
Michela Franzini
di MARIAZZURRA LAI
C’è un momento, nella vita, in cui le parole che ci siamo cucite addosso iniziano a stringere. Un titolo, una professione, un percorso “giusto” sulla carta: tutto sembra al suo posto, eppure dentro nasce una domanda silenziosa e insistente. Sono davvero io?
Questa intervista racconta la storia di Michela, una donna che ha attraversato quella domanda senza girarsi dall’altra parte. Ha lasciato una strada considerata stabile e riconoscibile, l’avvocatura, per scegliere un percorso che, prima ancora di essere un lavoro, è diventato un atto di verità: rimettere il corpo al centro, ascoltarlo, farne una bussola. Il passaggio al fitness non è una fuga né un capriccio, ma un processo di ricostruzione: identità, autostima, disciplina intesa come libertà, e soprattutto una nuova idea di cura.
Nasce così PhiBody, a Cagliari: non una palestra nel senso tradizionale, ma uno spazio “cucito addosso” alle persone, pensato per accogliere fragilità e trasformarle in forza. Qui l’allenamento non è punizione, non è performance da esibire, non è estetica da inseguire: è accompagnamento, relazione, presenza. È un luogo in cui il corpo smette di essere un nemico da controllare e torna a essere una casa da abitare.
Michela, partiamo da te. Chi eri quando facevi l’avvocato e chi sei oggi, dopo questa trasformazione? Quando ho intrapreso la carriera forense, in realtà stavo cercando un ruolo, un’identità, qualcosa che mi definisse dall’esterno. Il titolo, la laurea, la professione rappresentavano per me una sorta di contenitore rassicurante, un modo per sentirmi riconosciuta e legittimata. Era un percorso costruito con impegno e serietà, ma che, col tempo, ho compreso non essere realmente mio. Sentivo di abitare un ruolo che non mi corrispondeva fino in fondo, come se stessi indossando un abito corretto ma non su misura.Il passaggio al mondo del fitness è stato, prima di tutto, un percorso interiore. Diventare personal trainer non ha significato semplicemente cambiare lavoro, ma iniziare un processo profondo di introspezione e di ricostruzione di me stessa. Attraverso il corpo e il movimento ho imparato ad ascoltarmi, a riconoscere il mio valore non in un titolo, ma nel mio io più autentico. È stato un lavoro lento, fatto di consapevolezza, in cui ho iniziato a costruire la mia identità dall’interno, rafforzando l’autostima e chiarendo ciò che desideravo davvero per me e su di me.
Questo percorso personale è diventato, nel tempo, il fondamento della mia etica professionale. Il fitness non è mai stato solo una questione estetica: è uno strumento di forza interiore, di salute, di benessere e di identità. È il mezzo attraverso cui ho imparato a sentirmi più solida, più presente, più forte nel relazionarmi con il mondo. Ed è esattamente questo che cerco di trasmettere alle persone che incontro nel mio lavoro: non solo un corpo più allenato, ma una forza interna che rende più forti anche all’esterno. Questa sinergia tra interiorità, corpo e identità è il cuore del mio lavoro e della mia visione professionale.
A un certo punto della tua vita hai scelto di cambiare strada. Cosa non ti apparteneva più del tuo primo percorso professionale? Con il tempo ho capito che ciò che non mi apparteneva più non era tanto la disciplina o la struttura del mio primo percorso professionale, quanto il modo in cui quelle caratteristiche venivano vissute. La professione forense, come quella di personal trainer, si basa su regole, metodo, determinazione e responsabilità. Da questo punto di vista non sono mondi così lontani. La differenza, per me, stava nel contesto e nel tipo di relazione che quel lavoro mi permetteva di avere con le persone e con me stessa. Nel mondo forense sentivo di muovermi in un ambiente molto asettico, freddo, dove il lato umano ed emozionale restava spesso sullo sfondo. Era un lavoro fatto principalmente di difesa o di attacco, di contrapposizione, in cui tutto ruotava attorno alla posizione da sostenere. Io, invece, sentivo sempre più forte il bisogno di un lavoro che mettesse al centro la persona nella sua interezza, non solo il ruolo che ricopriva.
Nel personal training ho ritrovato quella stessa disciplina, ma declinata in modo completamente diverso. Qui la regola e il metodo servono a costruire, non a contenere. Servono a dare struttura a un percorso che ha come obiettivo non solo il miglioramento fisico, ma anche la valorizzazione di sé. Posso accompagnare le mie clienti in un lavoro concreto sul corpo, sull’allenamento, sulla costanza, ma allo stesso tempo lavorare sulla fiducia, sull’autostima, sulla capacità di mettersi al centro senza sentirsi in colpa. È stato questo a farmi capire che avevo trovato finalmente il mio spazio: un lavoro in cui la competenza tecnica convive con la dimensione emotiva, e in cui la crescita non è solo una questione di risultati, ma di identità. Qui sento di poter essere presente in modo autentico, e di poter trasmettere una forza che non è solo fisica, ma anche interiore.

