SU CARRASECARE: LORENZO CUCCURU E LE RAFFIGURAZIONI DELLE MAGIE DEL CARNEVALE IN SARDEGNA

Lorenzo Cuccuru

Se quando pensate al Carnevale pensate a stelle filanti e mascherine, carri allegorici e divertimento spensierato, vuol dire che non siete mai stati in Sardegna. Non per Carnevale, almeno! Qui il Carnevale – Su Carresecare – è qualcosa di diverso: un rito antico, ancestrale e suggestivo, diverso da zona a zona, ricco di rimandi al mito e alla tradizione agricola dell’isola.

E questa è la storia di Lorenzo Cuccuru…

Nativo di Pozzomaggiore, piccolo paese in provincia di Sassari, Lorenzo risiede ormai da tanto tempo a Carbonia. Tante sono le passioni che lo animano, ma due in particolare occupano gran parte del suo tempo: la pittura e l’amore smisurato per la sua Sardegna.

Sin da piccolo, ogni superficie attira la sua attenzione per essere disegnata. Sino al 1970 i suoi “strumenti” sono le matite, le penne ed inchiostro di china, poi su consiglio di un amico, si inoltra nel fantastico mondo dei colori, sperimentando ed intraprendendo, come autodidatta, nuove sfide. I tre anni successivi gli regalano numerose soddisfazioni attraverso mostre e concorsi locali e nazionali. Il suo amore per la Sardegna lo porta lontano da casa, per attraversare questa terra e studiarne da vicino gli usi, i costumi e le tradizioni culturali. Tra le sue tele spiccano cavalli, ardie, figure fantastiche legate alla tradizione popolare sarda e raccolte nel libro “Contos de foghile”, che ha avuto modo di presentare in diverse scuole, per non far dimenticare importanti tradizioni popolari sarde.

“Figure fantastiche della tradizione sarda, ‘Cantos de foghile’ sono quei racconti che i nonni ci facevano quando non c’era la radio e forse neanche la TV, quando, le sere di inverno ci si sedeva accanto al camino e il nonno ci raccontava queste storielle che facevano parte della tradizione popolare sarda. Storie che si tramandavano a livello orale. Cantos de foghile significa proprio Storie del focolare.”

Dopo questo lavoro minuzioso e dettagliato che ci riporta nei luoghi della nostra infanzia, nel 2014 Cuccuru pubblica “Carrasecare, Carnevale di Sardegna”, un’operazione culturale degna di encomio perché in modo chiaro e sintetico ha fornito notizie essenziali, recuperando i nomi e il significato del Carnevale sardo. Lavoro utilissimo per far conoscere alla gente questo aspetto della nostra cultura che col passare degli anni è stato quasi totalmente dimenticato…

“Il carrasecare non è il carnevale che si festeggia comunemente attraverso una rappresentazione gioiosa con canti, balli e stelle filanti… Il carrasecare, il carnevale sardo, è invece un carnevale tragico.

Nonostante le maschere cambino da paese a paese, mantengono tutta una serie di tratti comuni, rimandando quasi tutte ad un’origine unica: un culto antico legato alla fecondazione della terra, al sacrificio dionisiaco e alla rinascita.

Dio Dioniso, anche chiamato Bacco, era infatti il dio della rinascita. Era figlio di Zeus, il dio che, sotto sembianze umane, aveva fatto innamorare di sé una ragazza di nome Semele. La ragazza era rimasta in cinta. La moglie di Zeus, Era, gelosa di questa ragazza, vestì i panni della nutrice e, una volta conquistata la sua fiducia, le disse: Ormai stai per diventare madre, perché non chiedi a Zeus di rivelare la sua vera identità? Era sapeva che se un Dio si fosse mostrato nella sua potenza sarebbe stato pericoloso per gli uomini. La ragazza ascoltò il suo consiglio e chiese a Zeus di rivelarsi. Zeus non poté dirgli di no e quando si mostrò nella sua potenza di Dio, la ragazza bruciò viva. Ermes praticando il primo taglio cesareo della storia, salvò il bambino che portava in grembo. Il bimbo però non era ancora arrivato a compimento, allora fu aperta la coscia del padre, Zeus, dove fu custodito. Quando nacque Dioniso, Zeus lo portò in un’isoletta e lo fece allevare dalle Ninfe.

