
di FABIO MANCA
Amano l’Isola ma non possono fare a meno di lasciarla per avere un’opportunità di lavoro o di carriera. E’ l’eterno dilemma dei giovani under 35 sardi confermato anche dall’Indice “Youth Friendly 2025” che pone l’Isola all’ultimo posto per opportunità e attrattività alle nuove generazioni di imprenditori. Ed è per questo che le 12mila imprese sarde guidate da giovani under 35 corrono, cambiano, restano, resistono, rinascono e creano economia ma devono anche fare i conti con un sistema che non ne agevola la crescita, una glaciazione demografica che frena il passaggio generazionale e un mercato del lavoro sempre in bilico tra bassa occupazione, alta inattività e fuga dei talenti.
Sono alcuni degli argomenti trattati duranti i lavori della prima Convention Regionale dei Giovani Imprenditori di Confartigianato Sardegna che si è svolta ad Arborea dal titolo “La scelta di restare. Giovani artigiani tra identità, passione e sguardo sul mondo” che, per la prima volta in assoluto nell’artigianato sardo, ha visto confrontarsi un centinaio di giovani imprenditrici e imprenditori provenienti da tutta la Sardegna su argomenti come i volti di una generazione che riparte dai luoghi, la “restanza” che crea futuro, il passaggio generazionale, l’impresa che nasce dalle persone e dal territorio.
“La Sardegna è ancora in equilibrio precario tra fragilità e potenziale – ha commentato Mattia Urru, Presidente Giovani Imprenditori Confartigianato Sardegna – per questo le priorità per una reale crescita e la creazione di lavoro buono e pulito devono essere le competenze, il credito, i servizi e le politiche di lungo periodo. Solo rafforzando questi “pilastri” la crescita delle giovani imprese potrà essere un fatto concreto e non l’ennesima scommessa individuale affidata alla buona volontà dei singoli ma i giovani hanno voglia di fare, di costruire anche per creare valore aggiunto ai territori e di essere ispiratori per tutti coloro che vogliono restare”. “E’ necessario impegnarsi per costruire realtà che non solo possano essere di successo ma che siano dei catalizzatori per il miglioramento dei territori”.
“Quando parliamo di giovani, di nuove energie, di passaggio generazionale ma anche di glaciazione demografica – ha continuato Urru – dobbiamo sempre aver ben chiari questi dati che ci dicono come ai giovani sardi non manchino di certo idee, coraggio e spirito imprenditoriale ma solo un contesto che li metta davvero nelle condizioni di crescere: accesso al credito, formazione mirata, meno burocrazia e servizi adeguati. Rimanere nel proprio territorio significa trasformare una scelta difficile in una scelta di valore”.
Poi un messaggio di Urru alla Politica e alle Istituzioni: “Non mancano i giovani e non manca la voglia di fare. Ma tutto questo va incoraggiato e va aiutato a espandersi e a consolidarsi. Quindi chiediamo di migliorare gli strumenti che sono a disposizione delle imprese, creandone dei nuovi su misura, basati sulle esigenze delle giovani imprese che sono sicuramente diverse rispetto a quelle già avviate”.
Nel suo intervento, l’assessore Regionale all’Artigianato, Franco Cuccureddu, ha anticipato la proposta della Regione di destinare una quota della Legge 949, la legge artigiana della Sardegna, per finanziare le imprese con titolari sotto i 35/40 anni e supportarle nella nascita, nella crescita e nella ricerca di nuovi mercati, e quindi dare ai giovani imprenditori la possibilità di realizzare i propri progetti. L’obiettivo è, quindi, di dare la possibilità a tutti coloro che vogliono intraprendere di iniziare un percorso che, altrimenti, verrebbe loro precluso per mancanza di fondi e di bancabilità delle iniziative.
“Per la prima volta i giovani imprenditori artigiani hanno trovato uno spazio tutto loro per farsi conoscere e condividere idee e prospettive di futuro – ha dichiarato Giacomo Meloni, Presidente di Confartigianato Sardegna – la formazione delle classi dirigenti è un elemento strategico per garantire la continuità, la crescita e l’arrivo di forze fresche e nuove idee che consentano alla Confartigianato di stare al passo coi tempi, intercettare il cambiamento e garantire un futuro associativo al servizio delle nostre imprese”.
