
Davide Piras
di PIER BRUNO COSSO
. Siamo in tanti a correre per uno spicchio di sole che illumini e che scaldi. Siamo in tanti scrittori e aspiranti scrittori, ed è sempre dura restare sulle gambe perché ci sono tante salite, e spesso si incontra il tempo cattivo. Non il tempo brutto, ma proprio quello cattivo, compiaciuto di essere cattivo.
Siamo in tanti a corre insieme, e ognuno fa gara solo con sé stesso, ma in mezzo agli altri, quegli altri a cui è bello tendere la mano. Ognuno va come può, con tutto l’impegno possibile. Poi, molto più avanti, vedi uno che ha un’altra andatura, con un passo leggero come se fosse facile, ma tu sai che per correre così ha affrontato tutti i suoi demoni, che è caduto e si rialzato. Allora si può, ti incoraggi…
È solo una corsa, ma è la metafora della vita degli scrittori. Correre per andare, anche quando sembra che non abbia senso, anche quando sei sicuro che non ne sarà valsa la pena. Ma correre, come scrivere, diventa irrinunciabile: forse è debolezza, più che carattere.
Si dice che noi scrittori siamo spesso gelosi, e forse è vero, ma quando vedi quello lì davanti che corre con forza e eleganza ti innamori del suo passo e fai tifo per lui. E la gelosia si dissolve con le gocce di sudore della corsa. Riprendi fiato.
Se lui è bravo e apprezzato dà lustro a tutti. E per noi, che vendiamo dubbi in liquidazione, è una soddisfazione vedere quello che ce l’ha fatta. Se poi è un ragazzo speciale, e non se la tira, porta in alto anche quelli che stanno arrancando.
Bravo Davide Piras, che sei arrivato tra i grandi, siamo davvero felici per te. Porta un pezzo di cuore di ognuno di noi nelle alte quote che ora frequenti.
Sto parlando proprio di lui: di Davide Piras, quel ragazzo di Terralba, con la sua terra nel cuore e nella penna, che aveva esordito (oltre i vari racconti premiati e pubblicati) con un romanzo storico Petali di piombo (per 0111 Edizioni) nel 2012.
Di quel periodo ho stampata in mente l’immagine nostalgica delle vetrine di alcune librerie, quelle belle che non badano solo ai marchi di grande tiratura, con la copertina del suo libro a fianco a quella del mio primo romanzo. Brillavano tutte e due con una dominante verde scura, forse per questo che le esponevano vicino. Quel libro era firmato come Giovanni Davide Piras, «Per distinguermi…», mi aveva detto una volta.
Ecco, se si scrive è importante farsi notare; è importante lasciare un segno.
Ma lui un segno, e bello grosso, lo aveva lasciato con il suo secondo romanzo: Terra Bianca (Perrone editore 2016). Un libro di grande successo, con un editore di quelli importanti. Conquistando anche un premio letterario di rilievo: classificandosi nella cinquina vincente del prestigioso Premio Letterario Città di Como.
Da scrittore a libraio il passo è breve, e così nella sua meravigliosa Terralba Davide Piras apre un caffè letterario: il Dorian Gray. Ambiente elegante, di quella eleganza che ti abbraccia e ti fa sentire a casa. Legno, e amore per i dettagli, un cappuccino, due scaffali, e tanti libri ben allineati. Tanti, ma tutti scelti da lui.
Rimpiango quelle mattine di luce quando arrivavo a Terralba per lavoro e ci tuffavamo in tutti quei discorsi sulla scrittura, davanti a un buon caffè. Libri, aspirazioni, sogni, e fare un difficilissimo slalom tra le delusioni.
«Il mondo dell’editoria mi sta deludendo troppo… Viene quasi voglia di non scrivere più…»
«Ma cosa dici Davide, hai una bellissima penna, non puoi, e vedrai che un giorno…»
E quel giorno poi è arrivato dopo pochi anni.