Dionisio era un Dio benefico, al suo passaggio fiorivano i fiori, nascevano le messi, l’acqua sgorgava dalle fonti e tutto rinasceva. Ma la sua vita non durò a lungo. La moglie di Zeus, che non l’aveva mai dimenticato, cercò di eliminarlo. I Titani, incaricati di cercarlo, lo trovarono nell’isoletta dove lo aveva portato Zeus. Per sfuggire alla cattura Dioniso si trasformò in un vitello (torna ancora il discorso delle maschere con le corna), ma venne catturato, ammazzato e smembrato.

Dopo la sua morte tutto diventò più triste. I campi non crescevano, le messi non germogliavano, i fiori non spuntavano. Gea, la madre della Terra, riuscì a rintracciare il cuore di Zeus e a farlo rifiorire e con lui rifiorirono anche i campi e la natura.”

Le origini dei riti del Carnevale sardo, in modo particolare quello barbaricino, devono essere rintracciate negli antichi culti pagani di matrice dionisiaca diffusi in tutto il Mediterraneo e molto popolari nella Sardegna pre-cristiana: culti agro-pastorali legati al ciclo di morte e rinascita della natura, ciclo che si ripete nei riti del Carnevale; un evento tragico e luttuoso che comporta una vittima, spesso col volto imbrattato di sangue, per rappresentare il dio che muore, ossia Dioniso, la faccia oscura di Bacco, questo dio ogni anno doveva nascere e morire, come l’erba dei campi, come il grano che viene seminato e falciato.

Le maschere fanno la loro comparsa il 17 gennaio, giorno di Sant’Antonio Abate quando si rinnovava il celebre rito di “su foghirone”. Intorno al falò di Sant’Antonio le maschere danzano in tondo, compiendo i giri rituali. I giri rituali che si fanno intorno al fuoco, prima in un senso, poi in senso inverso, simboleggiano una discesa agli inferi e una risalita, in realtà una morte e una rinascita; l’atto di battere forte i piedi al suolo, che ancora oggi eseguono le maschere sarde, ha lo scopo di risvegliare la vegetazione che ancora dorme.

Le maschere erano considerate portatrici di prosperità e benessere e ogni famiglia le accoglieva con gioia e dava quel che poteva, soprattutto salsicce, lardo e vino. Era un modo per ingraziarsi la divinità perché portasse la pioggia e la terra desse i suoi frutti. Perché ciò avvenisse, bisognava commemorare anno dopo anno Dioniso, ricordandone la nascita e la morte.

“Questo è ancora visibile nel carnevale di Bosa, dove la mattina le maschere vestite a lutto, con abiti femminili e il volto tinto di nero, piangono la morte di un bambolotto chiamato “su pitzinnu”, mostrando il suo corpo smembrato. Si ricordi che Dioniso fanciullo, secondo il mito, fu catturato e smembrato dai Titani. Non è un caso che il nostro carnevale si chiami “Carrasecare”, ovvero carne da lacerare, da fare a pezzi. Il termine “carre” in Sardegna indica esclusivamente la carne viva, la carne umana. Per questa ragione alle maschere si offrivano prevalentemente salsicce e lardo, che a ben pensare non sono altro che carne cruda. La notte, a Bosa, quelle stesse maschere compaiono vestite di bianco, l’abito degli iniziati ai culti dionisiaci, con un lampioncino in mano. Il lutto e il pianto del mattino terminano la sera, col tripudio del Dio che rinasce, come la vegetazione.”

Fino a qualche secolo fa le maschere avevano sulle spalle un carico di ossa per rappresentare la morte. In tempi più recenti questi sono stati sostituiti un pò ovunque da campanacci, che però hanno tenuto il batacchio in osso perché il suono restasse cupo, lugubre.

