
di GUIDO GARAU
C’è un’immagine che più di ogni altra definisce Cagliari a livello turistico, nazionale e internazionale: il volo dei fenicotteri rosa che tagliano il cielo sopra l’orizzonte del Poetto. È un’immagine di una bellezza quasi biblica. Eppure, per venticinque anni, quella bellezza è rimasta prigioniera di un paradosso: un Parco, un’istituzione, senza un Piano, una terra promessa senza tavole della legge.
Oggi si scrive una pagina nuova. La data da segnare sul calendario è il 18 dicembre 2025: la Giunta Regionale ha messo il sigillo su quello che l’ente naturalistico definisce, non senza ragione, un “momento storico”. Dopo diciannove anni di carte bollate, rinvii e una gestazione che ha attraversato due decenni, dal 2006 a oggi, il Parco Naturale Regionale Molentargius-Saline ha finalmente il suo Piano. L’atto di nascita di un nuovo modo di intendere il rapporto tra i cagliaritani e quella pezza d’acqua cangiante e di terra tra il mare e la terraferma.
Quattordicimila e seicento ettari distribuiti tra Cagliari e Quartu, un regno che ospita duecentotrenta specie di uccelli e la colonia di fenicotteri più importante del Mediterraneo ne fanno uno dei siti naturali più preziosi d’Europa.
Da oggi cambia tutto, a partire dal modo di abitare questi luoghi: non ci sarà più spazio per la gestione dell’emergenza o l’improvvisazione. Il territorio viene diviso in zone – la A, la B e la C – con regole chiare per distinguere dove la biodiversità è sacra e dove, invece, l’economia può lavorare compatibilmente con la tutela. Arrivano presidi ambientali, videosorveglianza e fasce tagliafuoco, perché l’area ha già pagato troppe volte un prezzo altissimo all’incuria.
La vera sfida è quella dell’integrazione. Il Parco smetterà di essere un’isola chiusa per farsi “connettore” del verde. Vedremo nascere una nuova pista ciclopedonale lungo viale Marconi e il Bellarosa minore che collegherà finalmente i sentieri del Parco al battito di Cagliari e dell’hinterland. Verranno create le “Porte del Parco”, ingressi solenni verso un’area che abbraccia la Piana di Is Arenas, destinata a farsi Parco agricolo e luogo di orti sociali gestiti da cooperative.
Riutilizzo delle acque, le energie rinnovabili, ritorno alla risorsa del sale come identità e lavoro. Come quando, qui, agivano i carcerati per spalare il sale. Molentargius diventa così un laboratorio e una scuola, grazie al ruolo del Ceas e dell’Università, dove imparare che la tutela del paesaggio è la prima forma di amor proprio.

La svolta è il traguardo di quasi vent’anni di lavoro ed è l’inizio di una scommessa. La Sardegna ha scelto di non guardare più al suo patrimonio naturale come a un limite, o a un tesoro da mettere sotto teca, ma come a un bene prezioso da vivere quotidianamente. Le slide ufficiali svelano la strategia: si vuole coniugare la protezione del fenicottero rosa con uno sviluppo economico e sociale sostenibile di tutta l’area metropolitana.
Le infografiche ufficiali ricordano la straordinaria importanza del Parco, “uno dei siti naturali più importanti d’Europa”, che ospita la più importante colonia di fenicotteri rosa del Mediterraneo. L’approvazione del Piano introduce regole chiare e nuove opportunità, strutturate su pilastri fondamentali che trasformano la fruizione del sito: nuova zonizzazione (Zone A, B, C), fine alla gestione estemporanea introducendo zone con diversi gradi di tutela a seconda della loro naturalità, per definire con precisione dove la biodiversità ha la priorità assoluta e dove, invece, sono possibili attività compatibili. Definizione di un sistema di presidi ambientali, realizzazione di reti di videosorveglianza e sistemi antincendio, creazione di fasce tagliafuoco, nuove infrastrutture per la mobilità dolce e l’integrazione urbana, pista ciclabile. La Piana di Is Arenas, come detto, è destinata a trasformarsi in un parco agricolo, con orti sociali assegnati a cooperative e gruppi organizzati. E poi un focus specifico sullo sviluppo di attività economiche legate alla risorsa sale.
Molentargius è stato per secoli una “fabbrica a cielo aperto”, un hub produttivo dove l’estrazione dell’oro bianco – il sale – ha definito l’economia del golfo di Cagliari fino alla soglia del Duemila. La storia delle saline è legata a una profonda dimensione antropologica. Il nome stesso del sito deriva da is molentis (gli asini), utilizzati per il trasporto dei carichi, seppure il braccio operativo fosse costituito dagli uomini appartenenti all’ultimo gradino della società: gli ergastolani.
Fino alla metà del Novecento l’estrazione del sale era affidata ai detenuti del carcere di San Bartolomeo, soprannominati “pantofolai” per le calzature rudimentali impiegate per proteggere i fondali delle vasche. I carcerati lavoravano in condizioni estreme, immersi in acque ipersaline sotto il sole cocente e dentro un’economia di sussistenza e castigo che ha profondamente segnato l’identità del territorio.
Con l’industrializzazione del primo Novecento la fatica umana fu integrata dalle macchine. Simbolo di questo passaggio è l’Idrovora del Rollone, manufatto di archeologia industriale tuttora visibile nel Parco. L’impianto svolgeva una funzione idraulica vitale. Attraverso un sistema di pompe, prelevava l’acqua marina immettendola nei bacini di evaporazione, garantendo il delicato equilibrio salino tra i comparti del Bellarosa Maggiore e del Bellarosa Minore.
Il declino dell’attività estrattiva iniziò negli anni Settanta a causa della concorrenza internazionale, portando alla cessazione ufficiale della produzione nel 1985. La dismissione ha però favorito un inaspettato “miracolo” ambientale: il silenzio dei macchinari e la fine dell’antropizzazione intensiva hanno permesso la nidificazione stabile dei fenicotteri rosa. Così il nuovo Piano del Parco punta a trasformare questo patrimonio di archeologia industriale in una risorsa culturale e turistica. L’obiettivo è la conversione, naturalistica e urbanistica: dal peccato all’espiazione, dal delitto alla Grazia.
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