
Giovanni Delogu
di CARMEN SALIS
Giovanni Delogu ha presentato a Cagliari, presso la Biiblioteca Emilio Lussu, il suo nuovo lavoro, Vie Quiete – Edizioni Amicolibro, un viaggio che attraverso i versi e le immagini ci porta a scoprire luoghi e sensi.
Giovanni, da architetto a cantore della natura e dei sentimenti che ci legano a lei. Quali sono le vie quiete? Quando penso alle vie quiete immagino percorsi che non fanno rumore, dove il mondo rallenta e lascia spazio a qualcosa di più sottile. A volte sono sentieri reali: il passo nella terra, l’odore della resina, il vento che cambia direzione mentre salgo lungo un costone o raggiungo una cima; altre volte sono vie interiori che si aprono quando decido di fermarmi e ascoltare ciò che mi abita.
Il paesaggio non è solo ciò che vedo, ma ciò che mi attraversa mentre lo guardo: intuizioni, respiri più profondi, pensieri che si sciolgono. Mi torna spesso in mente Leopardi, quando parla dell’infinito come qualcosa che nasce dal reale ma lo supera: spazi interminati, silenzi sovrumani, una quiete che sembra non finire. L’infinito, in fondo, è un luogo che costruiamo dentro di noi quando ci concediamo presenza.
In questi sei anni ho provato a raccontare proprio questo: la realtà che incontro e ciò che sento mentre la attraverso. La materia da una parte, l’interiorità dall’altra: un dialogo continuo con quel mistero che non spaventa ma invita a entrare.
Vie Quiete è la mia terza ispirazione pubblicata e porta con sé tutto questo: ombre e luci, forza ed emotività, ciò che nasce dal camminare e dall’immaginare. Sono versi nati soprattutto dalla montagna, dai suoi silenzi e dalle sue salite, ma non poteva mancare il mare. Noi insulari lo portiamo dentro anche quando siamo lontani: un orizzonte che accompagna sempre.
Quanto è importante ascoltarsi e stare contemporaneamente in silenzio? Ascoltarmi è diventato un modo per rimettere ordine. Vivo immerso in un rumore continuo, fuori e dentro, e spesso non mi accorgo di quanto mi allontani da ciò che sento davvero. Quando invece mi fermo, anche solo per pochi minuti, qualcosa si chiarisce: non arrivano illuminazioni, ma finalmente lascio spazio a ciò che di solito scarto.
Il silenzio non è un’assenza: è un ambiente in cui i pensieri rallentano e si dispongono con più sincerità. È lì che riconosco cosa mi pesa, cosa mi manca, cosa mi fa bene. La natura mi accompagna senza chiedere nulla: mi lascia essere, senza giudizio. Ascoltarmi significa concedermi un po’ di verità, e questa arriva quando il rumore si abbassa.
Camminare, soprattutto in montagna, rende tutto più nitido: il passo che trova un ritmo, il respiro che si approfondisce, il corpo che segue la salita. È come se ogni movimento liberasse spazio dentro di me. In quei momenti la verità arriva senza forzature.
Il tutto significa concedermi autenticità. E l’autenticità emerge quando resto, per un attimo, solo con ciò che sono davvero.
Quando hai scoperto che potevi usare anche le parole per vedere? C’è stato un momento in cui ho capito che potevo usare le parole per dialogare con la natura. È arrivato con naturalezza, mentre tornavo a quei luoghi che avevo iniziato a conoscere più di venticinque anni prima. Poi avevo lasciato quel mondo per costruirmi una nuova strada, e per anni mi ero allontanato dalla montagna.
In quegli anni avevo guardato il mondo con gli strumenti dell’architetto: linee, forme, luce. Uno sguardo preciso, ma incapace di farmi vivere davvero ciò che avevo interrotto.
Era il primo giorno del 2020, nel Supramonte, sotto un sole lucente. Ho sentito che ciò che vedevo non riusciva più a restare solo nel corpo. Qualcosa traboccava: un’emozione inattesa, un ricordo che riaffiorava, una sensazione senza nome.
Le parole sono arrivate in punta di piedi, come un secondo sguardo. Mi hanno permesso di raccontare ciò che non si vede ma si sente: il profumo del bosco, la memoria dei luoghi, la vibrazione che rimane addosso quando raggiungo una cima o mi fermo davanti a un orizzonte che sembra non finire.
Quel giorno scrivere per la natura è diventato un modo per dare profondità all’immagine, per far emergere ciò che resta tra le righe del paesaggio. Come se si fosse aperta una finestra interna. Ho capito che vedere non è solo un atto degli occhi, ma un movimento dell’anima.
Un dialogo continuo tra ciò che sta fuori e ciò che si risveglia dentro, su un sentiero che cambia pendenze senza rumore né avviso, ma con una chiarezza improvvisa, come un luogo di meditazione e silenzio dove ritrovare la solitudine e se stessi.
Cosa ti aspetti da questa lettura? Quando penso a chi aprirà Vie Quiete immagino qualcuno che si concede un momento per respirare più lentamente. Non ho mai scritto con l’idea di guidare o spiegare; ho scritto per condividere un cammino, e spero che chi legge possa entrarci con il proprio passo, senza fretta. Mi piacerebbe che ognuno trovasse un dettaglio che parla, un’immagine che somiglia, un verso che resta addosso anche dopo aver chiuso il libro.
Se questa lettura riuscirà a far rallentare anche solo per un attimo, a far guardare un luogo con occhi diversi o a far nascere una domanda che prima non c’era, allora sentirò di aver raggiunto il mio intento. Non penso al libro come a un percorso da seguire dall’inizio alla fine, ma come a una compagnia discreta: puoi aprirlo dove vuoi, lasciarlo, riprenderlo, entrarci e uscirne quando senti che ti ha dato ciò che ti serviva.
Vie Quiete nasce da un cammino reale — quello in montagna — ma anche da un cammino interiore che continua a trasformarsi. Forse è questo che spero di condividere: l’idea che ogni passo, ogni sosta, ogni silenzio possa diventare un modo per conoscersi un po’ di più.
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Quando penso a chi aprirà Vie Quiete immagino qualcuno che si concede un momento per respirare più lentamente. Non ho mai scritto con l’idea di guidare o spiegare; ho scritto per condividere un cammino, e spero che chi legge possa entrarci con il proprio passo, senza fretta. Mi piacerebbe che ognuno trovasse un dettaglio che parla, un’immagine che somiglia, un verso che resta addosso anche dopo aver chiuso il libro.
Se questa lettura riuscirà a far rallentare anche solo per un attimo, a far guardare un luogo con occhi diversi o a far nascere una domanda che prima non c’era, allora sentirò di aver raggiunto il mio intento. Non penso al libro come a un percorso da seguire dall’inizio alla fine, ma come a una compagnia discreta: puoi aprirlo dove vuoi, lasciarlo, riprenderlo, entrarci e uscirne quando senti che ti ha dato ciò che ti serviva.
Vie Quiete nasce da un cammino reale — quello in montagna — ma anche da un cammino interiore che continua a trasformarsi. Forse è questo che spero di condividere: l’idea che ogni passo, ogni sosta, ogni silenzio possa diventare un modo per conoscersi un po’ di più.