DA FIUME AL CAMPO NAZISTA AUSTRIACO DI KAISERSTEINBRUCH (1943- 1945): LA STORIA DI GIUSEPPE MELE (1924-2013)

Anela, per la Giornata della Memoria, “corona” il suo contributo con un’altra storia da raccontare. Dopo Giovanni Usai, “prete mancato e vittima della Shoah a Majdaneck ed Andrea Sulas deportato con ultima destinazione “Bergen- Belsen”, prima di rientrare, dopo varie peripezie, nell’ agosto 1945, un’altra vicenda é quella di Giuseppe Mele (1924- 2013). Questa storia, però, è opportuno raccontarla ora, perché intrinsecamente connessa anche alla Giornata del Ricordo, che, a breve, il 10 febbraio, ricorderà le foibe e l’esodo delle popolazioni italiane dalla Venezia Giulia e dalla Dalmazia.

Per chi scrive é anche una storia più “intima” e familiare, perche’ tziu Peppinu, come si faceva benevolmente chiamare, era cugino di mia nonna. Anche lui, quindi, “dentro” la storia di una secolare ed importante famiglia, quella dei Mele, che ha segnato la storia del paese. Figlio di Giuseppe Mele e Maria Pasqua Tanda, nasce ad Anela il 15 marzo 1924. Parte volontario giovanissimo per la guerra, neppure diciassettenne. Aveva falsificato i documenti. Credeva nei valori risorgimentali della Patria.

 Durante la seconda guerra mondiale presterà servizio come caporale maggiore presso i Cavalleggeri di Saluzzo.  E questa, allora, diventa una storia che si lega a quella, ancora più drammatica, del confine orientale italiano, della Venezia Giulia e della Dalmazia. La Giornata della Memoria “s’intreccia”, quindi, con quella del Ricordo.

I “Cavalleggeri di Saluzzo”, reparto d’elite del Regio Esercito, fondati nel 1848 per le guerre d’indipendenza, saranno di stanza, durante il secondo conflitto mondiale, in Friuli.  Nel 1941 il reggimento prenderà parte all’occupazione della Jugoslavia, operando azioni di perlustrazioni a lungo raggio. Le azioni di repressione del movimento partigiano serbo- croato proseguiranno per tutto il 1942, sventando anche un poderoso attacco ad un caposaldo italiano a Sveta Jona. Tziu Peppinu prenderà parte a tutte le azioni militari del Reggimento nell’area balcanica, trasferendosi, nel dicembre 1942, in Dalmazia, a Sebenico, con compito di pattugliamento e difesa. Da un lato la lotta al movimento partigiano, dall’altro, però, l’8 settembre 1943 che, in questo caso, raggiungerà il Reggimento prima a Novi Vinodolski e, poi, il 10, a Cinquenizza, per mettere in sicurezza il Comando italiano del V Corpo d’Armata. Per poi raggiungere Fiume. Saranno, questi, gli ultimi giorni di Fiume, “militarmente” italiana. Da raccontare. E ricordare. E, fra i testimoni, vi era anche un giovane soldato anelese. Nel concreto si tenterà, per una ventina di giorni, d’imbastire un’ultima difesa italiana del capoluogo del Quarnaro. Difesa, purtroppo, inutile visto che le colonne tedesche erano state già fatte entrare il 13 settembre. Il 25 settembre, poi, il comandante del Reggimento, colonnello Curreno, ne deciderà lo scioglimento. L’aspetto significativo di quei drammatici eventi è rappresentato dall’ingresso e dall’uscita del Reggimento Cavalleggeri “Saluzzo” da Fiume, ultimo reparto del Regio Esercito a lasciare la città italiana, abbandonandola ai successivi e drammatici eventi di una guerra affatto conclusa.  Ingresso ed uscita eseguiti in modo ordinato e dignitoso, al cospetto di una popolazione estremamente provata e preoccupata dall’incalzare convulso delle notizie e speranzosa in una difesa militare. Una difesa che, purtroppo, non ci sarà. I tedeschi erano già penetrati nell’area cittadina.

