
di STEFANIA ANGIUS
La Shoah non è soltanto una pagina di storia: è una frattura morale che ha segnato in modo irreversibile la coscienza dell’Europa. Lo sterminio di oltre sei milioni di ebrei, insieme alla persecuzione di oppositori politici, militari, rom, persone con disabilità e minoranze considerate “indesiderabili”, ha rappresentato il punto più estremo della disumanizzazione prodotta dai totalitarismi del Novecento. È il momento in cui l’odio, sostenuto dall’ideologia e legittimato dallo Stato, si è trasformato in macchina industriale di morte.
Per questo l’Italia, con la legge 20 luglio 2000 n. 211, ha istituito la Giornata della Memoria, celebrata ogni 27 gennaio, data in cui nel 1945 venne liberato il campo di sterminio di Auschwitz. Una giornata che non è solo commemorazione, ma esercizio di responsabilità civile: ricordare significa riconoscere le radici dell’odio, comprenderne i meccanismi, vigilare affinché non si ripetano.
In questo orizzonte si è inserita la serata organizzata a Muravera, nel salone dell’Oratorio Madre Teresa di Calcutta, dedicata al ricordo delle vittime della Shoah e dei crimini della Seconda guerra mondiale. Un appuntamento partecipato e sentito, che ha trasformato il ricordo in momento di riflessione collettiva e di consapevolezza comunitaria.
Ricordare è un dovere, dice Manuela Spina, che ha aperto e moderato l’incontro, sottolineando come sia impossibile, oggi, voltarsi dall’altra parte. Ricordare le persone che hanno sofferto nei campi di concentramento non è una scelta facoltativa, ma un dovere morale.

Manuela ha richiamato non solo le vittime, ma anche i “giusti”, coloro che scelsero di non accettare le imposizioni dei regimi e di salvare vite, spesso a rischio della propria. Ha evidenziato come, quando si parla di deportazione, il pensiero corra immediatamente ai grandi simboli della tragedia come Auschwitz, ma sia necessario ricordare che anche l’Italia fascista fu parte integrante del sistema persecutorio.
Nel nostro Paese esistevano campi di internamento e luoghi di detenzione destinati a chi veniva considerato “scomodo”: ebrei, oppositori politici e militari. Tra questi, la Risiera di San Sabba a Trieste resta una testimonianza concreta di come la violenza nazifascista abbia operato anche sul suolo italiano.
Il richiamo alla legge istitutiva della Giornata della Memoria ha ribadito un concetto essenziale: senza conoscenza non c’è coscienza. E senza coscienza non può esistere una democrazia autentica.
Dopo la lettura dei due articoli della legge, Carlo Bulla ha offerto un intervento articolato, intrecciando il quadro storico europeo con le vicende locali. Ha ricordato l’assassinio di milioni di ebrei europei per mano del regime nazista, soffermandosi sul significato della deportazione e sulla tragedia degli Internati Militari Italiani dopo l’8 settembre 1943.
Nel suo intervento ha citato Primo Levi, sopravvissuto ad Auschwitz, ricordando il suo monito: ciò che è accaduto può tornare, se la memoria si affievolisce. Un avvertimento che non riguarda soltanto il passato, ma interpella il presente.

Carlo Bulla ha inoltre ricordato come, dal 1962 a oggi, circa 29.000 persone siano state riconosciute dallo Stato d’Israele come “Giusti tra le Nazioni”, uomini e donne che durante la Shoah scelsero di salvare altre vite senza alcun tornaconto personale. Un segno che, anche nei tempi più oscuri, l’umanità può resistere.
Il suo intervento ha toccato anche le tensioni del mondo contemporaneo, sottolineando come la memoria della Shoah non debba mai essere piegata a giustificare nuove violenze, ma servire piuttosto come argine contro ogni forma di disumanizzazione.
Tra i momenti più toccanti della serata, il ricordo di Angelo Ruggiu, Appuntato Scelto della Guardia di Finanza, originario Muravera. Dopo l’8 settembre 1943 fu tra quei militari che rifiutarono di collaborare con l’occupante tedesco, pagando quella scelta con la deportazione nei campi di prigionia.
La sua vicenda rappresenta una forma di resistenza silenziosa, fatta di coerenza, dignità e fedeltà al giuramento. Non un eroe celebrato nei libri di storia, ma un uomo del nostro paese, uno di noi, che in un momento cruciale seppe scegliere da che parte stare.
Di lui resta una cartolina inviata dal campo di prigionia: poche righe, semplici, ma cariche di umanità. Quelle parole attraversano il tempo e restituiscono voce a chi fu privato della libertà, ma non della dignità. Per Muravera, ricordare Angelo Ruggiu significa riconoscere che la grande storia passa anche attraverso le vite dei propri figli, e che il sacrificio non è un concetto astratto ma una realtà vissuta.
Una comunità che custodisce la memoria
La serata si è conclusa in un clima di raccoglimento e consapevolezza. Il filo conduttore è stato chiaro: la memoria è il fondamento della libertà e della democrazia di cui oggi godiamo. Non è un rito formale né un semplice appuntamento del calendario, ma un impegno continuo.
Muravera, con questa iniziativa, ha dimostrato che anche una piccola comunità può farsi custode di una grande eredità morale. Perché ricordare significa vigilare. Significa educare le nuove generazioni al rispetto, alla dignità e al valore della vita umana.
La memoria non appartiene soltanto al passato. È una responsabilità che riguarda il presente e orienta il futuro.
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