“IL MUTO DI GALLURA” TORNA A PARLARE IN GALLURESE: L’ARTISTA PAOLO DEMURU RESTITUISCE VOCE AL CAPOLAVORO STORICO DI ENRICO COSTA DEL 1884, TRA STORIA E MEMORIA

Paolo Demuru con l’edizione originale de Il Muto di Gallura e la traduzione in gallurese

Tradurre non è mai un gesto neutro. È un atto politico, culturale, talvolta persino morale. Lo è ancora di più quando la lingua scelta è una lingua minoritaria, e quando il personaggio centrale dell’opera è, paradossalmente, privo di voce. Con la sua traduzione in gallurese de Il Muto di Gallura di Enrico Costa, Paolo Demuru compie un’operazione che va ben oltre la filologia: restituisce parola, dignità e memoria a un uomo, a una lingua e a un’intera civiltà. Abbiamo parlato con lui delle ragioni profonde di questo lavoro, delle difficoltà incontrate e del significato, oggi, di tornare a raccontare la Gallura dell’Ottocento con Lu Mutu di Gaddhura: lu contu di li ‘nnimmistai d’Agghju vultatu ‘n cossu da.

Cosa ti ha motivato a tradurre Il Muto di Gallura in gallurese, e quale valore attribuisci a questa traduzione per la lingua e la cultura sarda? Quando presi con me stesso l’impegno di tradurre l’opera di Enrico Costa non ero preoccupato per la trasposizione in sé. Ero piuttosto pervaso da un’idea: far parlare chi, nel tempo e nel mondo, è stato privo di questa facoltà. Bastiano, il Muto, era sordo dalla nascita, escluso naturalmente e socialmente dalla parola. Io ho voluto dargli lingua: quella della sua e della mia Gallura. È stato un viaggio in un luogo amico, alla scoperta di un passato che, per certi versi, non si è rivelato troppo distante dal presente. Questa traduzione vuole essere la volontà di riscatto di un uomo, di un popolo, di una lingua e di una civiltà schiacciate da un sistema che si esprime solo attraverso la forza, la soldataglia e lo sgomento, negando ogni sentore di umanità.

Quali difficoltà hai incontrato nel trasporre un’opera così complessa nella lingua gallurese? Ho fatto di tutto per restare fedele al testo originale e alla lingua che ho praticato da bambino. Allo stesso tempo, è necessario riconoscere che il gallurese vive di varianti, di sfumature locali, di differenze sintattiche. Alcune espressioni da me utilizzate, poche e ben determinate, si discostano probabilmente dalla parlata che sarebbe appartenuta storicamente al Muto. Nonostante ciò, ho cercato di rispettare lo spirito profondo della lingua: quella che ha animato generazioni di analfabeti dalla memoria ferrea, capaci di tradurre in versi – spesso solo orali – sentimenti nobili, tramandandoli attraverso usi e costumi intrisi di altruismo e umanità, ben prima che fossero sanciti da leggi civili e democratiche.

Cosa ti ha spinto a raccontare le faide e le vendette che segnarono la Gallura, un periodo così drammatico della nostra storia? Il Muto di Gallura è un’immagine storica e geopolitica di un territorio fondamentale della Sardegna, risalente a quasi due secoli fa. Vi emergono con chiarezza usi e costumi, ma soprattutto la presenza di uno Stato accentratore e al tempo stesso assente, incapace di garantire diritti primari e inalienabili: cultura, salute, ambiente, libertà. La Gallura ottocentesca – come altre parti dell’isola – viveva di ingegno individuale, aggravato da balzelli e servitù. La latitanza dello Stato, l’oppressione manifesta e la tirannia presenti nel testo originale mi hanno spinto a dare ulteriore risalto a quella tragedia dolorosa che fece di questo romanzo i “Promessi Sposi” della Gallura.

Come hai interpretato la figura di Bastiano il Muto, simbolo delle ingiustizie e delle sofferenze di quell’epoca? Bastiano incarna l’isolamento naturale e umano che conduce alla schiavitù. Nel mio immaginare, anche l’orecchio può adattarsi, in qualche modo, a superare quello scoglio. Dargli lingua significa permettergli di esistere pienamente, di opporsi al silenzio imposto. Ho inserito alcuni versi di mio intuito: una presentazione iniziale, i versi augurali per il fidanzamento di Pietro Vasa, il pianto disperato per l’uccisione del giovanissimo cognato, l’invocazione per la morte della madre. Ho chiuso infine l’opera con una semplice ottava, domandandomi se questo impegno sia stato fatica o vanità, lasciando la risposta alla discrezione del lettore.

La traduzione di Paolo Demuru non è solo un atto di fedeltà letteraria. È un gesto di responsabilità verso la storia. Un tentativo di togliere il bavaglio al passato affinché diventi un pilastro sincero del futuro. Perché ogni sviluppo affrettato, se privo di memoria, rischia di trasformarsi in catastrofe. E perché, a volte, dare voce al silenzio è l’unico modo per ascoltare davvero.

Views: 52

Aggiungi ai preferiti : Permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *