ANDREA FERRERO SETTE HA PERSO LA VISTA NEL 2010 A CAUSA DI UNA RETINITE PIGMENTOSA MA HA TROVATO L’ARTE: “LA CECITA’ HA TOLTO L’AUTONOMIA MA SONO DIVENTATO UN’ARTISTA”

Andrea Ferrero Sette (Credits foto di Valentina Bullitta e Annalisa Marini)

«Sono una persona che, all’improvviso, ha scoperto di avere una malattia degenerativa progressiva incurabile alla retina. Sapevo che sarei diventato cieco. Nel 2010, quando questo è avvenuto, ero in fondo a un pozzo e da lì, a un certo punto, potevo soltanto risalire. Così ho fatto. Il buio non è stata la fine di tutto. Anzi, col senno di poi, vi dico che questa patologia mi ha permesso di scoprire e fare cose che, quasi certamente, non avrei fatto se avessi conservato la vista. Con questo non intendo dire che sono felice di essere cieco: la disabilità mi ha tolto l’autonomia, la libertà, la bellezza. Ma la cosa più importante è che ho scelto di essere felice».

Inizia così la lunga chiacchierata con Andrea Ferrero Sette, cagliaritano di 55 anni. È un dipendente del Centro di ricerca, sviluppo e studi superiori in Sardegna – Crs4, fondato nel 1990 dalla Regione Sardegna. Una laurea in Economia e commercio e un percorso professionale che lo ha visto dapprima introdotto nella carriera di commercialista e poi in una grande impresa come Tiscali. Da alcuni anni sta sviluppando una sua grandissima passione: l’arte.

«Nel 1998 mi diagnosticarono la retinite pigmentosa. Sino ad allora, avevo messo a frutto i miei studi», racconta. «Vedevo il mio futuro all’interno di un’amministrazione o da libero professionista. La cecità ha cambiato tutto, costringendomi a ripensare la mia vita e soprattutto a capire che cosa non volessi fare. Oggi nella vita di Andrea Ferrero Sette ci sono l’arte, l’attività sportiva, gli incontri di sensibilizzazione, i seminari all’università e nelle scuole, oltre all’impegno legato a progetti sull’accessibilità».

Parliamo del suo percorso artistico. Mi è sempre piaciuta l’arte, sin da adolescente. Ho visitato tanti musei in Italia e all’estero, negli anni ho coltivato questa passione. Quando sono diventato cieco, ho partecipato a un progetto del Crs4, “Over the view”, grazie al quale ho avuto modo di conoscere Marcella Serreli, allora direttrice della Pinacoteca nazionale di Cagliari. Lei “raccontava” i bellissimi retabli custoditi in quel museo. Annalisa Carta, pittrice e amica di mia moglie, nello stesso periodo mi propose di iniziare a dipingere. Figurarsi, io ero un ex vedente con tanti pregiudizi, le dissi subito: “mi spieghi come faccio a dipingere se non vedo nulla?”. Ma lei e mia moglie mi spronarono a provare. La loro proposta mi sembrava oscena. Quando ho mostrato i primi quadri a Marcella, lei ci ha visto qualcosa di particolare e mi ha suggerito di proseguire. Ora è la curatrice delle mie mostre. Ho iniziato con i pennelli, ma avvertivo la distanza dalla tela. Così ho iniziato a dipingere con le mani, come faccio tutt’ora. Mi faccio aiutare da Massimiliano Ibba, un caro amico che mi passa i colori che intendo utilizzare. La scelta è sempre e solo mia. Capisco perfettamente coloro che restano un po’ perplessi, ma credo che un quadro sia un’esperienza sensoriale: dietro c’è un progetto, poi ci metto il tatto e persino l’udito quando scorro il dito sulla tela. E pure l’olfatto.

Nella scelta dei colori, la aiuta molto la memoria di quando era vedente? Moltissimo. Sino al 2010, ho immagazzinato nella mente migliaia di immagini, colori, suggestioni. Se uno nasce cieco, quella è la condizione e te ne fai una ragione. Se invece perdi la vista, come è accaduto a me, è una fase che richiede l’elaborazione del lutto. Io ci sono riuscito. E ho ben presenti i colori del mare piuttosto che di un campo di grano, due soggetti che nei miei quadri erano ricorrenti. Ho visto migliaia di quadri, mi sono fatta un’idea precisa e tutto questo oggi mi aiuta. Poi, ovviamente, occorrono creatività e immaginazione. Ogni mio lavoro inizia con una tela bianca. Poi io ci metto i colori, perché essi sono dentro di noi.

Le sue mostre riscuotono sempre un buon successo di pubblico. L’ultima, allo Spazio Pira di Quartu Sant’Elena, è stata molto apprezzata. Eppure, ho sempre il timore di essere visto come una sorta di fenomeno da baraccone, e non semplicemente come una persona che dipinge e proietta sulla tela ciò che ha dentro. Marcella Serreli, invece, racconta sempre l’artista, non stimola il pietismo del pubblico.

Ho sempre il timore di essere visto come una sorta di fenomeno da baraccone, e non semplicemente come una persona che dipinge e proietta sulla tela ciò che ha dentro. Marcella Serreli, invece, racconta sempre l’artista, non stimola il pietismo del pubblico.