C’è stato un momento preciso in cui hai capito che il corpo stava chiedendo spazio, ascolto, verità? Non c’è stato un episodio preciso che abbia segnato una rottura netta, ma piuttosto un periodo in cui ho iniziato a sentire con chiarezza che qualcosa non stava funzionando. La stanchezza, l’affaticamento costante, ma soprattutto la sensazione di vivere quasi esclusivamente “nella testa”. La professione forense è un lavoro molto mentale, fatto di studio, concentrazione, ore passate seduta, spesso isolata in un ufficio o tra archivi e documenti. Col tempo mi sono resa conto che questo stile di vita stava mettendo completamente in secondo piano il corpo e stava soffocando anche la mia creatività. Ho sentito il bisogno di spostare i riflettori su di me, di rimettere il corpo al centro. Inizialmente ho ripreso l’attività sportiva semplicemente come atleta, frequentando una palestra. Non facevo sala pesi, non immaginavo certo un percorso agonistico: correvo. Ma mi accorgevo che, ogni volta che uscivo dall’allenamento, ero diversa. Mi sentivo più lucida, più motivata, più viva. Le endorfine mi restituivano energia e una grinta che non provavo da tempo. La palestra è diventata uno spazio importante anche sul piano personale: è lì che ho conosciuto mio marito, Enrico. Nei primi anni di fidanzamento, ricordo chiaramente un momento in cui gli dissi che non volevo più allenarmi “tanto per”. Sentivo il bisogno di dare un senso a quel tempo, di fissare un obiettivo che mettesse al centro me stessa, le mie sensazioni, il mio corpo, il mio sentire. Da lì è iniziata una crescita vera, condivisa, che ci ha portati insieme a prepararci per una gara di bodybuilding. Un’esperienza che ha segnato profondamente il nostro percorso e ha trasformato quella che era nata come una ricerca personale in una vera passione. Da quel momento il fitness non è stato più solo allenamento, ma uno stile di vita che mi appartiene profondamente e a cui non voglio più rinunciare. Per i benefici sulla salute, certo, ma soprattutto per il ritmo che lo sport dà alle giornate. Una cadenza fatta di disciplina, ascolto e benessere che ti aiuta a portare avanti la vita in modo più positivo, presente e consapevole. È lì che ho capito che il corpo non stava chiedendo solo movimento, ma spazio, verità e dignità.
Lasciare una professione “sicura” come quella legale richiede coraggio. Quanto è stato difficile fidarti di te stessa in questa scelta? È stato molto difficile, soprattutto perché non si è trattato semplicemente di cambiare lavoro, ma di cambiare forma mantenendo una grande responsabilità. L’attività forense, infatti, è una professione autonoma, esattamente come quella di personal trainer. In entrambi i casi sei, a tutti gli effetti, un’imprenditrice di te stessa. Quando ho lasciato la carriera legale per aprire il mio centro e intraprendere questa nuova strada, non ho scelto qualcosa di più semplice o più sicuro, anzi: ho scelto di rimettermi completamente in gioco. Fidarmi di me stessa ha significato affrontare un vero e proprio salto nel buio. Da un lato sapevo molto bene cosa stavo cercando sul piano personale: un’identità più autentica, un lavoro che rispettasse la mia interiorità e il mio modo di essere. Dall’altro, però, non potevo sapere se questa etica, questa visione così personale del fitness e del benessere, avrebbe trovato anche uno spazio reale dal punto di vista professionale. Unire queste due sfere, quella interiore e quella lavorativa, è stata la parte più complessa. In questo percorso il sostegno della mia famiglia è stato fondamentale, e ancora oggi ne sono profondamente grata. Senza quel supporto probabilmente non avrei trovato il coraggio necessario per fare una scelta così impegnativa. Con il tempo ho capito che la fiducia non nasce tutta insieme: si costruisce passo dopo passo, quando vedi che ciò che senti giusto per te inizia anche a funzionare nel mondo reale. Oggi il riscontro arriva soprattutto dalle donne che entrano nel mio centro, la maggior parte over 40. Capiscono subito che per me la palestra non è solo un luogo di allenamento, ma uno spazio in cui staccare la spina, prendersi cura di sé e rimettersi al centro. Un laboratorio in cui rielaborare la propria identità, spesso messa alla prova da lavoro, stress, figli, relazioni, separazioni, lutti. La vita, a volte, somiglia a una guerra quotidiana, e credo che sia fondamentale affrontarla preparate, forti dentro e fuori. La palestra, se vissuta nel modo giusto, può essere un ottimo punto di partenza per costruire questa forza.