Dal dossier realizzato dall’Ufficio Studi di Confartigianato Sardegna, dal titolo “Giovani artigiani in numeri: la fotografia di un mondo in movimento”, e presentato per l’occasione, emerge una preoccupante condizione dei giovani imprenditori nell’Isola.
Il rapporto delinea un quadro caratterizzato da una profonda transizione demografica, un mercato del lavoro paradossale e una resilienza del settore artigiano che, nonostante le difficoltà, rimane un polo d’attrazione per le nuove generazioni.
Secondo lo studio, che ha analizzato dati di Istat, UnionCamere, Ines e Istat, su 12mila giovani realtà, con 30mila dipendenti, 2.570 imprese, il 21%, sono artigiane giovanili che offrono lavoro a 9mila addetti. Sul totale solo il 30% è guidato da giovani donne mentre la presenza di giovani stranieri nel comparto artigiano è limitata al 5,8%. I settori con la maggiore presenza di giovani artigiani sono: Servizi alla persona (655 imprese); Lavori di costruzione specializzati (527); Costruzione di edifici (344); Ristorazione (199); Riparazione computer e beni per la casa/auto (150).
La Sardegna sta affrontando la sfida demografica più dura d’Italia. Secondo le proiezioni, nei prossimi 25 anni l’Isola subirà la contrazione della popolazione in età lavorativa (20-64 anni) più marcata a livello nazionale, con una riduzione di 331 mila unità (-36,8%). Il calo della sola popolazione under 35 sarà altrettanto drastico: 150 mila giovani in meno entro il 2051 (-35,1%), il secondo peggior dato tra le regioni italiane dopo la Calabria. Questo scenario mette a serio rischio la continuità del sistema produttivo e la tenuta sociale del territorio.
Il paradosso del mercato del lavoro: cala l’occupazione, cresce l’inattività Nel periodo 2021-2025, mentre l’Italia ha registrato una crescita dell’occupazione giovanile dell’8,9%, la Sardegna è stata l’unica regione italiana a segnare un calo dell’occupazione under 35 (-1,4%), perdendo circa 1.500 occupati. I dati evidenziano un tasso di occupazione giovanile fermo al 38,4%, inferiore di 5,5 punti rispetto alla media nazionale, a fronte di un tasso di inattività del 54,1%, tra i più elevati del Paese. Nonostante la diminuzione dei NEET (-12% nell’ultimo anno), restano 33 mila i giovani che non studiano e non lavorano.
A peggiorare il quadro è la “fuga dei talenti”: il saldo migratorio dei laureati (25-39 anni) è pari al -16,4%, indicando che i giovani qualificati lasciano l’Isola due volte e mezzo più frequentemente rispetto alla media nazionale.
Mentre i giovani mancano o restano inattivi, le imprese faticano a trovare personale. In Sardegna, il 45,2% delle entrate programmate dalle imprese è considerato di difficile reperimento. Per il comparto artigiano la situazione è ancora più critica: la quota sale al 55,3%, con oltre 8 mila figure difficili da trovare su 15 mila ingressi previsti. Tra le cause principali figurano il ridotto numero di candidati e un’inadeguatezza delle competenze professionali che riguarda l’11,8% delle entrate.
Il sistema imprenditoriale sardo sta invecchiando rapidamente. Negli ultimi dieci anni, la quota di artigiani over 59 è balzata dal 15,3% al 26,6%, mentre i giovani under 35 sono crollati dall’11,3% a un esiguo 6%. Si stima che circa 34 mila micro-imprese (0-9 addetti) siano oggi in una condizione di criticità per il ricambio generazionale. Entro i prossimi cinque anni, il 10% delle micro-imprese potrebbe chiudere definitivamente per pensionamento del titolare senza un erede o un acquirente. E nell’Isola sono ben 4.392 le imprese artigiane a conduzione familiare (con più di 3 addetti) che possono essere interessate da un passaggio generazionale.