Ultimamente si sta cimentando in un’altra esperienza artistica. Cerco sempre qualcosa di nuovo, sperimento di continuo. Sono partito dal figurativo per passare all’astratto; attraverso quest’ultima forma, riesco a trasmettere maggiormente le mie emozioni. Sto utilizzando vari materiali, come lo stucco, la farina di quarzo o una pasta modellante naturale fatta di amido mais, colla vinilica e acqua. In questo modo rendo più tattili possibili i miei lavori. Cerco di evolvermi ed essere sperimentativo. Ora sto lavorando l’argilla, seguito dall’artista Francesco Amadori.

Il miglior complimento che ha ricevuto? Di recente, la giornalista Maria Chiara Cugusi di Radio Karalitana, durante un’intervista in studio, mi ha detto che sono una persona che trasmette gioia. La verità è che ho un carattere comunicativo, riesco a trasmettere ciò che ho nel cuore, nell’anima e nella testa. Però mi ha fatto molto piacere sentire quelle parole.

Ha fatto riferimento a “Over the view”. Ce ne parla? È stata una bella esperienza, in cui ho riversato passione, entusiasmo e tutta la mia competenza, mettendo a disposizione dell’azienda tutte le mie conoscenze nel settore dell’accessibilità museale per abbattere le barriere architettoniche. Perché, in presenza di una disabilità, e nello specifico di una disabilità visiva, tutto si complica. L’esperienza tattile nei musei non sempre è possibile, al di là delle precauzioni che possono essere adottate. E quell’esperienza può risultare poco significativa.

Molte esperienze anche nell’ambito sportivo. Ho praticato diversi sport, come tante altre persone. Quand’ero ragazzo, non andavo benissimo a scuola. Per i miei genitori, l’attività sportiva doveva essere un premio, dunque interruppi quel percorso. Ho ripreso molti anni più tardi, frequentando una palestra. Poi mi sono dato allo sci nautico con il plurimedagliato Jeff Onorato che per me è anche un maestro di vita; al nuoto con Salvatore Bandinu, che è specializzato nelle discipline natatorie; e all’acquagym. In ultimo, la spada non vedenti: la scherma è una disciplina alla quale non avevo mai pensato quand’ero ancora vedente. Mi sono tolto qualche soddisfazione, ho partecipato persino alle finali nazionali di Napoli grazie al percorso con l’Accademia Athos di Cagliari.

Che cos’è per lei la disabilità? Affrontare la vita in un altro modo. È qualcosa che nessuno vuole, ma mi ha costretto a ripensarmi. Bisogna essere bravi a tirare fuori il meglio di noi stessi, per poterla affrontare serenamente ed essere felici. Io sono molto fortunato, ho mia moglie Annalisa e una famiglia che mi supporta in tutto. Tante persone che mi vogliono bene e mi sostengono, trasmettendomi energia. Questo mi aiuta moltissimo.

La disabilità significa affrontare la vita in un altro modo. È qualcosa che nessuno vuole, ma mi ha costretto a ripensarmi. Bisogna essere bravi a tirare fuori il meglio di noi stessi, per poterla affrontare serenamente ed essere felici Si è mai sentito escluso?

Sì. Ci sono state persone che sono sparite quando la cecità ha cominciato ad affacciarsi nella mia vita. Quand’ero già ipovedente, una ragazza con cui c’era una forte simpatia venne a sapere da amici comuni che avrei perso la vista. Così preferì fare un passo indietro, non si sentiva di affrontare un percorso così impegnativo. Quella che è diventata mia moglie, invece, ha fatto l’esatto contrario: è davvero una donna straordinaria, e lo dimostra tutti i giorni.

Si definisce cieco o non vedente? Io sono cieco. Questa è la parola giusta. Se poi vogliamo usare il termine “non vedente”, facciamolo pure, anche se si mette l’accento su qualcosa che non si ha. I puristi sostengono che si debba dire cieco, io però utilizzo le parole così come vengono. Sto attento a certi termini se li percepisco offensivi.

Lei gioca spesso con le parole. È un modo per esorcizzare la sua disabilità? Sono una persona ironica, da sempre. Ma parlo in italiano, come tutti noi. Se devo dare un appuntamento a una persona, dico: ci vediamo domani. Qualcuno, di fronte a una frase del genere, si trova in imbarazzo. Ma perché? Se dico che credo ciecamente in un amico, sto facendo una battuta o dicendo una cosa vera? Insomma, a volte si pensa più all’estetica delle parole che alle cose concrete.Parlo in italiano, come tutti noi. Se devo dare un appuntamento a una persona, dico tranquillamente: ci vediamo domani. Se dico che credo ciecamente in un amico, sto facendo una battuta o dicendo una cosa vera? A volte si pensa più all’estetica delle parole che alle cose concrete

Dicono che lei sia una persona che non si sente mai appagata. Qual è il suo prossimo obiettivo? Tanti anni fa, quand’ero all’università, il professor Vittorio Dettori (docente di Economia politica all’Università di Cagliari, ndr) disse: “L’imprenditore è colui che non è mai appagato”. Ho fatto mia quella sua lezione e sono sempre proiettato al futuro. A volte i sogni rimangono nel cassetto, ma non smetto di sognare perché la vita sarebbe decisamente più triste. Penso a nuove mostre, alla ripresa della mia trasmissione radiofonica “Oltre le barriere”. E poi ci sono nuove gare di scherma all’orizzonte e gli incontri con gli studenti. La vita è come andare in bicicletta: bisogna stare sempre in movimento per restare in equilibrio.

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