Essere una donna che cambia destino professionale è ancora, per molti, un atto controcorrente. Come hai vissuto questo passaggio? È vero, per molti è un atto controcorrente. Cambiare strada significa esporsi al giudizio, alle domande, spesso anche allo stupore di chi ti guarda da fuori e fatica a comprendere una scelta che sembra “opposta” a quella precedente. All’inizio questo peso si sente, perché ti confronti non solo con gli altri, ma anche con te stessa. Poi però succede qualcosa di diverso. Nel momento in cui trovi il coraggio di cambiare davvero, nasce una gratitudine profonda verso te stessa. Ogni volta che qualcuno mi dice che ho scelto un lavoro completamente diverso, dentro di me sento una voce molto chiara che mi dice: hai fatto bene. Non per ribellione, ma perché hai scelto consapevolmente la strada giusta per te e lo scopo della tua vita. Questo genera un senso di orgoglio, di appagamento e di soddisfazione difficili da spiegare a parole. Fare ciò che ami, a un certo punto, smette di essere “lavoro” nel senso tradizionale del termine. Diventa espressione di te stessa. E la conferma più grande arriva negli occhi delle persone che accompagni nel percorso. Vedo ogni giorno la determinazione delle mie donne nel raggiungere obiettivi che spesso pensavano impossibili. Vedo il loro impegno, il loro sacrificio, ma non come qualcosa di pesante o meccanico, non come un cartellino da timbrare. Molte mi dicono che la palestra è noiosa. E in parte è vero, se ridotta a serie, ripetizioni e numeri. Ma nel momento in cui l’allenamento si fonde con l’aspetto interiore e, per certi versi, anche spirituale, diventa tutt’altro. Diventa uno spazio in cui puoi ripercorrere te stessa, riconnetterti, costruire un’identità più solida. Ed è lì che il cambiamento smette di essere controcorrente e diventa semplicemente necessario.
PhiBody nasce a Cagliari. Quanto conta essere sarda nel tuo modo di intendere il lavoro, il tempo e la cura delle persone? Conta molto, soprattutto dal punto di vista della mentalità. Se penso allo stereotipo della donna sarda, mi riconosco in una donna determinata e testarda, nel senso più positivo del termine. Quando mi pongo un obiettivo, cerco di raggiungerlo con tutte le mie forze, senza scorciatoie. Questo fa parte della mia identità e, in fondo, anche del mio percorso professionale. Ho creduto in ciò che volevo fare e ci sono arrivata grazie alla determinazione e al supporto della mia famiglia.Essere sarda significa anche vivere in un contesto a misura d’uomo. La Sardegna è un’isola, e questo si riflette nel modo in cui si costruiscono le relazioni. Il sardo è spesso diffidente all’inizio, ma nel momento in cui conquisti la sua fiducia, ti apre completamente il suo mondo. È un aspetto che sento molto mio e che ritrovo ogni giorno nel mio lavoro. Mi piace entrare con rispetto negli spazi più interiori delle persone, comprenderne i bisogni, le fragilità, le esigenze più profonde.Il mio approccio si basa proprio su questo: creare un percorso fatto di comprensione, fiducia, supporto e presenza reale. Piano piano si costruisce una sinergia tra allenamento e relazione, che permette alla persona di cambiare davvero prospettiva, non solo fisicamente ma anche interiormente.Viviamo in una realtà estremamente frenetica, fatta di ritmi veloci e di molte pressioni, anche sul piano della salute. Per questo dico sempre alle mie clienti che, se riescono a ritagliarsi un’ora nelle loro 24 ore, quell’ora deve essere un’ora di qualità, non di quantità. In quell’ora devi essere presente, devi dare il 100%, e io sono lì per supportarti nel farlo.La scelta di aprire un centro privato nasce proprio da questa visione. In uno spazio raccolto, di 130 metri quadri, le persone possono sentirsi a proprio agio, essere se stesse, aprirsi senza sentirsi osservate o giudicate. È questo ambiente protetto che diventa il fulcro della mia attività e del mio modo di intendere la cura.C’è poi un ultimo aspetto, legato soprattutto al contesto cittadino. L’ambiente, anche quello cagliaritano, è spesso fortemente condizionato dall’immagine, dall’estetica, dal giudizio e dal pregiudizio. Molte donne finiscono per sentirsi costantemente sotto esame, come se dovessero dimostrare qualcosa o essere all’altezza di un modello che non le rappresenta davvero. Io credo invece che un corpo forte sia qualcosa che non si compra e non si paga. Non è estetica artificiale, non è chirurgia: è costruzione. È il risultato di impegno, sacrificio, determinazione.Un fisico non lo acquisti con i soldi, lo costruisci con il sudore, con la costanza e con la volontà. Ed è questa la gratificazione più grande, perché ciò che costruisci con il tuo sforzo ti rende più forte anche interiormente. Questo è il messaggio che cerco di trasmettere alle mie clienti.Il sacrificio, nel mio lavoro, non è mai punizione. Non sono un despota né un militare. È accompagnamento. È aiutare una donna a superare quell’ostacolo che crede insormontabile, quella convinzione di essere troppo debole o di non farcela. E questo, molto spesso, diventa la metafora di ciò che accade nella vita. Per questo la soddisfazione, quando arriva, è così amplificata: non riguarda solo il corpo, ma la persona nella sua interezza.