Chi come lui, come me e come tanti, pratica anche la corsa su strada, sa bene che bisogna correre finché le gambe reggono, e se ti sei preparato, per Giove, le gambe reggono. Reggono anche se incontri la pioggia, o la grandine, o il sole, che se scalda troppo, è più cattivo del tempo cattivo.
Ma Davide Piras è un ragazzo che corre, e lo sa che è così, sempre, nella corsa, nella vita, e soprattutto nella scrittura dove ci vuole abnegazione e il coraggio di non arrendersi.
Allora sono arrivati i suoi: Gigi Riva – Rombo di tuono (Condaghes edizioni 2020, premiato nel concorso Licanìas), un grande monumento romantico a quel grande campione che ha portato in alto la nostra Isola nello sport. Nel 2024 è uscito per Catartica Edizioni La chimica dei sentimenti, e l’antologia, di cui è stato anche curatore Tifosi cagliaritani per sempre per la prestigiosa Edizioni della Sera.
Ma Davide Piras è un ragazzo che corre, e pesterà ancora l’asfalto per tantissimi chilometri, con tanti traguardi ancora da raggiungere.

Per ora festeggiamo con lui il grande risultato di vedere pubblicato il suo Femminella con la Piemme, uno degli editori più importanti in assoluto.
Lo aspettiamo nelle librerie per incantarci ancora una volta con una bella storia. E in attesa di approfondire sul nuovo libro abbiamo avuto la gradita occasione di rivolgergli un paio di domande per conoscerlo meglio.
La tua carriera di autore (poi vediamo perché dico autore e non scrittore) è una ascesa continua. Ascesa vuol dire che sei arrivato tanto in alto, ma che hai sudato, faticato, hai attraversato delusioni grandi come dèmoni, hai assaporato la solitudine e raccolto qualche soddisfazione. Quindi non è costato poco e non è stato regalato, però adesso stai pubblicando con un grandissimo editore, forse tra i quattro o cinque più importanti, e hai ancora tanto da aspettarti: un grande in bocca al lupo. Complimenti sinceri, ti meriti questo fantastico traguardo. Adesso, ogni mattina quando ti svegli ti accorgi di aver realizzato un sogno; ma se ti conosco bene, sei sempre quel ragazzo con i piedi per terra… Grazie per i complimenti. Fanno sempre piacere e si prendono volentieri perché domani non si sa se ne arriveranno altri (l’autore ride). Negli anni è cambiata solo la dimensione degli editori che mi hanno pubblicato, ma io sono sempre lo stesso ragazzo (ormai ex) che ama raccontare delle storie. Certamente la pubblicazione con Piemme Mondadori è un traguardo importante perché rappresenta il coronamento di vent’anni di scrittura ininterrotta, almeno una pagina al giorno. È stata durissima arrivarci: porte in faccia, schiaffoni, delusioni, serie infinite di “Sei bravo ma non abbastanza”. A volte può anche essere frustrante. Tuttavia, ogni volta, smaltita l’amarezza, ho preso per buone anche le critiche più aspre e sono ripartito con l’obiettivo di migliorare la mia scrittura. Non reputo un punto d’arrivo l’approdo a un grande editore, piuttosto mi piace pensare come alla fine di un viaggio. E come si sa, quando si torna da un viaggio, si inizia subito a programmare il successivo, magari sperando che sia ancora più bello.
E veniamo a quella parola scabrosa: scrittore! Ti avevo intervistato qualche anno fa, quando stava uscendo il tuo Gigi Riva – Rombo di tuono (Condaghes 2020); e alla mia domanda rispondevi: “Innanzitutto mi piace sempre fare un distinguo tra scrittore e scrivente. Mi reputo uno scrivente.” Ho avuto subito grande rispetto per questa tua frase, e per tutta quella cultura che c’è dietro, però adesso con Femmenella (Piemme 2026) ti dovresti assumere la responsabilità di essere davvero scrittore. Bisogna sempre andare cauti con le definizioni. E non lo dico per falsa modestia. Credo che la dimensione dello scrittore te la diano i lettori, non l’autoproclamazione. Se dopo aver letto questo romanzo qualcuno mi definirà scrittore, allora ci siederemo un attimo e ci ragioneremo.
