfoggiano coi costumi che sfilano a Cagliari il giorno del primo di maggio in onore del santo che la salvò dalla peste. E grandi occhi ha Nausicaa, profondi di una malinconia che già prefigura l’abbandono dell’amato. Lui che ad ogni costo ad Itaca vuole tornare, dove una moglie lo attende tessendo una mitica tela che viene scucita di notte. Eppure la guarda ammirato da tanta giovane bellezza.

Ma ha saputo resistere a Circe, a Calipso, ha un cuore indurito di nostalgia della casa e della famiglia, del figlio Telemaco che oramai è un giovane che se ne va per i mari e per le corti di Grecia a chiedere notizie del padre. “Gettati ai piedi di mia madre e impetra la sua protezione, se te la concederà sarai salvo” gli dice Nausicaa. E’ una reggia “povera” quella dei Feaci, lo scettro del re è un nodoso bastone, i vestiti sono i costumi della tradizione sarda, quando tutte le donne si addobbano come fossero regine, i pendenti d’oro alle orecchie, i bottoni di filigrana dorata, le camicette candide di ricami e le gonne di balze di seta. Il trono è una sedia un poco più alta degli scranni dove siedono gli altri, forse intagliata da sapienti mani di artigiani abituati a cassapanche infiorate.

Attorno i “nobili” in “corpette” e calzoni di fustagno, anche qui, e non potevano proprio mancare, poeti che cantano della guerra di Troia, e Ulisse a cui scendono lacrime amare. Come, l’ospite è rattristato dalle nostre canzoni? Dal nostro narrare. E dunque ora tocca a lui di spiegare perché quel canto lo affligga, e si presenta per quello che è: il red’Itaca, Ulisse. Allevatore di maiali (ne aveva più di mille, secondo il poema) signore di un’isola minuscola piena di sole nello Ionio mare. La cui astuzia e intelligenza è leggenda per tutte le genti di Grecia. Ma anche la forza, di cui dà prova nei giochi che si tengono in suo onore: s’istrumpa con un giovane atleta del posto ben più prestante di lui, una corsa a cavallo che lo vede vittorioso al traguardo. Nausicaa che non lo lascia mai con lo sguardo.

Che gli tappa la bocca quando lui vorrebbe spiegarle perché non può proprio restare…” Sta sano, ospite; così che tu possa di me ricordarti anche in patria; e tu pensa com’io fui la prima a salvarti la vita” (pag.241 op.cit.). Il mare è anche grande protagonista, come i paesaggi di Sardegna tutta, da nord a sud, depurati dai manufatti testimoni d’una sempre più esibita modernità. Che si fa più manifesta quando i vari Coccoi , Rafaele, Cartuccia e Giommaria ( veri i nomi e i soprannomi) irrompono sullo schermo, interrompendo l’azione mitica del racconto, vestiti come i contadini e i pastori che sono, con alle spalle i negozi di cui sono i commessi, a raccontarti, nel sardo delle zone in cui vivono, come lontani parenti, o cugini, o quel tale di Alghero, si ricordassero ancora di quelle battaglie, di quei giganti che sapevano scagliare massi enormi sulle navi di naviganti imprudenti.

E pareva ieri che “quando il sole inchinava al tramonto i Ciconi misero in rotta e vinser gli Achei, sei d’ogni nave cari compagni perirono, gli altri al destino di morte scamparono” (pag. 255 op. cit.). Ma quando è il tonante Cronide (Zeus figlio di Crono, ndt.) a scagliare una tempesta orrenda coi venti di scirocco (vedi il ciclone Harry) “Le navi abbassavan la prora tra i flutti, il vento rompeva furioso le vele, in tre, quattro pezzi, ululando assordante…” anche il nostro eroe non può nulla e lo si vede affondare impotente tra i flutti, sempre più giù dove il mare appare calmo e trasparente come una immensa bara di cristallo.