Nel tuo sito parli spesso di “cura del corpo”. Che significato ha per te questa espressione, oggi? Per me parlare di “cura del corpo” significa prima di tutto parlare di benessere nel suo senso più ampio. Non a caso PhiBody significa Filosofia del Benessere. Il benessere, nel mio lavoro, non è mai limitato all’aspetto fisico, ma è sempre integrato alla dimensione emotiva e interiore della persona. Curare il corpo vuol dire prendersi cura di sé a 360 gradi. La cura del corpo è fatta di gesti concreti: allenarsi con costanza, costruire forza, migliorare la salute, lavorare sulla longevità. Ma allo stesso tempo è un processo che serve a temperare il carattere, a rafforzare l’autostima, a dare stabilità a quegli aspetti più fragili della persona che spesso vengono condizionati dall’esterno. Fragilità che possono nascere da un corpo fuori forma, da una stanchezza cronica, da una sensazione di debolezza o di perdita di energia. Molte persone arrivano da me dicendo: “Sto invecchiando”, “Sono sempre stanca”, “Non ho mai tempo per me stessa”. In realtà, quello che stanno esprimendo è una distanza da sé. Io credo profondamente che una rinascita possa avvenire in qualsiasi momento della vita. Non esiste un’età giusta per rinascere. Esiste solo il momento in cui decidi di rimetterti al centro. Quando questo accade, succede qualcosa di molto potente: ritrovi una giovane donna, o un giovane uomo, dentro di te. Non giovane in senso anagrafico, ma nel desiderio, nell’energia, nella consapevolezza di poter affrontare ciò che la vita mette davanti. Che siano ostacoli familiari, lavorativi o relazionali, la forza che costruisci attraverso il corpo diventa una risorsa che porti in ogni ambito della tua esistenza. Prendersi cura di se stessi, diventare forti e acquisire sicurezza e consapevolezza di sé è un atto profondamente importante, perché rende autonomi e indipendenti da tutte quelle prigioni o trappole che il mondo spesso ci impone. Non diventi più dipendente da una moda, da un trend o da un modello esterno: diventi autentico, diventi te stesso. Conosci i tuoi limiti, sai quali puoi superare e, soprattutto, sviluppi una grande consapevolezza del tuo corpo, dei tuoi muscoli e della tua forza. Ed è questa autonomia, fisica e interiore, che per me rappresenta il vero significato della cura del corpo.

Perché, secondo te, le palestre tradizionali spesso non riescono a rispondere davvero ai bisogni delle persone? Secondo me il limite principale delle palestre tradizionali è che sono strutturate per funzionare su grandi numeri e su modelli standardizzati. Questo porta inevitabilmente a perdere di vista la persona. Programmi uguali per tutti, tempi rigidi, spazi affollati: tutto è pensato per “allenare”, ma non sempre per accompagnare davvero chi entra. Oggi le persone arrivano in palestra con molte fragilità. Hanno bisogno di conferme, di parlare, di esternare le proprie paure. In un contesto generalista questo spazio spesso non esiste. La persona rischia di diventare un numero, una presenza anonima all’interno di un flusso continuo. Si perde il rapporto umano in senso stretto e lo si sostituisce con un’interazione fredda, spesso mediata dai social o dal web, che non può offrire ascolto reale né comprensione profonda. Molte persone portano con sé non solo un corpo da allenare, ma una storia, delle difficoltà, un rapporto complesso con se stesse. Senza un vero spazio di ascolto, tutto questo resta invisibile. Ci si concentra sull’esercizio, sui numeri, sulla performance, ma manca l’introspezione. E per me l’introspezione è la capacità di immedesimarsi nelle problematiche e nelle emozioni di chi hai davanti. È ciò che fa sentire una persona vista e capita. Quando una persona si sente compresa, accade qualcosa di fondamentale: nasce la fiducia. Fiducia in chi la accompagna, ma soprattutto fiducia in se stessa. Da lì si ricostruisce l’autostima e si riprende il controllo della propria vita. Allenarsi diventa così un percorso di crescita e non solo un’attività fisica. C’è poi anche il tema del giudizio. Le palestre tradizionali, spesso senza volerlo, possono trasformarsi in luoghi in cui ci si sente osservati e messi a confronto. Questo allontana soprattutto chi avrebbe più bisogno di essere accolto. Io credo invece che il vero bisogno oggi sia sentirsi visti, seguiti, accompagnati. Senza questa dimensione umana, l’allenamento rischia di restare un’esperienza superficiale e, alla lunga, fallimentare.
PhiBody viene descritto come un centro “cucito addosso” a chi lo vive. Cosa significa personalizzare davvero un percorso di allenamento? Per me personalizzare davvero un percorso di allenamento significa partire dalla persona e non dal programma. Non esiste un allenamento “giusto” in assoluto: esiste l’allenamento giusto per quella persona, in quel momento della sua vita. Età, storia personale, livello di stress, stato di salute, rapporto con il corpo, aspettative e paure sono tutti elementi che devono essere presi in considerazione prima ancora di parlare di esercizi, carichi o schede. Un percorso cucito addosso nasce dall’ascolto. Significa prendersi il tempo per capire chi ho davanti, cosa ha vissuto, cosa l’ha portata fino a lì e soprattutto di cosa ha davvero bisogno in quel momento. A volte una persona arriva chiedendo di dimagrire o di tonificare, ma dietro quella richiesta c’è stanchezza, mancanza di fiducia, bisogno di rimettere ordine. Personalizzare vuol dire saper leggere anche questo. Dal punto di vista pratico, significa adattare l’allenamento non solo agli obiettivi fisici, ma anche alle energie della persona, ai suoi ritmi, alle sue giornate. Ci sono momenti in cui si può spingere di più e momenti in cui è necessario rallentare, lavorare sulla qualità del movimento, sulla respirazione, sulla percezione del corpo. Non forzare, ma accompagnare. Quando una persona sente che il percorso è davvero pensato per lei, cambia completamente l’approccio. Si sente rispettata, non giudicata, e questo la rende più costante, più presente, più coinvolta. È in questo spazio che nascono i risultati duraturi, perché non si sta semplicemente seguendo una scheda, ma si sta costruendo qualcosa che ha senso e che può essere mantenuto nel tempo.
