
Marisa Brugna
di GIANRAIMONDO FARINA
Marisa Brugna, la “Maestra”, non l’ho conosciuta ad Anela. Né in Sardegna. Ma in Brianza, nostra terra d’emigrazione e di lavoro. Sapevo, ovviamente chi fosse. Perché ne avevo sentito parlare. E, soprattutto, perché, in una puntata di “Porta a Porta” di ormai dieci anni fà, l’avevo vista in televisione. E sentirti citare il nome del tuo piccolo paese “Anela”, in un programma nazionale, non è roba di tutti i giorni. Il primo incontro con la Maestra (d’ora in poi la chiamerò Maestra con la M maiuscola perché tale è stata, n.d.r.) è avvenuto a Concorezzo, nel febbraio di dieci anni fà. Alla presentazione del suo libro Memoria negata, uscito per “Condaghes” nel 2013. Non nego l’emozione della prima volta. Io, sardo ed anelese emigrato andavo ad incontrare un’esule giuliano- dalmata nel cui libro autobiografico, una piccola parte ha riguardato anche Anela. Un’ emozione che, poi, al momento dell’incontro, si é tradotta in tanti altri sentimenti: compassione, vicinanza, dolore, ripugnanza e vergogna per una storia, come ella stessa dice, dall’ Italia “non dimenticata o nascosta, ma negata”. Come il titolo del suo libro. E, quando si nega la memoria, si cancella la storia.Anche quella, siapur piccola ed insignifacante, non a parer nostro, storia di Anela. Raccordata agli eventi tumultuosi delle terre, non piu’ italiane, del confine orientale italiano: la Venezia Giulia, l’Istria e la Dalmazia. Come ha bene raccontato e descritto nella sua postfazione Marina Nardozzi, presidente del Comitato Provinciale di Sassari dell’ANVGD (Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia). E l’incipit di quel testo é abbastanza significativo: “Nell’immediato dopoguerra, quando il mondo festeggiava la pace, in un piccolo angolo della Terra quella stessa pace scatenò l’inferno”. Dopo gli infoibamenti, trecentocinquantamila furono costrette ad abbandonare il suolo nativo. Erano gli esuli istriani, fiumani e dalmati. E quel 10 febbraio 1947 a “suggellare” il tutto. Data fatidica e simbolica allo stesso tempo. Fatidica perché furono gli accordi di Belgrado con cui l’Italia lascerà al loro destino quella gente e quei territori non riuscendo a fare valere le prerogative del Trattato di Rapallo del 1919. Simbolica perché quel giorno sarà anche l’ultima partenza della nave “Toscana” piena di esuli da Pola, una città di trentamila abitanti, lasciata da ventinovemila. Svuotata. E la scelta per l’Italia che, però, per lo più, riserverà loro la vergognosa realtà dei “C.R.P.”, i “Centri Raccolta Profughi”, unica “soluzione” che l’Italia, Paese sconfitto dal conflitto mondiale, ha potuto riservare a quasi quattrocentomila connazionali che, pur di non rimanere italiani in terra straniera, avevano scelto la strada dell’Esodo. La storia della Maestra Brugna s’innesta dentro questa vicenda nascosta ed “ibernata”. Nata nel 1942 Orsera in Istria, allora provincia di Pola, nel 1949 abbandona il paese natio, avviandosi verso l’esilio. Dopo dieci anni di campo profughi, nel 1959 arriva a Fertilità, frazione di Alghero, in gran parte popolata da esuli giuliano- dalmati. É la “Fertilia dei Giuliani”. Si diploma all’ Istituto Magistrale di Sassari. Ed insegna. L’insegnamento diventa la sua vita. Prima destinazione: Anela, Gocéano, profonda Sardegna interna. Siamo nei primi anni Sessanta. Ed in “Memoria negata” l’arrivo ad Anela di questa giovane donna, non sarda, dai modi e dai connotati diversi, ma da un contegno e da una dignità uniche non possono passare inosservati. Ed il legame con la gente e, soprattutto, con i suoi studenti, figli di pastori e contadini, sarà importante e duraturo. Per questo, e per la storia che si é portata dietro, sarà per gli anelesi “sa mastra profuga”. Rimarrà ad insegnare nel piccolo centro del Gocéano fino al 1964. Poi ritornerà ad Aghero dove insegnerà per altri trentasei anni, vivendo con il marito, anch’egli docente algherese conosciuto ad Anela, ed i figli. Come mi ha detto nel nostro primo incontro, “Memoria negata non é un romanzo, ma é una “vita vissuta” realmente. Un “atto dovuto” perché una storia vergognosamente ibernata per oltre mezzo secolo venisse “a galla”. Perché quella “coltre di gelo” che l’aveva coperta, aveva, ormai, da tempo, amareggiato la vita dei più anziani fra gli esuli. E “Sa Mastra” di questo ne era, e ne é, consapevole. Da qui, allora, anche l’obbligo di continuare a raccontare ed a testimoniare, “in omaggio a quei vecchi esuli giuliano- dalmati che” – come ancora asserito da Marina Narduzzi nella postfazione- “hanno avuto coraggio e dignità “soffocati” dalla storia. Un libro che, quindi, é, allo stesso tempo, atto di denuncia storico per il vissuto, ma anche “speranza” affinché non si ripetano simili violenze ed ingiustizie. L’arrivo ad Anela rappresenterà per lei, in quel periodo cruciale, un “primo approccio di normalità” per una ragazza esule che, fra privazioni e violenze, aveva vissuto dieci anni della sua adolescenza in un campo profughi. Da italiana di “Serie B”. Anela, dunque, ha rappresentato la libertà. Una libertà voluta e conquistata. A caro prezzo. Il prezzo insanguinato delle foibe. E quello vergognoso dell’Esodo. È significativo, infine, immaginare come, anche in questo caso, nella storia della Maestra, ad Anela. s’ intreccino varie coordinate e direttrici spazio- temporali. “In primis” grande e piccola storia. In secundis é bello, in una dimensione spaziale, pensare a come questo paese, nel giro di pochi anni, si sia trovato dal piangere i suoi caduti ed i suoi deportati, tra cui una vittima della Shoah, all’ accogliere una giovane maestra esule, Sa Mastra profuga. Laddove Giornata della Memoria e Giorno del Ricordo si devono “incrociare”. Per riflettere e non dimenticare.
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BRAVA