8 MARZO, CELEBRIAMO LE INVISIBILI: NEL MONDO E IN SARDEGNA, QUANDO LE DONNE PAGANO UN PREZZO SEMPRE TROPPO ALTO

C’è un 8 marzo fatto di mimose, auguri svogliati e rituali stanchi, dei vari primati delle donne per ricordare a tutte noi le nostre conquiste del passato.

Poi c’è l’altro 8 marzo, quello che serve a ricordarci che mentre il mondo intero parla dei giochi di potere tra i vari Putin, Trump, e i leader che giocano alla guerra e all’autocrazia, le donne pagano il prezzo più alto. Sempre. Ovunque.

Perché mentre loro si contendono territori e poltrone, in Russia esiste ancora una lista ufficiale di professioni vietate alle donne, introdotta durante l’epoca sovietica e aggiornata più volte.

Fino al 2019, la lista comprendeva 456 lavori considerati troppo pericolosi o faticosi per la salute riproduttiva femminile: dal condurre treni ai camion pesanti. Dopo una revisione recente, il numero è stato ridotto a circa 100 professioni, ma molte restrizioni rimangono perché è inutile siamo troppo fragili, troppo madri, troppo poco uomini.

Negli Stati Uniti, mentre si celebrano le democrazie di facciata, ci sono Stati dove uno stupratore può ancora pretendere diritti di paternità sul figlio nato dalla violenza, poiché la legislazione in materia è di esclusiva competenza statale.

E mentre in alcune zone del mondo le donne lottano per libertà elementari, resistono ancora – in forma ufficiale o culturale – le cosiddette “marry-your-rapist laws”, leggi che permettono allo stupratore di evitare il carcere sposando la vittima.

In paesi come Giordania, Libano, Tunisia, Marocco (oggi solo quasi del tutto abrogate) e in altri come Palestina, Iraq e Siria, dove la mentalità patriarcale resiste, queste norme hanno trasformato lo stupro in una questione “riparabile” con un matrimonio forzato, condannando le donne a convivere per sempre con il loro aggressore.

In Iraq, ci sono bambine di 9 anni costrette a diventare mogli. In Palestina, gli omicidi d’onore sono ancora una realtà tollerata. In Arabia Saudita, senza il permesso di un uomo, una donna non può decidere quasi nulla di sé, neanche di aprire un conto in banca. E in Iran, basta un velo fuori posto per finire ammazzate.

E noi? Noi, che in Europa ci illudiamo di vivere nel posto giusto, nel tempo giusto, siamo davvero così sicure che la deriva autoritaria non ci riguardi? Che certi venti reazionari, che avanzano sotto traccia, non erodano anche qui, poco a poco, i diritti conquistati?

Perché quando il potere si concentra nelle mani di pochi uomini che parlano solo di forza, di confini e di denaro, le prime a essere sacrificate, umiliate, invisibili, siamo sempre noi.

E questo non avviene solo altrove, ma potrebbe accadere anche qui.

Perciò oggi, 8 marzo, non bastano i fiori.  Serve memoria. Serve giusta rabbia. Serve determinazione.

𝟴 𝗠𝗔𝗥𝗭𝗢 𝗜𝗡 𝗦𝗔𝗥𝗗𝗘𝗚𝗡𝗔

E per noi donne sarde qual è il senso dell’8 marzo oggi? Fuori dalle cerimonie, dai convegni e dagli applausi autoreferenziali, la realtà sarda è ben poco rasserenante per noi donne.

In Sardegna, oggi, meno di una donna su due lavora: il tasso di occupazione femminile si ferma al 49%, ben sotto la media italiana. Quelle che lavorano spesso lo fanno con stipendi più bassi (in media 12,4 euro l’ora) e con contratti precari o part-time involontari.

E se parliamo di istruzione, potremmo anche vantarci del fatto che le donne sarde studiano più degli uomini e sono più numerose all’università. Peccato però che questo sforzo non si traduca in opportunità reali, né in equità sul lavoro.

E intanto la dispersione scolastica resta tra le più alte d’Italia, colpendo soprattutto le ragazze delle aree interne, quelle che nessuno invita alle conferenze celebrative.

La Sardegna a tutti i livelli continua a lasciare le donne ai margini, specialmente nei luoghi che contano davvero: pochi spazi di potere, pochi strumenti concreti di autonomia, pochi investimenti seri su lavoro, welfare e conciliazione tra vita lavorativa e vita privata.

Forse sarebbe il caso di smetterla con le cartoline sbiadite e iniziare a parlare di quello che serve oggi.

Di quello che manca.

Di quello che andrebbe fatto per non ridurre l’8 marzo alla solita passerella autocelebrativa.

Qui c’è bisogno di futuro. E di verità.

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