E comunque scrittore a pieno titolo, ma non solo: ti interessi di soggetti e sceneggiature, di editing e hai anche aperto, con grande successo, una agenzia letteraria. Ma poi navighi soprattutto sulla rotta della scrittura? Diciamo che mentre in passato svolgevo dei lavori paralleli che nulla avevano a che fare con le parole, oggi vivo di scrittura in varie forme: romanzi, sceneggiature, ghostwriting e altri servizi editoriali. Ho lavorato a dei cartoni animati, a dei corti e a una serie tv, ho già pronti altri 4 romanzi e gestisco la DP Servizi Editoriali, che dà supporto ad autrici e autori, case editrici e agenzie letterarie. Due romanzi ai quali ho lavorato verranno pubblicati quest’anno da editori seri. Mi piacciono le parole. Tutte. Le mie e quelle degli altri. E vedere la gioia negli occhi di altre persone che vedono il loro romanzo prendere forma è persino più gratificante che ricevere gli onori per i propri scritti.

Da dove ti è nata l’idea portante di Femminella? Un ragazzo che si innamora di un ragazzo in un’epoca terribile come quella del periodo fascista; in un ambiente ostile nel cuore di un piccolo centro dell’isola… Sei partito da qualche storia che ti è venuta a cercare? Inizialmente questa storia doveva essere un film. Poi è diventata altro. Ma l’idea del cinema non è tramontata, ci stiamo lavorando. Nella mia mente si è acceso qualcosa quando mi capitò di leggere che durante la costruzione di Carbonia, prima città di totale edificazione fascista, molti omosessuali anziché essere spediti in isolamento a Ustica vennero mandati dal Regime a lavorare nel Sulcis. Questa notizia mi ha aperto dei mondi e ragionandoci mi è sembrato che non sia cambiato poi molto in fatto di diritti civili. Non c’è una spiegazione precisa sul perché alcune storie sedimentino nell’animo di un autore più di altre: succede e basta, dipende solo dalle sensibilità, che ognuno ha più o meno spiccate rispetto ad altri. Ho voluto così raccontare questa storia di soprusi e diritti negati, ma anche di amore e amicizia, e ambientarla in un piccolo paese, perché è nell’universalità dei borghi che le piccole vicende possono diventare grandi storie in cui riconoscersi, a prescindere dal luogo in cui si è nati e in cui si vive. Ho scelto di usare il passato, precisamente l’epoca del Ventennio, perché allontanare le vicissitudini dal presente è una tecnica che permette a chi scrive di cogliere meglio i punti di contatto con la contemporaneità.
Non vediamo l’ora di leggere il libro, dove di certo la tua scrittura avrà creato la magia con la narrazione; ma ci puoi anticipare il messaggio? È di libertà? Di amore e di poesia che non importa il l’ambiente o il genere? Oppure sono le rocce e il vento della nostra terra che te l’hanno raccontata, senza altro fine che non la vita che scorre? Mi perdonerete ma non amo mandare messaggi. Scrivo storie, sperando di farlo bene, e non ho la presunzione di potermi sostituire alla coscienza di chi mi legge. Il messaggio è quello che ognuno vuole trovarci dentro.
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Un bellissimo romanzo delicato che ti coinvolge dalle prime pagine e ti costringe ad arrivare alla fine con il fiato in gola. Credo che questo romanzo servirà anche a valorizzare i lavori precedenti dello scrittore che sono di grande spessore.
Grazie a Tottus in PARI, a Pier Bruno Cosso e al direttore Max Perlato Mura per lo spazio concessomi. Gentilissimi ❤️
Bellissimo articolo❤️