Secondo l’analisi realizzata dall’Ufficio Studi di Confartigianato Imprese Sardegna, su dati ISTAT, nel 2023, le imprese sarde che hanno effettuato il passaggio generazionale sono state il 7,7% contro una media nazionale del 9,1%. Prima la P.A: di Bolzano con l’11,9%, ultimo il Lazio con il 6%. La Sardegna è sesta nella classifica nazionale, preceduta da Basilicata, Sicilia, Molise, Liguria ed Emilia Romagna. In Italia sono ben 227mila le microimprese interessate dal fenomeno su un totale di più di 777mila aziende controllate da persone fisiche o a conduzione familiare.
Gli effetti della transizione demografica, quindi, emergono chiaramente sia dal lato imprenditoriale sia da quello della forza lavoro dipendente.
Osservando l’andamento degli autonomi artigiani sardi per classe di età, si rileva un progressivo invecchiamento della base imprenditoriale. Dal 2015, anno di inizio della serie, la quota di imprenditori con 59 anni e oltre è cresciuta di 11,3 punti percentuali, passando dal 15,3% al 26,6%. Al contrario, la presenza dei più giovani si è ridotta: la quota di imprenditori under 35 è scesa di 5,3 punti, passando dall’11,3% al 6%.
Considerando che l’età media dei lavoratori indipendenti nell’Isola supera i 50 anni, il tema del passaggio generazionale diventa centrale. Si stima infatti che rappresenti una criticità per il 30% delle imprese artigiane. Le realtà più esposte sono le micro imprese, in particolare quelle con meno di due addetti: in questo segmento una quota più elevata, pari al 35,1% delle imprese, considera problematico il ricambio generazionale.
Nel complesso, in Sardegna si stimano circa 34 mila micro imprese (0-9 addetti) in condizione di criticità per il ricambio generazionale. I dati dell’ultimo Censimento permanente delle imprese evidenziano inoltre che il 7,7% delle imprese sarde ha affrontato un cambio generazionale tra il 2017 e il 2022. In molti casi è stato mantenuto il ruolo della famiglia proprietaria o controllante. Le difficoltà maggiormente riscontrate da queste imprese sono state per lo più di natura burocratica, legislativa e fiscale.
Guardando alle prospettive dei prossimi cinque anni, tra le micro e piccole imprese e le imprese artigiane interessate da cambiamenti, circa il 12% affronterà un passaggio generazionale (valore medio nazionale), trasferendo l’attività a figli o nipoti, mentre l’8% prevede di vendere o affidare la gestione a terzi. Un ulteriore 10% indica la chiusura definitiva dell’impresa, scelta spesso non legata a difficoltà economiche ma alla conclusione naturale del ciclo imprenditoriale, dovuta al pensionamento del titolare senza un ricambio generazionale.
Gli effetti della transizione demografica sono evidenti anche analizzando la struttura per età del lavoro dipendente. I dati INPS mostrano che in Sardegna in 10 anni, dal 2014 al 2024, la quota di lavoratori dipendenti senior (55 anni e oltre) è cresciuta sei volte più rapidamente rispetto a quella dei giovani: +8,4 punti percentuali contro +1,4 punti degli under 30.
Questo squilibrio si riflette anche nel posizionamento della regione nel contesto nazionale: per peso dei dipendenti fino ai 29 anni, la Sardegna si colloca al terzultimo posto tra le regioni italiane (18ª su 20). I giovani rappresentano infatti il 15,7% dei lavoratori dipendenti (quota inferiore al 18,1% nazionale), una quota inferiore a quella dei lavoratori senior, che raggiunge il 21,7%.
Il passaggio generazionale appare un cambiamento delicato, con il 51,3% delle imprese controllate da persona fisica o famiglia che segnala la presenza di fattori di ostacolo, tra i quali prevalgono le difficoltà burocratiche, legislative e/o fiscali (17,2%), le difficoltà nel trasferire competenze e/o contatti con clienti e fornitori (11,2%) e difficoltà economiche e/o finanziarie (12,9%); più contenuti i conflitti familiari (4,5%) mentre l’assenza di eredi o successori interessati e/o qualificati si rileva nel 17,5% dei casi. Tra le imprese che hanno affrontato un passaggio generazionale negli ultimi anni è netta la continuità imprenditoriale in termini di proprietà: il 93,1% dei passaggi vede il mantenimento e rafforzamento del controllo della famiglia proprietaria o controllante (73,3% di mantenimento del ruolo e 19,8% rafforzamento) mentre il restante 6,9% registra una riduzione del controllo della famiglia o addirittura la perdita (3,9% di riduzione del ruolo e 3,0% di perdita).
