VIAGGIO NEI LIBRI DELLA SCRITTRICE NUORESE A CENT’ANNI DAL NOBEL PER LA LETTERATURA: IL ROMANZO IN SARDEGNA E’ ALL’INSEGNA DI GRAZIA DELEDDA

il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella quando si è recato a Nuoro in occasione del centesimo anniversario del premio Nobel conferito nel 1926 a Grazia Deledda, insieme alle belle parole spese per questa figlia di Sardegna ha anche detto che, tra le sue letture della scorsa estate, avevano trovato spazio due romanzi della scrittrice nuorese: Il vecchio della montagna e Canne al vento.

Da parte mia sono andato a recuperare una vecchia edizione di Cosima, lì “Grassiedda” aveva voluto raccontare la favola di una bimba di un piccolo paese sconosciuto ai più, situato su di un’isola posta al di fuori delle correnti artistiche e letterarie non dico europee, ma neppure italiane, scuole elementari sino alla quarta ( ma lei era sempre la prima della classe e quando veniva l’ispettore la sola ad essere interrogata). Insomma la sua storia autobiografica: Cosima è Grazia, nel romanzo ci sono i suoi due fratelli più grandi, le due sorelle maggiori e le due più piccole, l’adorato padre che la lascerà orfana a quattordici anni, la mamma raramente allegra, forse perché le toccò sposare un marito più anziano di vent’anni e chissà, si interroga la futura scrittrice, se anche lei da giovane avesse avuto un suo amore.

Che, siamo nel 1871 quando Grazia nasce, allora le donne sarde, specie quelle che potevano vantare una famiglia di un certo benessere, rarissimamente potevano aspirare a un “matrimonio d’amore”, per lo più lo sposo delle figlie veniva scelto dal padre di famiglia, spesso in grazia del suo reddito o al numero di pecore del suo gregge. E toccò a Cosima trovare i soldi per la dote di una delle sorelle, coi proventi insperati che vennero dalla pubblicazione di uno dei suoi primi libri, l’infelice si era innamorata di un giovane “povero” e, morto il babbo da poco, con il fratello Andrea che si occupava di gestire le terre di famiglia “ a modo suo”, riportandone il tanto che bastava per una vita di parsimonie e spendendo il resto per un suo modo di vivere “alla grande”, si diceva persino avesse un figlio da una ragazza del popolo, il matrimonio rimase in forse per un bel po’ e, alla fine, non ebbe neppure buon esito.

Due zie zitelle non si erano peritate di “predire le cose più sinistre per l’immorale e sfrontata ragazza, mormorarono che per causa di lei la famiglia e l’intero parentado erano scherniti e disprezzati da tutta la gente benpensante, e che il disonore ricadeva anche sulle sorelle che mai avrebbero trovato marito”. Immaginarsi quando si venne a sapere che Cosima, a quattordici anni, “…piccola di statura, con la testa piuttosto grossa, mani e piedi minuscoli, con tutte le caratteristiche fisiche sedentarie delle donne della sua razza, forse d’origine libica, con lo stesso profilo un po’ camuso, i denti selvaggi e il labbro superiore molto allungato; aveva però una carnagione chiara e vellutata, bellissimi capelli neri lievemente ondulati e gli occhi grandi a mandorla, di un nero dorato e a volte verdognolo, con la grande pupilla delle donne di razza camitica, di un fascino passionale, irresistibile…”, “come costretta da una forza sotterranea, scriveva versi e novelle”. “Tutti cominciarono a guardarla con una certa stupita diffidenza, se non pure a sbeffeggiarla e prevedere per lei un qualche losco avvenire”.

Ma qui, come per miracolo, il fratello Andrea che “aveva molti difetti, ma era anche generoso e gioviale…quando si venne a sapere che la sua sorellina Cosima, quella ragazzina di quattordici anni che ne dimostrava meno e sembrava selvaggia e timida come una piccola cerbiatta,  era invece una specie di ribelle a tutte le abitudini, le tradizioni, gli usi della famiglia e anzi della razza, poiché s’era messa a scrivere versi e novelle…la mandò a prendere lezioni d’italiano, poiché a dire il vero ella scriveva più in dialetto che in lingua, da un professore di ginnasio”.

Ma più importante per la sua formazione furono le “lezioni pratiche che il fratello le procurò facendole conoscere tipi di vecchi pastori che raccontavano storie più mirabili di quelle scritte sui libri e, portandola in giro nei villaggi più caratteristici della contrada, alle feste campestri, agli ovili sparsi nei pascoli solitari e nascosti come nidi nelle conche boscose della montagna”. Scrive Grazia che in uno di questi banchetti con intorno le pecore “ che brucavano l’asfodelo secco, i cui lunghi steli dorati scrocchiavano fra i denti delle bestie come grissini, e le capre nere, dalle teste diaboliche si profilavano sulla madreperla delle cime rocciose, imparò più cose che in dieci lezioni del professore delle belle lettere. Imparò a distinguere la foglia dentellata della quercia da quella lanceolata del leccio, e il fiore aromatico del tasso barbasso da quello del vilucchio.