E si vede Giovanni Masia che, ad occhi aperti, si dibatte alla ricerca dell’aria che sa di trovarsi sopra i flutti che lo vogliono inchiodare di sotto, e solo perché sappiamo come andrà a finire, noi che l’Odissea del Pindemonte ce l’hanno fatta studiare alle scuole medie: “ Musa, quell’uom di multiforme ingegno dimmi, che molto errò, poich’ebbe a terra gittate di Ilìon le sacre torri e delle genti l’indol conobbe; che s’ovresso il mar dentro del cor sofferse affanni…”, sappiamo che si salverà, che non annegherà.

Che potrà risvegliarsi sulla spiaggia della sua Itaca, qui nel film destato da un bacio sulla bocca della sua Penelope, che lo prende un po’ in giro per questo suo vezzo di molto dormire e sognare, dopo una cena con gli amici. Niente Proci, niente massacro né vendetta, che la storia di Nemos non è l’Odissea “vera”, è l’idea realizzata di come avrebbe potuto svolgersi, da Marco Antonio Pani, il regista che al cinema Mexico di Milano racconta al pubblico che ha molto applaudito alla fine del film, di come abbia potuto realizzarlo. Ricordando la forte componente di tradizione orale sarda, che comprende musica e poesia, da qui la scelta di utilizzare interpreti non professionisti, i poeti che naturalmente si esprimono in sardo che è la loro lingua di nascita, ma anche tutti gli altri attori.

C’è un evidente discorso identitario dentro questa scelta, anche perché “i miei genitori mi hanno tirato su parlandomi in italiano, cosa di cui molto mi dolgo”. E se per i poeti (ho usato ottavi e endecasillabi) tutto è filato liscio, con gli altri interpreti è stato più complicato. Il primo giorno in cui abbiamo tentato di girare, per Giovanni Masia è stato drammatico, era completamente bloccato, atterrito. La sua parte abbiamo dovuto registrarla un anno dopo. Benché la mia regia sia stata più un accompagnamento che una direzione asfissiante, perché mi sono subito accorto che la storia ne guadagnava ad ogni improvvisazione non concordata. Il film è realmente artigianale. Anche se con un “budget” dignitoso, comunque è un film “vero”, con effetti speciali non effimeri.

Abbiamo dovuto “cancellare” tutte le antenne che spuntavano dalle case, tutte le impalcature che avrebbero rovinato la scena del ballo sardo nello spazio davanti alla reggia di Alcinoo. E il film si dipanava man mano trovavamo i soldi per continuare. Già nel secondo anno Giovanni Masia come finiva una scena si girava verso di me, tutto fiero di come fosse riuscito ad interpretarla. La scelta del bianco /nero è tutta stilistica, anche per non aver voluto correre il rischio di ricadere nel cliscé di una Sardegna tutta mare cristallino e natura incontaminata. L’idea era di raccontarla coi suoi paesaggi che pure la caratterizzano, ma che Odisseo stesse viaggiando per il Mediterraneo tutto.

A me piace girare in bianco e nero, quando i Ciconi scendono dalla spiaggia urlando alle spalle degli Achei, tutto diventa sabbia e sassi, nascondendo i tappi di bottiglia sparpagliati nella rena. La stessa evoluzione dei personaggi è avvenuta per il trucco, la scenografia, la fotografia e i costumi. E se il cast è tutto isolano, la troupe invece è internazionale, tecnici sardi ma non solo, brasiliana la direttrice di produzione, Anamaria del Grande, catalano il direttore della fotografia, Quique Lopez Real. “Nasce così Nemos andando per mare, un film sognante e ironico, a volte ingenuo, a volte comico e istrionico, a volte struggente. Un film sulla fantasia, sulla solitudine, sulla gioventù dell’anima che combatte la vecchiezza del corpo…Un volo onirico in un sogno chiamato Sardegna, da cui si parte e si riapproda sempre”.

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