Nel tuo lavoro unisci allenamento, alimentazione e ascolto mentale. Quanto è importante questa visione integrata del benessere? Per me è imprescindibile. Allenamento, alimentazione e ascolto mentale sono una vera e propria triade, e la loro sinergia è fondamentale perché queste tre sfere si compenetrano continuamente. Non possono funzionare in modo efficace se vengono considerate separatamente. L’allenamento è finalizzato a un obiettivo chiaro: costruire forza, migliorare la tonicità, raggiungere risultati concreti. Ma l’allenamento, da solo, non basta. L’alimentazione ne rappresenta la base, il carburante. È ciò che permette al corpo di sostenere lo sforzo, di recuperare e di progredire. Un’alimentazione sana, pulita e consapevole non incide solo sul fisico, ma anche sulla lucidità mentale e sulla capacità di essere presenti e focalizzati. Negli ultimi anni si è finalmente iniziato a rimettere in discussione una narrazione alimentare che per molto tempo ha confuso le persone. Sono emerse verità che prima restavano nascoste, e si è compreso come molti prodotti processati, anche quelli apparentemente “fit” o a basso contenuto di zuccheri, attivino in realtà meccanismi di dipendenza, come il bliss point, che alimentano il bisogno continuo di zuccheri. È un sistema costruito a tavolino, che rende le persone vittime di mode e trend. Io sono invece una grande sostenitrice della semplicità: chilometro zero, alimenti naturali, biologici quando possibile. La natura ci offre tutto ciò di cui abbiamo bisogno. Oggi esiste una varietà alimentare enorme, che spesso confonde, ma credo che la risposta più giusta resti sempre la più semplice ed equilibrata. L’ascolto mentale è il terzo pilastro, e spesso quello più sottovalutato. Non è solo un ascolto emotivo, ma una vera predisposizione dell’atleta verso l’attività fisica. È la capacità di ascoltare il proprio corpo, i propri muscoli, il proprio livello di forza ed energia. È la connessione mente-muscolo, che fa una differenza enorme. Molto spesso le persone sono abituate a “spostare un peso”, non ad allenare un muscolo. E questa è una distinzione sottile, ma fondamentale. Nel mio lavoro insegno ai miei atleti a sentire il movimento, a percepire l’attivazione muscolare, a comprendere cosa sta realmente lavorando. Fare un esercizio per le braccia non significa semplicemente piegare un braccio con un peso in mano, ma sentire le fibre muscolari che attivano il bicipite, distinguere le diverse inserzioni, lavorare in modo consapevole. Questa filosofia di allenamento, molto fine e penetrante, porta a una conoscenza profonda di sé e del proprio corpo. È lo stesso principio che vale anche nei movimenti quotidiani. Anche un gesto semplice come salire uno scalino è un’attivazione complessa dell’arto inferiore, che coinvolge il gluteo, non solo il quadricipite come spesso accade per compensazione. Comprendere che il nostro corpo funziona grazie alla sinergia di più muscoli, e non per compartimenti isolati, cambia completamente il modo di muoversi e di allenarsi. E vedere negli occhi delle mie atlete la sorpresa nel rendersi conto di questo meccanismo è una delle soddisfazioni più grandi del mio lavoro. Questa consapevolezza rende le persone più autonome, più indipendenti, più sicure. Non solo più forti fisicamente, ma più presenti nel proprio corpo. Ed è lì che il benessere smette di essere un obiettivo astratto e diventa una competenza reale da portare nella vita di tutti i giorni
Molte persone arrivano da te dopo aver fallito altri tentativi. Cosa portano con sé, oltre al desiderio di cambiare il corpo? Molto spesso le persone che arrivano da me non portano solo il desiderio di cambiare il corpo, ma un bagaglio emotivo piuttosto pesante. Portano delusione, frustrazione, senso di colpa. Hanno provato altre palestre, altri allenamenti, altre diete e, dopo vari tentativi falliti, hanno iniziato a pensare che il problema fosse loro. In realtà, nella maggior parte dei casi, quei fallimenti non sono personali, ma indotti. Senza giudizio né critica, credo che in molti contesti, soprattutto nelle palestre tradizionali, esista quello che definisco il “segreto di Pulcinella”: l’allenamento viene spesso ridotto a un obiettivo tecnico – tonificazione, definizione, aumento della massa muscolare – senza andare davvero in profondità. L’obiettivo diventa far allenare la persona, non insegnarle come allenarsi. Questo genera frustrazione, perché la persona esegue, ma non comprende, e quando i risultati non arrivano si sente inadeguata. La mia etica professionale è diversa. Il mio obiettivo non è tenere una persona legata alla mia palestra, ma renderla autonoma. Insegnarle le tecniche allenanti, aiutarla a conoscere il proprio corpo, a muoversi in sicurezza, a non farsi male. Voglio che una persona sappia allenarsi anche fuori dal mio centro, che possa replicare quel lavoro ovunque si trovi, perché ha acquisito consapevolezza e competenze. Le persone arrivano da me spesso stanche, non solo fisicamente ma anche mentalmente. Stanche di rincorrere modelli irrealistici, di seguire indicazioni superficiali, di ricominciare ogni volta da capo. Portano con sé la paura di fallire di nuovo e, allo stesso tempo, una forte voglia di riscatto. Il primo lavoro che faccio non è sul corpo, ma sulla fiducia: aiutarle a capire che non sono sbagliate, che il loro corpo non è il problema. Ogni persona è a sé. Ha una sua fisicità, una sua emotività, una sua elasticità, spesso anche delle patologie o dei limiti specifici. Pensare che lo stesso protocollo possa funzionare per tutti è uno degli errori più grandi. È per questo che credo profondamente nella personalizzazione e in un lavoro sartoriale, costruito sulla persona. Quando il percorso è davvero su misura, la frustrazione lascia spazio alla comprensione, la motivazione torna e il cambiamento diventa finalmente possibile e sostenibile.