A partire dalla seconda metà del secolo scorso, le maschere hanno iniziato ad esibirsi per scopi puramente folkloristici. Con la scomparsa di una società basata quasi esclusivamente sull’agricoltura e sulla pastorizia e l’avvento di una società industriale, viene meno l’importanza del rito carnevalesco legato alla richiesta di una buona annata.

“Andando a vedere più da vicino alcune di queste maschere troviamo, tra le più famose, quelle dei ‘Mamuthones’ e gli ‘Issohadores’ di Mamoiada.

L’inizio del carnevale mamoiadino è sancito dalla festa di San Antonio Abate, che cade il 17 gennaio, occasione in cui avviene la vestizione dei due uomini che subiscono una metamorfosi trasformandosi nei due personaggi misteriosi protagonisti dell’evento. Solo a quel punto può iniziare la festa vera e propria, con canti e balli in maschera, organizzati ogni sabato del mese all’interno della Sala Comunale, che viene aperta per l’occasione. Tutta la popolazione è coinvolta nella festa.

Siamo a 13 chilometri da Nuoro. Le maschere tradizionali sono i Mamuthones e gli Issohadores: i primi, vestiti di pelli di pecora, indossano una maschera nera di legno d’ontano o pero selvatico, e sulla schiena portano appunto “sa carriga”, campanacci dal peso di circa 30 kg.

Gli Issohadores indossano una camicia di lino, una giubba rossa, calzoni bianchi e alcuni portano una maschera antropomorfa bianca.

I primi camminano lenti e curvi sotto il peso dei tanti campanacci che fanno suonare con un colpo della spalla ad intervalli regolari. Gli Issohadores rispondono gettando il laccio per catturare i prigionieri scelti tra la folla. Con dei lacci catturano le giovani donne in segno di buon auspicio per una buona salute e fertilità. Un tempo venivano catturati i proprietari terrieri per augurare loro una buona annata ed essi, per sdebitarsi dell’onore ricevuto, portavano tutto il gruppo a casa loro e offrivano vino e dolci.

Il centro del Carnevale è la piazza principale del paese dove i mamoiadini si esibiscono nel tradizionale ballo tondo. Un rito sociale con regole ben definite spezzato solamente dal passaggio delle maschere.

La piazza si ferma al passaggio e l’unico movimento è quello dei Mamuthones e Issohadores. Gli unici suoni che sovrastano ogni cosa sono quelli dei campanacci.

Ma il Carnevale di Mamoiada non è solo maschere: è momento di convivialità e di unione. I dolci tipici e il vino cannonau fanno parte integrante della festa e vengono offerti ai partecipanti.”

A Ottana sono presenti altre figure molto importanti nel panorama carnevalesco sardo, ovvero il “Boe”, il “Merdùle” e la “Filonzana”.

“Il Boe è la rappresentazione del bue, con dei grandi velli di pecora o capre, una fascia di campanacci giganteschi e delle splendide maschere bovine con foglie intagliate all’altezza delle guance e con uno strano simbolo sulla fronte, a forma di stella, il cui significato rimane tutt’oggi un mistero. La maschera è completata dagli occhi a mandorla (sempre all’insù), il muso pronunciato e le alte corna, dritte o ricurve verso l’interno.

Il Merdùle, che rappresenta la figura del padrone, veste con le stesse pelli del Boe ma ha pantaloni di velluto nero e un fazzoletto dello stesso colore sul capo. La maschera è umanoide, nera come la pece, deforme e ghignate mentre sulle spalle portano ‘sa taschedda’, una borsa di pelle marrone conciata, dove si mettevano un tempo le provviste. Camminano faticosamente tenendosi ad un bastone detto ‘su mazzuccu’ emettendo strani e lugubri lamenti. Con sé porta anche ‘s’orriu’, un cilindro di sughero ricoperto di pelle conciata che al suo interno ha una lunga cordicella che viene sfregata dalle mani appositamente unte di grasso, del Merdùle. Questo gesto produce un suono cupo e basso che serve ad intimorire i Boes, rendendoli più mansueti e docili verso i loro padroni.

