
di ANTONELLA LOI
Nei progetti del governo c’è quello di fare della Sardegna un hub per i detenuti al 41 bis, ovvero coloro che sono condannati al carcere duro per reati di mafia e criminalità organizzata. Una prospettiva alla quale l’Isola prova a opporsi in ogni modo: dal punto di vista politico e civile, con sindacati mobilitati e istituzioni pronte a opporsi. Tutti nell’Isola sono contro questa “nuova servitù carceraria” corroborata dal sottosegretario alla Giustizia, Andrea Del Mastro Delle Vedove. La mobilitazione nella Regione è in atto mentre prese di posizione politiche, che coinvolgono l’intero – o quasi – arco consiliare, sono state avviate. Ma ad ora il governo sembra andare avanti per la sua strada forte di quella norma emanata 50 anni fa (legge 354/1975) fa che individuava nelle “isole” – ma ci si riferiva a luoghi come Pianosa o l’Asinara, dove erano presenti supercarceri oggi dismesse – i luoghi ideali per rispondere alla grave emergenza criminalità, mafiosa e terroristica, che aveva investito il Paese.
La certezza di una volontà politica precisa è emersa in tutta la sua evidenza quando lo Stato ha finanziato un nuovo padiglione del carcere di Uta, il più grande della Sardegna alle porte di Cagliari, oggi quasi terminato: lì saranno convogliati 92 detenuti al 41 bis attualmente ospitati in varie carceri d’Italia. Altri saranno trasferiti nel penitenziario di Badu ‘e Carros di Nuoro e di Bancali a Sassari. Una vera e propria “colonizzazione penitenziaria” con l’imprinting di Cosa Nostra.
La certezza è arrivata a dicembre, quando il sottosegretario Del Mastro in sede di Conferenza Stato-Regioni ha annunciato che tutti i detenuti al 41 bis – un regime che sospende il “trattamento penitenziario ordinario”, isolandolo completamente dalla criminalità ma anche dalla società – saranno ospitati in sole sette carceri italiane, adattate alle modalità del “carcere duro”. Tre si troveranno in Sardegna, dove poco meno di un anno fa erano già presenti 93 ristretti al 41 bis dei 742 totali. Di qui a qualche mese i posti disponibili nell’Isola saranno ben 192, ipotizzando che come ha detto Del Mastro “aumenteranno del 20 per cento”. Quindi arriveranno almeno a 230. Un numero insostenibile per un’Isola così poco popolata, che rischia di aprirsi in maniera importante ai traffici legati alla criminalità organizzata.
I detenuti condannati al carcere duro devono stare dentro istituti “a loro esclusivamente dedicati, collocati preferibilmente in aree insulari” o comunque in “sezioni speciali e logisticamente separate dal resto dell’istituto e custoditi da reparti specializzati della polizia penitenziaria“, recita la legge che disciplina il 41 bis, nato all’indomani della morte dei magistrati Falcone e Borsellino, uccisi dalla mafia. In Italia le carceri con ospiti di questo tipo sono 112 di cui 11 miste, cioè anche con detenuti ordinari. In Sardegna, come detto, sono tre le strutture oggi dedicate in modalità mista, domani esclusive. Nel resto d’Italia invece si annoverano provveditorati in Lombardia, Lazio-Abruzzo e Molise (che detiene il maggior numero di 41 bis), Umbria, Emilia-Romagna, Triveneto, mentre altre sono dislocate in Piemonte-Liguria-Valle d’Aosta. Secondo Del Mastro, per ragioni di “garanzia di sicurezza”, gli altri quattro istituti esclusivamente dedicati al carcere duro saranno quelli di Alessandria, L’Aquila, Parma e Vigevano.
Maggiore sicurezza dunque nelle intenzioni del governo, ma anche la corretta applicazione della sentenza della Corte Costituzionale che impone quattro ore d’aria al giorno anche per questi detenuti e la riduzione dell’effetto sovraffollamento nel momento in cui si attua l’accorpamento in poche carceri. Il recupero sarebbe però di soli 333 posti ordinari a fronte di 18mila posti in carenza rispetto alla capienza massima di 46mila del sistema carcerario italiano.
“La Sardegna non può essere considerata un luogo di segregazione preferenziale, non siamo un territorio di confine, inaccessibile“, ha affermato la dem Camilla Soru, prima firmataria della proposta di legge depositata in Consiglio regionale, che ricalca quella presentata alla Camera dei deputati a firma di Pittalis e al Senato a firma di Meloni. “Il nuovo articolo 119 della Costituzione afferma con chiarezza che l’insularità è una condizione da compensare e valorizzare, non da utilizzare come strumento di separazione“, ha spiegato ancora la consigliera. La presidente della Regione, Alessandra Todde, ha invece sottolineato come qui non sia “in discussione la lotta alle mafie né l’esistenza del 41-bis. È in discussione una scelta ritenuta sproporzionata e imposta, che assegna alla Sardegna quasi la metà dell’intero sistema carcerario di massima sicurezza nazionale, senza un confronto preventivo con la Regione e senza una valutazione pubblica degli impatti sociali, economici e territoriali. Dopo decenni di servitù militari, si profila quella che viene definita una nuova ‘servitù carceraria’“, ha spiegato la governatrice.
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