LE DONNE ALBANESI, FRAGILI E DOCILI COME BETULLE: GIUSEPPINA DONEDDU RACCONTA IN UN LIBRO SOGNI, SOPRUSI E L’ESEMPIO DI MADRE TERESA DI CALCUTTA

Giuseppina Doneddu

Fino alla caduta del muro di Berlino le donne albanesi vivevano come normalità la loro vita edificata sulla violenza in nome del Kanun, un codice orale tramandato nei secoli e messo per iscritto ai primi del 900 che regolava la vita sociale, l’onore e la vendetta. Le donne valevano meno di una mucca, maledette dalla nascita venivano considerate “un otre da riempire”. Era soprattutto da parte dei padri che non godevano di alcuna stima mentre le madri sostenevano quel modello educativo per non scardinare l’equilibrio familiare.

Avendo raccolto le storie di Emirea, Galena/Borian, Klea, Nora, Beriana, ecc., nomi di fantasia, Giuseppina Doneddu le racconta nel suo libro “Bambole di Betulla” dedicando le prime pagine al ricordo di Madre Teresa di Calcutta, missionaria albanese-indiana, simbolo di fede e di speranza per chi soffre, per gli ultimi e gli emarginati.

Giuseppina, cosa la spinge ad affrontare queste problematiche femminili? Sono i miei ricordi. Ho visto una bambina ignorata dal padre perché femminuccia mentre il mio mi prendeva in braccio e mi coccolava, questo mi creava turbamento. Da adulta ho preso coscienza che in certi contesti la dignità delle donne veniva calpestata, era sempre il maschio a farla da padrone e ho pensato di porgere queste testimonianze alla conoscenza dei lettori.

Qual è il significato del titolo?   “Bambole di Betulle” sottende simboli che fanno riferimento all’affettuosità materna sempre negata alle figlie che a loro volta desideravano trasferirla su quell’oggetto. La parola bambola evoca il gioco, strumento di verità e di modalità esistenziali per relazionarsi nello spazio e nel tempo. In Albania i bambini non giocavano, a loro non era concesso pur essendo un’esigenza primordiale che nasce nel grembo materno. La betulla, arbusto diffuso in Europa, dalla corteccia liscia e bianca, dal tronco duttile, evocava la docilità e la fragilità delle donne albanesi. Poiché in loro forte era il desiderio di giocare, di nascosto costruivano bambole con gli scarti della pianta che gli uomini tagliavano per altre esigenze, per poi venderle nella speranza di potersi affrancare dai trafficanti che mercanteggiavano le donne come bambole. A spegnere i sogni sul nascere è stato il padre di Beriana che ha provveduto a distruggere la cosiddetta città di Betullia.

Che cos’è la Burnesch? È una vergine giurata. Non avere figli maschi era una maledizione, si perdeva prestigio davanti alla comunità, le donne ritenute inutili erano vittime di soprusi e violenze, per ovviare a tutto questo potevano prestare giuramento e indossare abiti maschili. Solo così le donne acquisivano i diritti del maschio, non incorrevano in nessuna punizione, godevano del rispetto della famiglia e dell’intera comunità. Era questa l’unica ribellione loro consentita. Succedeva anche che qualcuna non riuscisse a dominare questa dualità e mettesse in atto la ribellione con la fuga. Attualmente in Albania vivono ancora un centinaio di Burnesh.

Nella seconda parte del testo le testimonianze sono inserite in un più ampio contesto dove queste giovani si trovano ad operare. È così? Alcune protagoniste lasciano l’Albania e si trasferiscono in India sulle orme di madre Teresa di Calcutta, presi i voti raccontano un’umanità dolente. Sarà il loro esempio ad insegnarci che la sofferenza genera energie positive e, se alleviamo i patimenti degli altri, facciamo del bene a noi stessi.

Quale l’importanza della fede? La fede genera pace e libera da ogni tormento. “Solo il dolore può dare la certezza di essere ancora vivi, fa riflettere e rende migliori” afferma suor Adalgisa (Beriana).

Com’è stato accolto il suo libro? Sono storie di cui nessuno aveva contezza, il lettore l’ha accolto con molto interesse, condividendo l’idea che la conoscenza è necessaria per poter affrontare i problemi. Un libro non cambia la vita ma ognuno di noi può fare la sua parte perché il silenzio è sempre colpevole. 

Cosa le è rimasto di queste storie? Tutto quello che facciamo nella vita in qualche modo ci completa. Ho fatto mia la celebre frase di Madre Teresa: “Non tutti possiamo fare grandi cose, ma possiamo fare piccole cose con grande amore” Questo è l’insegnamento che mi porto dentro.

Giuseppina (Pinuccia) Doneddu di Osidda vive a Bitti. Dopo una breve parentesi lavorativa in banca si è dedicata per oltre 40 anni all’insegnamento nella scuola primaria. Ha al suo attivo diverse pubblicazioni e le sono stati conferiti prestigiosi riconoscimenti anche a livello nazionale.

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Un commento

  1. Interessante sicuramente
    Dove l trovo?

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