
di GIANRAIMONDO FARINA
Prima dello scontro fatale di Urchinele, però, succede il fatto di sangue. Giovanni Maria Fiori, anelese, servo porcaro, si trovava in quel ghiandifero assieme ad altro servo porcaro Antonio Sanna di Anela. Per questo avevano deciso da qualche giorno di “pernottare” nel capanno del cugino del Fiori ad Urchinele, Raimondo Sanna Cubaju. Quest’ultimo era servo porcaro con Pasquale Farre, compare e cognato, e lo stesso Fiori del possidente anelese Antonio Bulla. Il Fiori, appena vede la quadriglia nughedese avvicinarsi, ignaro del motivo, vedendo i paesani Niccolò Farina Foddianu, Mimmia Gavino Fois e Giuseppe Agostino Demurtas sottoposti a giuramento sulle reliquie dei santi e legati, esce contro di loro con lo schioppo spianato, pronunciando le seguenti frasi: “Nughedesos, como no bo che atzis at bessire binchidores comente atteras bortas bos est capitadu!” Un grido di dolore e di rancore che, però, fu subito soffocato dagli spari nughedesi per cui il detto Fiori cadde esamine. Nel frattempo chi sentì gli spari fù il citato Sanna, anche lui ad Urchinele per il ghiandifero. Sanna rimase ferito dagli schioppi nughedesi. I tre “ostaggi” anelesi, invece, Farina Foddianu, Fois e Demurtas ne approfittarono per darsi a precipitosa fuga e riunirsi nel capanno di Siccadores. In attesa di “nuove”. Il “clima” montano stava diventando “pesante”.
Lo scontro a fuoco di Urchinele del 27 Novembre 1838.
L’uccisione del Fiori ed il ferimento del Sanna, entrambi anelesi, sono l’antefatto dello scontro. Proprio ad Urchinele, attorno al grande nuraghe. E’ circa mezzogiorno del 27 novembre 1838. Avvertiti dalle voci da fuori di Niccolò Foddianu, lasciato libero dai nughedesi di recarsi a conciliare con quelli del capanno, mentre tenevano ben legati seco il Fois ed il Demurtas, quelli del capanno, sorpresi, si riorganizzano. Lo scontro appare inevitabile. Vi sono già un morto ed un ferito. Da un lato i nughedesi, in tutto quattordici, iniziano a circondare il sito. Al comando del possidente Niccolò Bullitta, vittima della grassazione, abbiamo Giovanni Santo Bullitta, il fratello Giovanni Santo, il cognato Giovanni Maria Farris Mimmiu, Giovanni Francesco Sanna, Niccolò Cherchi, Nanni Cherchi, Antonio Cherchi, Cicciu Piredda, Baingio Pani, Pietro Dettori, Giommaria Fiori, Giovanni Pintore, Cicciu Giubitta e Niccolò Tedde. Dall’altra parte, quella anelese, dopo aver contato la morte di Giovanni Antonio Fiori, il ferimento di Antonio Sanna e la fuga degli ostaggi Niccolò Farina Foddianu, Giuseppe Agostino Demurtas e Mimmia Gavino Fois, era tutta rinchiusa dentro il grande nuraghe di Urchinele. Si trattava di Raimondo Sanna Cubaju, Francesco Maria Mulas, Giommaria Fois, Pietro Luigi Fois, Francesco Farina Fazzadu cui si aggiungevano Giovanni Sanna Clara Oschiri ed il latitante di Giovanni Carta Pilleu, questi ultimi di Bultei. L’interrogatorio di Niccolò Bullitta, reso proprio il giorno successivo al maggiore di giustizia del proprio paese, rende chiara la situazione, individuando, da subito, come capi e maggiori responsabili della grassazione subita Raimondo Sanna Cubaju, allora venticinquenne e Giovanni Carta Pilleu, definiti esplicitamente “banditi”. Degli altri presenti ignorava il nome. L’inevitabile scontro a fuoco avvenne appena dopo con quelli del nuraghe che, lasciata la carne di maiale che stavano cucinando, iniziarono a fare un vivo fuoco contro i nughedesi che subito, furono posti sulla difensiva, nascondendosi dietro gli alberi. Lo stesso Niccolò Bullitta si trovò forata la canna dello schioppo che portava come cacciatore miliziano. I cinque del capanno, ricaricati gli schioppi, usciti allo scoperto, seguirono la quadriglia nughedese sparando contro di essa per un quarto d’ora di cammino. Fino ai confini del territorio di Anela, ossia nel luogo di Cuccuru mudregu (CONTINUA)
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