
Charlotte Fortier-Mutzl
di GUIDO GARAU
Charlotte Fortier-Mutzl ha 29 anni, è canadese, ha vissuto negli Stati Uniti, parla un italiano quasi perfetto, con piccole esitazioni che la fanno sembrare ancora più sincera. Mentre l’intervista sta per cominciare un ragazzo si avvicina, con discrezione: “Le vorrei fare i complimenti per quello che fa per la Sardegna”. Lei lo guarda negli occhi a lungo, lo ringrazia. Quando lui si allontana gli occhi le si illuminano: “Vede? Dicono che i sardi sono chiusi. E invece ti fanno subito sentire a casa”.
C’è qualcosa di semplice e insieme di raro in questo breve scambio. Uno sguardo esterno – quello di chi arriva da lontano, senza eredità né pregiudizi – posa gli occhi su un luogo e ne vede, nitidi, i valori che chi ci vive dentro spesso non nota più, o dà per scontati. In antropologia si chiama “defamiliarizzazione”: l’occhio esterno mette alla luce ciò che è familiare e ne rivela il valore.
Charlotte non è venuta a godere dell’Isola come se fosse un luna-park, Nè a giudicare, o strappare like a stories su Instagram. È arrivata per caso, ha comprato una casa a Capitana senza aver mai visto l’Isola e ci ha cresciuto i figli, ha imparato la lingua, ha iniziato a ristrutturare case abbandonate. Nel farlo ha messo a fuoco, con precisione, ciò che la Sardegna ancora custodisce e che il mondo esterno ha in gran parte smarrito: la centralità dell’umano sul produttivo, il tempo che si piega alle persone e non viceversa, la memoria di una cultura antica che respira ancora. I sardi se ne sono accorti subito.
Lei non li loda, non li improsa, li vede per quello che sono, senza il filtro del folklore o quello più subdolo del pregiudizio. E in questo riconoscimento semplice, quasi involontario, qualcosa si riattiva: la consapevolezza di avere ancora qualcosa di prezioso da difendere, da condividere, da non diluire. È il paradosso più bello: a volte serve uno straniero per ricordarti chi sei. E quando te lo rivela ti senti, per la prima volta, visto davvero.
Così Charlotte è diventata, senza cercarlo troppo, una testimonial della Sardegna nel mondo. Due figli: un maschio di 5 anni e una femmina di 2, nata a Cagliari, “una bionda sarda”, dice sorridendo. È arrivata nell’Isola quattro anni fa. “Per Natale mia nuora mi ha regalato un vocabolario sardo: voglio imparare la lingua”.
Come è successo che una canadese finisce a vivere in Sardegna? “Vivevo a Roma con mio marito. Cercavamo un posto tranquillo per far crescere i figli. La Sardegna è arrivata quasi per caso. Guardavo online case da comprare, non sapevo nemmeno che esistesse – sa, in America non si impara la geografia, si pensa di essere al centro del mondo. Mio marito inizialmente era contrario, ma l’ho convinto. Ho trovato la casa su Internet: a Capitana, a metà strada tra Villasimius e Cagliari. D’inverno non c’è nessuno, ed è proprio quello che volevo. Per la serenità familiare mi piace scappare dal caos. Abbiamo preso il traghetto senza aver mai visto la Sardegna. E così siamo arrivati a Cagliari”.
La prima impressione? “Non ci credevo che l’acqua fosse così trasparente. L’architettura della città mi ha ricordato Barcellona: le palme, i fenicotteri. Ci siamo trasferiti con gli occhi pieni di stupore. Da allora ogni weekend troviamo un posto diverso da visitare. Ogni volta c’è qualcos’altro da vedere”.
E poi avete iniziato un’attività. “Sì, compriamo case abbandonate e le ristrutturiamo. Aiutiamo anche gli stranieri a trasferirsi qui: a trovare casa, a orientarsi. Ci sono tantissime persone che grazie ai miei video si sono innamorate della Sardegna e vogliono venire a viverci, da quando il mio social è esploso. È l’Italian dream, ma al contrario”.
Cos’è la Sardegna? “Mi piace trasmettere un’idea della Sardegna che non è solo mare: far emergere la cultura sarda che ne sta alla base. C’è il senso di comunità, un forte legame, una storia profonda. La cultura nuragica che la sostiene, quella materiale che continua a vivere ogni giorno. Vorrei scrivere una guida digitale per raccontare questa Sardegna. Quello che cerco di fare è condividere. Da quando mi sono trasferita vedo che molte persone si stanno trasferendo. Quello che devono fare è inserirsi in modo rispettoso e capire la cultura, per non diluirla”.
Una cosa che la stupisce? “Mi scrivono in tantissimi, da molti paesi della Sardegna, e mi invitano a visitare il loro paese. Sto crescendo molto, mi sento parte dell’Isola. Mi sono sempre sentita fuori luogo nel mondo, qui appartengo”.
Facciamo un gioco. Mi dica una cosa per cui Cagliari è migliore degli Usa, e una per cui è peggiore. “Peggiore: il modo in cui si guida. Hanno tutti fretta. In macchina sembra di essere in una pista. Ci siamo trasferiti qui per una vita più lenta, perché avere fretta anche la domenica? Non si rischia la vita per dieci minuti. E poi la burocrazia: qui far partire qualcosa è molto complesso. La burocrazia italiana è come un anziano che non può più camminare. E continua a fare le cose a un ritmo tutto suo”.
E la cosa migliore? “La vita, incentrata sull’umano. Qui lavoriamo per vivere, non viviamo per lavorare. Non c’è un materialismo incontentabile. La vita è più lenta: la pausa pranzo si fa insieme. La comunità è la cultura. E poi qui si respira una storia profonda, intatta”.
Come si mantiene questa cultura? “Valorizzando la storia e le tradizioni, anche sui social. Portare le parole sarde fuori dalla Sardegna. La bellezza dell’Isola è nella diversità. I sardi devono andare fieri di questo modo unico di stare al mondo”.
E lei, si sente sarda? “Non voglio offendere nessuno: vorrei essere sarda ma devo ancora imparare. Naturalmente ne farei fiera”.
Charlotte guarda fuori dalla finestra, verso le palme e il mare lontano. Ha l’aria di chi, finalmente, ha smesso di cercare casa.
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