E da un castello di macigni sopra i quali volteggiavano i falchi che parevano attirati dal sole come le farfalle notturne dalle lampade, vide una grande spada luccicante messa ai piedi di una scogliera come in segno che l’isola era stata tagliata dal continente e tale doveva restare per l’eternità. Era il mare che Cosima vedeva per la prima volta”. “Non aveva aperto bocca per tutto il banchetto, coi suoi grandi occhi silenziosi, oscuri del cupo verde dell’ombra del bosco: come una delle piccole fate ambigue, non sai se buone o cattive, che popolano le grotte del monte e da millenni vi tessono, dentro, nei loro telai d’oro reti per imprigionare i falchi, i venti, le nuvole, i sogni degli uomini”.

Non si sa bene come ma cominciarono a girare per casa giornali per ragazzi, riviste agili e ben figurate, giornali di varietà e moda. “L’ultima moda” , coi suoi figurini di donne dall’alta pettinatura imbottita, la vita sottile e “il paniere” prominente, era la gioia, il tormento, la corruzione delle ragazze. Nelle ultime pagine c’era sempre una novella, scritta bene, spesso con una grande firma. “…e dunque alla nostra Cosima salta nella testa chiusa ma ardita di mandare una novella al giornale di mode”. E il direttore la trovò degna di essere pubblicata. E altre gliene chiese. “… in paese la notizia che il nome di lei era apparso stampato sotto due colonne di prosa ingenuamente dialettale, e che, per maggiore scandalo, parlavano di avventure arrischiate, destò una esecrazione unanime e implacabile.

Ed ecco le zie, le due vecchie zitelle, che non sapevano leggere e bruciavano i fogli con le figure di peccatori e di donne maledette, precipitarsi nella casa malaugurata, spargendovi il terrore delle loro critiche e delle peggiori profezie”. E poi, cosa ne sa lei dell’amore di cui va scrivendo? Nel cuore ha un certo Antonio, amico del fratello, uno studente, nientemeno, ma neppure a se stessa osa sussurrare di questo sentimento. Le sue amiche lo prendevano in giro per il modo in cui vestiva, e perché i capelli gli lucevano troppo. -Ti sei messo l’olio di lentischio, come le donne di Oliena.

A chi vuoi piacere, in questo paese di selvaggi? Qui, dame non ce ne sono. – E poi, perché non hai il corpetto? L’hai perduto? La tua camicia sembra la camicetta di una donna. Perfide! Eppure quanto si divertirono quando andarono in gita sulla piccola chiesa detta della Madonna del Monte, sovrastante fra boschi di lecci e rocce di granito, in cima all’Ortobene. Nella capanna in cui dormivano, di giorno erano in giro per i boschi, trovò anche una specie di nicchia, che avrebbe dovuto servire per qualche lumino e qualche immagine sacra, della quale invece ella si servì per deporvi il calamaio ( lo aveva portato avvolto in uno straccio nero e ficcato dentro una scarpa perché nel transito non si rovesciasse) la penna, il suo scartafaccio e alcuni libri, formandone così un altarino per i suoi misteri d’arte.

Il titolo del libro che va scrivendo è : Rosa di macchia ( in realtà: Fior di Sardegna) e un giorno, quando è finito, lo sente palpitare vivo fra le sue mani fredde, come un uccello che le sguscia fremente fra le dita e vola a batter le ali contro i vetri chiusi della finestra. Ma come spedirlo via all’editore, visti i pochi centesimi che la madre le dà la domenica? Ecco che la scrittrice, la poetessa, la creatura delle nuvole scende in cantina  e ruba un litro d’olio, lo vende e col ricavato il manoscritto è avvolto in tela e carta, che deve passare il mare, ed è anche raccomandato. Rivelò il peccato al confessore.

Per penitenza digiunò il venerdì e il sabato. Presto arrivarono le bozze di stampa. Il suo nome in cima, sovrastante al titolo, le dava quasi soggezione. Le richiesero una foto, da mettere in copertina. E il libro ebbe un successo femminile: lo lessero le fanciulle e vi si ritrovarono, coi loro amori più libreschi che reali, i loro convegni notturni immaginari. L’editore mandò cento copie del volume. E il grosso pacco piombò in casa come un bolide sconquassatore. La madre ne fu atterrita, la sera gli girò attorno con la diffidenza di un cane che vede un animale sconosciuto.

Ma per la scrittrice fu un disastro morale completo, non solo le zie inacidite, ma i benpensanti del paese, e le donne che non sapevano leggere ma consideravano i romanzi come libri proibiti, tutti si rivoltarono contro la fanciulla: fu un rogo di malignità, di supposizioni scandalose, di profezie libertine. Cosima-Grazia aveva vent’anni. Da allora non si fermò più, scrisse libri che vennero pubblicati in decine di paesi europei con un successo planetario. Scrive Marcello Fois in “Manuale di lettura creativa”, Einaudi 2016: “Il romanzo in Sardegna comincia con Grazia Deledda…e non possiamo non fare i conti con la sua riconoscibilità, perché nel bene e nel male la percezione di Sardegna che esiste in posti remoti della terra, esiste grazie a questa donnina nuorese che nel 1926 ha vinto il Nobel e ha fatto esplodere la sua terra nell’universo”.

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