Parli spesso di fiducia: quanto è centrale costruirla prima ancora di parlare di risultati fisici? La fiducia è il punto di partenza di qualsiasi percorso reale di cambiamento. Prima ancora dei risultati fisici, una persona ha bisogno di sentirsi al sicuro, di sapere che non verrà giudicata, confrontata o forzata in qualcosa che non sente suo. Senza questo presupposto, anche l’allenamento migliore rischia di diventare l’ennesima esperienza fallimentare. Molte donne arrivano da me con una fiducia già compromessa, sia verso i professionisti incontrati in passato, sia verso se stesse. Viviamo in un mondo in cui vengono fatte continuamente grandi promesse, in qualsiasi ambito: risultati rapidi, obiettivi ambiziosi, sogni apparentemente alla portata di tutti. Spesso però queste promesse vengono disattese senza alcuna remora, e questo lascia nelle persone una profonda delusione. A forza di rimanere deluse, smettono di fidarsi non solo dei professionisti, ma dei processi in generale. È per questo che per me il primo passo non è mai un listino prezzi inviato con un messaggio. Credo moltissimo nella consulenza di persona, nel contatto diretto. Sentire la persona al telefono o incontrarla di persona mi permette di creare una connessione reale, di capire cosa l’ha portata da me, quali esperienze ha vissuto, quali aspettative e quali paure si porta dietro. Solo così posso iniziare davvero a supportarla. Questo tipo di approccio crea un affidamento reciproco. La persona sceglie di fidarsi, di mettersi nelle mie mani, e io considero questa fiducia un dono prezioso. È una responsabilità che prendo molto sul serio e che mi spinge a dare il massimo della mia professionalità, per costruire un percorso rispettoso, coerente e realmente efficace.

Solo su questa base i risultati fisici diventano possibili e sostenibili. Quando una persona si sente vista, ascoltata e supportata, riesce a essere costante, ad affrontare le difficoltà senza viverle come un fallimento personale. La fiducia diventa così il vero motore del cambiamento, non solo sul corpo, ma anche sul modo in cui una persona si guarda e si racconta.
Lavori soprattutto con le donne. Qual è il rapporto più complesso che vedi tra le donne e il loro corpo? Il rapporto più complesso che vedo tra le donne e il loro corpo è il giudizio costante. Un giudizio che spesso non nasce da dentro, ma viene interiorizzato nel tempo attraverso confronti, aspettative sociali, modelli estetici irrealistici. Molte donne hanno imparato a guardare il proprio corpo come qualcosa da controllare, correggere o nascondere, invece che come uno spazio da abitare e rispettare. Quello che incontro molto spesso è una distanza profonda tra la donna e il suo corpo. Non lo ascolta, lo critica. Non lo vive, lo subisce. Il corpo diventa il luogo su cui si scaricano frustrazioni, sensi di colpa, insoddisfazioni che in realtà nascono altrove. Questo rende il rapporto faticoso e conflittuale, perché il corpo smette di essere un alleato e diventa un nemico. Un altro aspetto complesso è il confronto continuo. Le donne si paragonano non solo ad altre donne, ma a versioni filtrate, ritoccate, idealizzate di corpi che non esistono nella realtà. Questo confronto mina l’autostima e fa perdere il contatto con la propria unicità, con la propria storia e con i propri tempi. Nel mio lavoro cerco di ribaltare questa dinamica. Aiuto le donne a spostare l’attenzione dal giudizio all’ascolto, dalla punizione alla costruzione. Quando una donna inizia a sentire il proprio corpo, a capirlo, a renderlo più forte e funzionale, cambia anche lo sguardo che ha su se stessa. Il corpo smette di essere un problema da risolvere e diventa uno strumento di consapevolezza, di forza e di libertà.