Nonostante le ombre, l’artigianato sprigiona un forte potenziale attrattivo: si stima che 95 mila giovani sardi (18-34 anni) siano interessati a intraprendere una professione artigiana, attratti da fattori come la creatività, l’autonomia e la flessibilità. In un mercato del lavoro segnato dalla crisi demografica e dalla carenza di competenze, l’artigianato si conferma un settore capace di attrarre l’interesse delle nuove generazioni. Il connubio tra tradizione, innovazione e flessibilità rende infatti questo comparto un’opportunità concreta di crescita personale e professionale. Questa attrattività si inserisce anche in un più ampio cambio di paradigma nel rapporto con il lavoro, che vede molti giovani orientarsi verso attività più flessibili, capaci di garantire un migliore equilibrio tra vita e lavoro e caratterizzate da una maggiore autonomia. In questo contesto cresce anche la propensione verso forme di lavoro indipendente e imprenditoriale.
Le imprese artigiane possono infatti offrire un ambiente caratterizzato da autonomia, valorizzazione delle competenze e relazioni umane, nel quale si incontrano mestieri con una lunga tradizione, radicati nella cultura italiana, e nuove tecnologie. La possibilità di coltivare una passione, insieme alla collaborazione tra generazioni e alla condivisione di valori, rappresenta un ulteriore elemento distintivo di questo modello produttivo.
Garantire il futuro del sistema imprenditoriale dell’Isola significa anche preservare la vitalità delle aree interne e montane, dove l’artigianato riveste un ruolo particolarmente rilevante, non solo sul piano economico ma anche come fattore di coesione sociale e presidio territoriale. In questo senso diventa fondamentale agire lungo una duplice direttrice: rafforzare il tessuto imprenditoriale e sostenere la vitalità delle comunità locali, soprattutto nei territori più periferici. Una sfida particolarmente rilevante per la Sardegna che si colloca al quarto posto in Italia per incidenza degli addetti artigiani nelle aree interne, dove opera il 57,4% degli occupati del comparto. Per garantire continuità al sistema produttivo sarà quindi sempre più importante creare condizioni favorevoli all’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro, costruendo un contesto in cui scuole e imprese siano sempre più aperte e capaci di collaborare. In questo quadro pesa anche il tema della preparazione scolastica, che in Sardegna contribuisce ad alimentare lo “zoccolo duro” dei candidati ritenuti inadeguati dalle imprese, pari all’11,8% delle entrate previste.
La Sardegna è ancora “poco amica delle giovani imprese”. L’Isola, infatti, si posiziona all’ultimo posto della classifica nazionale per quanto riguarda l’attrattività e le opportunità offerte alle nuove generazioni. E’ questo ciò che emerge dalla classifica delle regioni e delle province “amiche” dei giovani imprenditori è stata stilata sempre dall’Ufficio Studi di Confartigianato, che ha elaborato l’indice “Youth Friendly 2025”, su dati UnionCamere-Infocamere, INAIL, INPS, Excelsior,e contiene l’indice dei territori a misura di giovane per impresa e lavoro che monitora le condizioni dell’habitat sulla base di 27 indicatori, suddivisi in 4 “pilastri”, che comprendono, tra gli altri, il tasso di occupazione under 35, la presenza di giovani imprenditori, la collaborazione scuola-impresa, la diffusione dell’apprendistato, il saldo migratorio dei giovani all’estero o altre regioni. L’analisi dettagliata di queste dimensioni permette di comprendere dove risiedano le criticità maggiori e dove, invece, l’Isola mostri segnali di resilienza.
I dati dicono come il territorio sardo sia in coda alla graduatoria delle regioni con un punteggio di 403 punti, una quota sensibilmente inferiore alla media nazionale di 579 e ben lontana dai 709 punti della Lombardia, capolista del ranking. Il dato sardo risulta essere del 30,3% inferiore alla media italiana, evidenziando un divario strutturale profondo rispetto al resto del Paese per quanto concerne il lavoro, l’impresa, l’istruzione e l’inclusione territoriale.
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