
di VERONICA MATTA
Nella Laguna di Santa Gilla non si entra con un’app. Si entra in silenzio. Si entra conoscendo il vento, leggendo l’acqua, rispettando tempi che non sono quelli degli uffici di Bruxelles ma quelli della natura. E invece adesso no. Adesso serve un telefono. Meglio se moderno. Meglio se con segnale. Meglio se con un’app da scaricare, registrarsi, cliccare, inviare. La chiamano innovazione. Qui la chiamano distanza. Dal 2026 l’Unione Europea ha deciso: anche la pesca sportiva e ricreativa deve diventare un dato. Un numero. Un flusso digitale. E allora ecco l’obbligo: segnalare le catture di spigole, orate, anguille. Farlo tramite RecFishing. In tempo reale. Ovunque.
Ovunque. Parola semplice, idea complicata. Perché “ovunque” qui significa anche dove il telefono non prende. Dove la connessione è un miraggio. Dove il pescatore ha ottant’anni, le mani segnate dal sale e nessuna intenzione — né possibilità — di trasformarsi in operatore digitale. «E chi lo sa usare?» è la domanda che rimbalza tra le barche. Non è protesta. È realtà. A Cagliari e nel suo hinterland, Santa Gilla non è un luogo qualsiasi. È un sistema vivente. È economia minima e dignità massima. È cultura materiale. È identità. Qui la pesca non è hobby da weekend europeo. È integrazione al reddito, è sopravvivenza, è comunità. “Sa genti depit papai”. La gente deve mangiare. Non è uno slogan. È una regola non scritta che vale più di qualsiasi regolamento comunitario. È il principio che tiene insieme la laguna, le famiglie, le reti, i mercati informali, la quotidianità.
E allora la domanda diventa un’altra: può un algoritmo capire tutto questo? L’Europa dice: serve controllo. E su questo, nessuno discute. Il mare va tutelato. Le specie vanno monitorate. I dati servono. Ma servono davvero così? Servono ovunque allo stesso modo? Servono anche dove manca la rete, dove manca la formazione, dove manca persino la conoscenza della norma? Perché il rischio è evidente: trasformare migliaia di pescatori ricreativi in potenziali sanzionati. Non per abuso, ma per impossibilità. Non per illegalità, ma per distanza — tecnologica, culturale, geografica.
Qui nessuno rifiuta il futuro. Ma il futuro, se vuole essere tale, deve saper parlare le lingue dei territori. Deve conoscere le differenze. Deve adattarsi. Perché imporre lo stesso strumento dalla Scandinavia alla Sardegna non è semplificazione. È illusione. E allora resta questa immagine: un pescatore che guarda il telefono senza campo, poi guarda l’acqua. E sceglie l’acqua. E alla fine resta anche una domanda, sospesa tra ironia e amarezza: chi ha inventato quest’app, ha mai pescato davvero?
«I pescatori, quelli veri… li ricordate?». «Scalzi. Con l’acqua alle ginocchia. “A su cavunu!” gridavano. Conoscevano ogni canale meglio delle loro tasche. Poi sono arrivati i protocolli». E con i protocolli è arrivato anche l’algoritmo: freddo, distante, incapace di capire il ritmo del mare. I pescatori lo osservano da lontano, mentre il vento continua a soffiare sulle reti. Santa Gilla resta la stessa, ma il mare continua a parlare… solo con chi sa ascoltarlo, tra mani segnate dal sale e telefoni che non prendono, mentre l’Europa trasforma il mare in dati.
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