Durante l’evento folkloristico i buoi, spronati dai padroni, scalciano, imbizzarriscono, si lasciano cadere per terra. È in questo momento in cui il padrone si inginocchia e calma l’animale accarezzandolo sul muso, spronandolo affinché questi si rimetta in piedi e ricominci nel suo duro lavoro per dissodare il terreno.

 Se poi il Boe continua a ribellarsi interviene l’ultimo e più terribile personaggio del Carnevale ottanese, la Filonzana. Quest’ultima maschera rappresenta une vecchia, tutta vestita di nero come le vedove sarde con gonna e scialle, piccola e gobba, quasi rattrappita in se stessa. Porta un fazzoletto nero sul capo ed una maschera fatta di legno di pero selvatico, l’albero sacro di tutta una serie di divinità lunari, tinta di nero anch’essa.  E’ una figura paurosa e oscura; è colei che tesse il filo della vita.

Anticamente questa maschera aveva un valore potentissimo. Una figura che, se non rispettata e temuta a dovere, poteva portare sventura, maledizione, carestia.

Nell’antico antico mondo agro-pastorale sardo, legato alla stranezza delle stagioni e a forze naturali incomprensibili, la superstizione e le benevolenze delle divinità giocavano un ruolo fondamentale e la Filonzana era il loro araldo nel mondo.”

La maschera di Lula, detta “Battileddu”, colpisce in modo particolare per la sua acconciatura e per il sangue (ora finto) che versa. Tra le sue corna porta il rumine capovolto di un caprone e sulla pancia lo stomaco pieno di sangue. Una figura selvaggia e cruenta per rappresentare la passione e la morte di Dioniso.

“Il termine ‘battile’ in sardo significa straccio, cosa inutile, ma se guardiamo al greco, bathileios significa ‘ricco di messi’. Allora si capisce come tanti termini venivano stravolti perché non se ne comprendesse più il significato.”

Le maschere hanno cominciato ad esibirsi per scopi folcloristici nella seconda metà del secolo scorso. Nel 1700 erano ancora tutte presenti in ogni paese. La predicazione dei Gesuiti e di altri ordini religiosi ha influito molto sulla loro scomparsa, sulla demonizzazione e sulla trasformazione che in alcuni paesi fu messa in atto.

“Il carnevale sardo affascina gli spettatori per le sue peculiarità. Lo vedono diverso dagli altri, cupo, misterioso. Capiscono che nasconde qualcosa non facile da penetrare. Il mistero che lo avvolge è lo stesso che mi ha indotto a ricercare, attraverso gli scritti e le testimonianze dei vecchi, come si svolgeva nel passato e a ricostruirlo il più fedelmente possibile.”

Il valore profondo del carnevale in Sardegna sta nel fatto che è uno degli ultimi riti collettivi che ci rimangono. Una grande comunità, che per carnevale si ferma, si raccoglie davanti al un fuoco di un falò e osserva il mistero del carnevale, riuscendo in tal modo a dimenticare i propri conflitti ed i propri dolori.

Un rito collettivo di rituali passati che si inserisce a pieno titolo in quel senso di venerazione e ammirazione che era dell’uomo paleolitico e neolitico per gli animali e la natura.

Gli animali erano maestri. Osservandoli si imparava l’arte della vita e della morte. D’altronde gli animali erano superiori all’uomo: nella vista notturna, nella resistenza, nell’equilibrio, nella velocità, nella forza, nell’istinto. E’ probabile che gli animali fossero ritenuti incarnazione e dono del potere divino che concedeva all’uomo per rigenerarsi, vivere, proseguire.

Purtroppo, in un momento imprecisato degli ultimi tre milioni di anni la natura ha smesso di essere Dea e Dio è salito in cielo, non più padre biologico degli uomini e donne, ma spirituale.

“In un colpo solo abbiamo perso il legame con gli animali, la madre sacra e la nostra eredità divina della quale avevamo pieno diritto in quanto figlie e figli di una divinità, ma abbiamo conservato questi riti che giungono a noi da tempi antichissimi per non dimenticare chi eravamo e per vivere consapevolmente il nostro presente.”

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