RICORDO DI UN GRANDE ANELESE: GAVINO DETTORI, NASCHIDU LIBERU

La perdita di una persona cara rappresenta sempre una profonda “cesura” terrena. E’ il dolore, soprattutto, per i suoi familiari. Nel caso, poi, di Gavino Dettori, o Gavinu, come amava farsi chiamare in sardo, venuto a mancare di recente, il distacco è duplice. Non soltanto dall’uomo, per cui vale la pietas cristiana, ma da quello che lui ha rappresentato. Da anelese emigrato a Cagliari, dove si è realizzato professionalmente. Lui, figlio di pastori, divenuto ingegnere stimato e conosciuto. Senza però mai dimenticare il suo paese d’origine, per il quale, negli Ottanta si era impegnato in importanti progetti comunitari, non badando agli interessi personali.

Amico fraterno e d’infanzia di mio padre, nelle nostre corrispondenze, non si dimenticava mai di rammentarlo. E, soprattutto, non dimenticava mai di raccontare quella volta di Biriolé. Ossia di quando, piccoli, si trovavano in sa marghine. Lui mi ripeteva sempre: “Sei figlio di un grande amico con il quale ho trascorso parte della mia infanzia”. Di contro, babbo non ha mai mancato di ricordarlo. Un legame che, poi, è stato lui stesso Gavino a ribadire. Facendo riferimento a “quella volta in sa marghine, a Biriolé”. Amicizia che si trascinava dietro dai grandi, dae sos mannos, da mio nonno e da suo padre e da quella solidarietà, tutta sarda, tra vicini di terreno, per cui, spesso, il cosiddetto, romanistico e privatistico, diritto di proprietà “andava in soffitta”. Per lui, di stretta osservanza comunista, poi, fondata su rigorosi ideali e principi, questo assumeva un valore. E mi ricordava il fatto: i Farina accedevano al loro (e nostro) terreno passando dal “loro”, mentre “loro”, i Dettori, si riparavano nella bella capanna costruita da mio nonno. Esempio di proprietà condivisa e solidarietà.  E fu così anche in quella giornata di autunno degli anni Cinquanta. Terribile. Un temporale estivo, prima della vendemmia, aveva tenuti riparati i Dettori nella capanna di mio nonno per più di mezz’ora. Cessata la tempesta, poi, “la conta dei danni”: l’apertura di una voragine nel terreno dei Farina, con un fiume d’acqua che aveva portato via la recinzione dae su caminu fintzas a Biriolé.  E, per i Dettori, la morte di tre pecore andate a ricoverarsi sotto una quercia abbattuta da un fulmine. Quella consuetudine fra vicini e quel “diritto di proprietà” sui generis, aveva, in un certo modo, salvato la vita di Gavino e ne sarà sempre riconoscente. Non dimenticando mai di ricordarlo. La riconoscenza e l’amicizia profonda erano soltanto due aspetti principali di questo grande anelese, nato libero, amante della libertà e nemico di ogni oppressione ed ingiustizia. Lui, figlio di pastori, continuerà i suoi studi a Cagliari. Conseguirà la laurea in ingegneria, primo anelese. E poi eserciterà con dedizione la professione, affiancandola al forte impegno civile e politico. Fin da studente a Cagliari, aveva rappresentato un “punto di riferimento” per gli anelesi che si recavano nel capoluogo a studiare ed a lavorare, come anche mio padre. Amava Cagliari e lui, Gavino, ne conosceva profondamente la storia. Ed in questa conoscenza ne “introduceva” gli amici ed i compagni goceanini e dell’interno dell’isola, venuti per riscattarsi.  Erano gli anni Sessanta, quelli delle lotte e delle rivendicazioni sociali. Ed in Sardegna, poi, si viveva la stagione del “Piano Rinascita”. E Gavino era in prima fila, impegnato politicamente nel Manifesto.  Non solo lotta ed impegno, ma anche amore profondo verso Anela. Ed è per questo che, fra gli anni Ottanta e Novanta, sotto le giunte di Tonino Dettori, avrà importanti incarichi di progettazione, da lui accettati con entusiasmo. Un modo per rendersi utile professionalmente allo sviluppo del paese: dalla piazza S’Olina, alla costruzione del nuovo acquedotto comunale, all’ allargamento del cimitero, alla fontana pubblica de Ispirindeu, al P.UC. (Piano Urbanistico Comunale), al piano di edilizia Economica e Popolare, al primo piano di recupero del centro storico, al piano di insediamenti produttivi. Un uomo impegnato, che ha vissuto la sua professione fino in fondo. Con altruità. E libertà.  Che, infine, ha riversato nell’amore spassionato per la lingua, la cultura e la poesia sarda, sa limba, che ha continuato sempre a coltivare. Lui, ingegnere di formazione, uomo delle “misure”, dei calcoli e delle finitezze, trovava in sa limba, la sua vera dimensione di libertà, di uomo nato senza catene, e senza padroni. E la sua poesia- testamento, composta nel 2022, Naschidu libberu, ne sintetizza, più di tutti, questi aspetti, soprattutto nei versi finali:

“(…) Ma deo cherzo istare in custu mundhu

liberu de lu zirare tottu in tundhu

Su disizu est, si bi fit sa manera: dae sa naschida, de che olare liberu

in s ‘aera”.

Desiderio, allo stesso tempo, di immanenza (cherzo istare in custu mundhu) e di libertà (liberu de lu zirare tottu in tundhu). Che è stata un po’, la parabola umana e terrena di Gavino Dettori, uomo nato e vissuto libero.

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2 commenti

  1. Tonino Dettori

    È un doveroso e meritato ricordo verso un Uomo Semplice e Coerente. 👍

  2. Lucia Becchere

    Grazie

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