
Marina Meloni è Mari Mameda
di MARINA MELONI
Esiste un termine molto in voga ultimamente che è disterrau/disterradu (la prima nelle varietà campidanese e nuorese, la seconda nel logudorese); quello che nella lingua gallurese diventa starratu/distarratu.
Wagner, nel suo Dizionario Etimologico Sardo, fa risalire questa parola allo spagnolo e/o al catalano desterrar, che significa ‘esiliare’, ‘bandire’, allontanare qualcuno da un luogo o impedirne il ritorno:
sp.-cat. desterrar; sost. distérru, istérru log. e camp. ‘esilio, bando’, = sp. destierro, cat. desterro; anche in senso più lato: ‘Podes bessire da ogni diltherru’ (precipizio, abisso): Ant. Maria Scanu presso Mulas, Poesie tiss., p. 360.
Personalmente non amo questa parola.
Comprendo il suo uso evocativo di nostalgia e sconforto, tipico degli espatriati, ma resta un sinonimo di ‘bandire’, ‘cacciare’, anche in senso traslato: desterrar la melancolía, scacciare la malinconia. Inoltre, disterrau mi fa pensare a qualcosa di sradicato, tolto dalla propria terra, ridotto a uno stato innaturale. Trovo estremamente fuorviante il paragone tra emigrazione ed esilio, fosse anche in modo figurato, come se l’emigrato avesse la colpa di essersi allontanato dalla madrepatria.
Esiste anche un’altra parola, con un corrispettivo italiano più contemporaneo: emigrau/emigradu, emigratu. Ma anche qui le connotazioni negative non evaporano.
Per molto tempo questa parola è stata usata in modo fortemente dispregiativo, e continua a esserlo: ‘gli immigrati’ nel nostro immaginario sono spesso corpi estranei, minacce, diversi, criminali, arretrati. E persino in terra natia le cose non vanno meglio: l’emigrau, in Sardegna, è una persona ‘fuggita’, sulla quale aleggia la vergogna per non essere stato capace di camparsi in casa propria. Inoltre, oggi in Sardegna è molto vivo il pregiudizio che l’emigrato sardo si vergogni delle proprie origini e che, soprattutto nell’ambito dei circoli, quando organizza feste e manifestazioni folkloristiche lo faccia col preciso intento di convincere i ‘continentali’ che noi non siamo tutti sequestratori, rapinatori e rozzi analfabeti zoofili (le volte in cui i fantasiosi bias dei miei conterranei riescono a stupirmi sono molte).
Però, quando una parola diventa un’etichetta, è lì che noi possiamo rivendicarla in modo da strapparla al suo uso dispregiativo, in una sorta di riappropriazione semantica.
Oggi, i sardi che vivono fuori dalla Sardegna tornano a presentarsi al mondo col nome di emigrati. La nuova Associazione dei Circoli di tutta Italia si chiama esattamente così: “Sardi Emigrati Uniti” (S.E.U.), ponendo quella parola tanto dibattuta, e spesso censurata, finalmente al centro.
Prima di tutto: l’emigrazione è un fenomeno naturale del genere umano. Le nostre società e le nostre civiltà si basano sulle migrazioni; l’incontro tra popoli è ciò che maggiormente arricchisce la nostra storia e il nostro percorso evolutivo.
I sardi che vivono fuori dalla Sardegna restano sardi. Il fatto di non presentare la nostra appartenenza d’origine in modo antitetico (noi vs voi), bensì in modo conviviale e festante, è semplicemente uno strumento di integrazione: nelle mie iniziative vado a coinvolgere la comunità dove mi sono insediata, ma non perché abbia qualcosa di cui farmi perdonare, bensì per mostrare l’apporto della mia cultura alla società che anche io concorro a costruire.
Noi non siamo banditi, ‘disterrati’: in Sardegna continuiamo ad avere le nostre case, le nostre famiglie, gli amici e le nostre comunità, che semplicemente abbiamo espanso anche in altri luoghi. Io sono un’EMIGRATA perché resto sarda; l’isola è un punto di prospettiva privilegiata per me, non un limite. La mia cultura, la storia del mio popolo, i suoi usi, le tradizioni, la sua arte e le lingue: io le esercito e le riverso in ogni luogo in cui mi adatto e mi integro, dove ho piacere di essere riconosciuta e apprezzata come donna sarda e come membro di una comunità produttiva e coltivante la sardità nel mondo. Pertanto, da oggi in poi, chiamateci EMIGRATI con grande onore.
Avvidécci Sani
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Ho lasciato la Sardegna da giovanissima, ma non ho mai smesso di sentirmi profondamente sarda.
Mi sono sempre considerata un’emigrata, e lo dico con orgoglio.
Ho portato con me l’amore per la mia terra, cercando sempre di raccontarne la storia, le tradizioni e l’identità. Qui a Milano ho trovato tanti amici che hanno saputo apprezzare e rispettare la ricchezza della cultura sarda.
Per questo, anche per me , come per Marina – la parola emigrata non è mai stata un peso o un disagio.
Anzi. È parte della mia storia e della mia identità, e ne vado fiera. ❤️
Nell’aggettivo “disterrau/disterrada” percepisco una forma dolorosa, lo strappo, lo sradicamento, un termine non consono per noi che le radici le teniamo ben salde nel nostro paese natio anche se lavoriamo dall’altra parte del mondo.
❤️❤️
Bella e fiera!! ❤️