Cosa succede, dentro e fuori, quando una donna inizia a sentirsi forte e non più inadeguata? Succede un cambiamento profondo, che va ben oltre l’aspetto fisico. Dentro, la prima cosa che vedo è un cambio di dialogo interiore. La donna smette di parlarsi con durezza, smette di sentirsi costantemente in difetto. Inizia a riconoscere ciò che è capace di fare, non solo in palestra ma nella vita quotidiana. La forza fisica diventa una prova concreta che può fidarsi di sé. Quando una donna si sente forte, cambia il modo in cui occupa lo spazio. Cambia la postura, il modo di camminare, lo sguardo. Non chiede più scusa per esistere, non si sente più “di troppo”. Questa sicurezza non nasce dall’estetica, ma dalla consapevolezza di avere risorse, di poter affrontare una difficoltà senza crollare alla prima fatica. Fuori, questo si riflette nelle scelte. Vedo donne che iniziano a mettere confini più chiari, a dire qualche “no” in più, a prendersi del tempo senza sentirsi in colpa. La forza che costruiscono nel corpo diventa una forza che portano nelle relazioni, nel lavoro, nella famiglia. Non perché tutto diventi facile, ma perché smettono di sentirsi inadeguate. La cosa più bella è che questa trasformazione non è mai urlata. È silenziosa, solida. È una forza che non ha bisogno di dimostrare nulla, perché è stata costruita giorno dopo giorno. E quando una donna smette di sentirsi inadeguata, inizia davvero a scegliere, non più per paura, ma per rispetto di sé.
Nel tuo approccio non c’è mai punizione, ma accompagnamento. Quanto è importante togliere il senso di colpa dal percorso di allenamento? È fondamentale. Il senso di colpa è uno dei principali ostacoli al cambiamento, soprattutto per le donne. Moltissime arrivano da me già appesantite da un dialogo interno molto duro: si sentono in colpa se saltano un allenamento, se non seguono alla perfezione un piano, se il corpo non risponde come vorrebbero. Questo approccio, basato sulla punizione, non crea costanza né risultati duraturi, crea solo frustrazione. Nel mio lavoro cerco di ribaltare completamente questa logica. Allenarsi non deve essere una penitenza per “rimediare” a qualcosa, né una forma di controllo. Deve essere un percorso di accompagnamento, di educazione e di rispetto dei propri tempi. Togliere il senso di colpa significa permettere alla persona di sbagliare, di fermarsi quando serve, di riprendere senza sentirsi fallita. Quando una donna smette di vivere l’allenamento come un obbligo punitivo, cambia anche il rapporto con il corpo. Inizia ad ascoltarlo invece di forzarlo, a collaborare invece di combatterlo. Questo rende il percorso più sostenibile e, paradossalmente, anche più efficace. La costanza nasce dal sentirsi sostenute, non giudicate. Accompagnare significa essere presenti, spiegare, adattare, motivare senza pressione. È far capire che il valore di una persona non si misura da una prestazione o da un numero sulla bilancia. Quando il senso di colpa viene tolto, resta spazio per la responsabilità, che è qualcosa di molto diverso: è scegliere di prendersi cura di sé non per dovere, ma per rispetto. Ed è da lì che nasce un cambiamento reale e duraturo.
Secondo te, perché iniziare è sempre la parte più difficile del cambiamento? Perché iniziare significa esporsi. Significa ammettere che qualcosa, così com’è, non funziona più. È un atto di verità verso se stessi, e la verità spesso fa paura. Molte persone rimandano non per mancanza di volontà, ma perché temono di guardarsi davvero, di scoprire limiti, fragilità o di fallire ancora una volta. Iniziare è difficile anche perché richiede di uscire da una zona di comfort che, per quanto scomoda, è conosciuta. Anche stare male può diventare una routine, mentre il cambiamento porta con sé incertezza. Non sai come andrà, non sai se ce la farai, non sai se sarai all’altezza. Questo blocca più di qualsiasi fatica fisica. Un altro aspetto che vedo spesso è il peso delle esperienze passate. Chi ha già provato e fallito tende a proteggersi, a non investire più energia per paura di deludersi ancora. In questi casi iniziare non è solo il primo passo di un percorso, ma un atto di fiducia enorme verso se stessi e verso chi ti accompagna. Per questo credo che l’inizio vada protetto, non forzato. Va reso semplice, accessibile, umano. Quando una persona sente che non deve dimostrare nulla, che può partire da dove si trova senza pressioni, allora il primo passo diventa possibile. E spesso, una volta fatto quel primo passo, ci si rende conto che la parte più difficile era solo decidere di cominciare.
Che ruolo ha l’ambiente intimo, protetto e non giudicante nel successo di un percorso come quello di PhiBody? Ha un ruolo fondamentale, direi determinante. L’ambiente in cui una persona si allena non è un dettaglio secondario, ma una parte integrante del percorso. Un luogo intimo, protetto e non giudicante permette alle persone di abbassare le difese, di sentirsi finalmente al sicuro e di concentrarsi su se stesse senza il peso dello sguardo esterno. Molte donne arrivano da me dopo esperienze in cui si sono sentite osservate, confrontate o fuori posto. Questo genera tensione, insicurezza e spesso porta ad abbandonare. In un ambiente protetto, invece, la persona può permettersi di essere imperfetta, di imparare, di sbagliare senza sentirsi esposta. Ed è proprio in questa condizione che il cambiamento diventa possibile. Un ambiente non giudicante favorisce anche l’ascolto. La persona si sente libera di raccontare le proprie difficoltà, di esprimere paure e limiti senza timore di essere etichettata. Questo crea una relazione più autentica e permette di costruire un percorso davvero su misura, in cui l’allenamento non è solo esecuzione, ma esperienza condivisa. In PhiBody ho voluto creare proprio questo: uno spazio che non mette pressione, ma sostiene. Un luogo in cui il corpo non è sotto esame, ma è accolto. Quando una persona si sente rispettata e protetta, cresce la fiducia, aumenta la costanza e il percorso diventa più efficace e duraturo. L’ambiente, in questo senso, non è solo uno sfondo, ma uno degli strumenti principali del cambiamento.
Cosa significa per te “allenare la mente” prima ancora del corpo? Allenare la mente significa preparare il terreno su cui poi il corpo può davvero lavorare. Prima ancora di parlare di esercizi, carichi o schede, per me è fondamentale capire con che tipo di atteggiamento una persona entra in palestra. Spesso dico alle mie clienti una frase molto semplice, ma per me essenziale: ricorda sempre che la persona più importante della tua vita sei tu. Se questo concetto non è chiaro, qualsiasi percorso rischia di partire già indebolito. Allenare la mente vuol dire lavorare sulle convinzioni, sul dialogo interno e su quelle paure che spesso bloccano ancora prima dell’allenamento stesso. Molte persone arrivano convinte di non farcela, di essere deboli o di essere in ritardo. In realtà, non è il corpo a essere fragile, ma il modo in cui si è abituate a pensarsi. Cambiare questa narrazione è il primo vero allenamento. In questo percorso parlo spesso di disciplina, perché credo sia una delle abilità più fraintese in assoluto. La disciplina non è una limitazione, ma una forma di libertà. Quando manca la disciplina, diventiamo prigionieri delle nostre scelte. Scelte che, molto spesso, sono guidate da un cervello che tende a farci risparmiare energia e a privilegiare ciò che richiede meno sforzo. Senza disciplina nell’allenamento e nell’alimentazione diventiamo prigionieri di una salute fragile e di un corpo che, nel tempo, accumula sempre più limitazioni. Senza disciplina nella gestione delle finanze diventiamo prigionieri della mancanza di risorse. Senza disciplina nella gestione del tempo, diventiamo prigionieri di giornate caotiche, stressanti e inconcludenti. È per questo che insisto molto su questo concetto: basta cambiare il modo di percepire la disciplina. Non è rigidità, non è controllo ossessivo, non è punizione. È l’unica vera forma di libertà nel lungo periodo. È ciò che permette a una donna di scegliere, invece di subire. Quando una persona si approccia alla palestra, spesso porta con sé luoghi comuni e leggende metropolitane, come l’idea di dover avere un “controllore” o un “cane da guardia” che la costringa a fare le cose. Io lavoro esattamente all’opposto. La palestra, come qualsiasi attività che porta benessere, forza ed equilibrio, scandisce le giornate con un ritmo diverso. Un ritmo più sano, più produttivo, più positivo. Quando parlo di disciplina, non parlo di numeri, di grammi o di regole rigide. Parlo di un’abilità che una donna può usare a proprio favore per vivere le proprie giornate con maggiore energia, lucidità e presenza. Allenare la mente significa questo: costruire le basi per una vita più autonoma, più consapevole e più libera, dentro e fuori dalla palestra.
C’è una lezione che questo lavoro ti ha insegnato, giorno dopo giorno, attraverso le storie delle persone che segui? Sì, ed è una lezione che si rinnova ogni giorno: nessuno cambia davvero se non si sente visto. Dietro ogni corpo che arriva in palestra c’è una storia, spesso fatta di fatica, rinunce, delusioni e tentativi andati a vuoto. Quando ti fermi solo all’obiettivo fisico rischi di perdere tutto questo, e con esso perdi anche la possibilità di aiutare davvero la persona che hai davanti. Questo lavoro mi ha insegnato che il cambiamento non nasce mai dalla pressione, ma dal riconoscimento. Quando una persona sente che qualcuno la vede per quello che è, senza giudicarla, senza ridurla a un numero o a una prestazione, allora abbassa le difese. È in quel momento che inizia a fidarsi, prima dell’allenamento e poi di se stessa. Ho imparato anche che le persone sono molto più forti di quanto credano. Spesso arrivano convinte di non avere forza, costanza o disciplina, ma in realtà nessuno gliele ha mai fatte scoprire nel modo giusto. Accompagnandole con rispetto, senza forzature, emergono risorse che erano sempre state lì, solo inattive. La lezione più grande, però, è che il corpo è spesso solo l’inizio. Attraverso il lavoro fisico si aprono spazi di consapevolezza, di autonomia, di responsabilità verso se stessi. E quando una persona cambia il modo in cui si guarda, cambia inevitabilmente anche il modo in cui vive la propria vita. Questo è ciò che rende il mio lavoro ogni giorno profondamente significativo.
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Michela è una vera game changer, mi ha aiutato a ritrovare forma fisica, forza e orgoglio per quello che il mio corpo può fare. Alla soglia dei 50 anni, posso dire che non mi sentivo così agile e in forma da quando ne avevo 35. Grazie Michi, sei una forza della natura ❤️