Gli uomini del Reggimento Saluzzo, quindi, fra cui tziu Peppinu, lasceranno ordinatamente Fiume. Il Reggimento, non avendo aderito in toto a Salò, verrà sciolto dai comandi appena fuori dalla città con le indicazioni ai soldati di darsi alla macchia o di entrare a far parte del movimento di resistenza clandestino. E qui inizia un’altra breve, ma significativa storia da raccontare. Che riguarda la vicenda militare di tziu Peppinu e che s’inquadra meglio, nella storia generale di quelle martoriate terre del confine orientale italiano. E la storia si costruisce con i documenti.

I dati in nostro possesso, pertanto, corrispondono alle vicende militari che seguiranno.  Risulta, infatti, che Giuseppe Mele di Anela (SS), di anni 19 (era partito volontario falsificando documenti vista la minore età, n.d.r.) ex caporale maggiore dei Cavalleggeri di Saluzzo, verrà catturato dai tedeschi in Istria, che era allora ancora italiana, prima di passare alla Jugoslavia. La cattura avvenne dopo due mesi passati da tziu Peppinu tra le fila del movimento partigiano, assieme, naturalmente, ad altri commilitoni italiani. Un movimento che, però, in quelle aree, aveva già assunto i connotati di una predominanza etnica slava, in ossequio alle indicazioni titine di eliminare ogni elemento italiano. Le foibe e le sparizioni di italiani erano già iniziate. E tziu Peppinu l’aveva intuito, decidendo, questa volta di sua volontà, di scappare. La dissonanza la troviamo, però, fra i luoghi dell’arresto. Non nella data. L’arresto tedesco avverrà, infatti, la Vigilia del Natale 1943, dopo due mesi passati fra le bande partigiane. Ma non in Istria, bensì a Pordenone, dove, nel frattempo, stando alle testimonianze dei familiari, tziu Peppinu era giunto, ospite nascosto di un compare. A tradirlo ai tedeschi sarebbe stata la delazione di una donna.  Da lì, quindi, il trasporto alla Risiera di San Sabba a Trieste. Luogo che, proprio in quel periodo, sempre per opera dei nazisti, stava conoscendo la sua trasformazione d’uso: da primario campo di raccolta per ex militari italiani catturati dopo l’8 settembre 1943, denominato appunto “Stalag 339”, a Polizeihaftlage, (campo di detenzione di polizia), utilizzato come centro di raccolta di detenuti in attesa di essere deportati in Germania ed in Polonia.  Sarà anche l’unico campo di sterminio in territorio italiano per migliaia di ebrei triestini, giuliano-dalmati, istriani e croati. A San Sabba (più correttamente detta San Saba) tziu Peppinu riceverà la sentenza di condanna a morte in ossequio proprio dell’ordinanza, emessa dal Comando tedesco in Italia, dello stesso 24 dicembre 1943: la mancata denuncia ai distretti militari per i giovani afferenti alle classi di leva 1923-24-25. Sentenza poi commutata in detenzione ed internamento, come I.M.I., Internato Militare Italiano, nel campo concentrazionario nazista di Kaisersteinbruch, nel distretto di Nreuiedl/See, in Austria denominato “Stalag XVII A”. Si trattava di uno dei maggiori campi di prigionieri di guerra del Reich tedesco durante la Seconda guerra mondiale. Ai prigionieri francesi si aggiunsero soldati sovietici a partire dal dicembre 1941 e, dal settembre 1943, soprattutto internati militari italiani. Il numero più alto verrà, appunto, raggiunto nel settembre 1944 con oltre 15.570 internati militari italiani. Dal foglio I.M.I. si evince che tziu Peppinu lascerà il lager il 4 maggio 1945, data della liberazione, dopo quasi due anni di detenzione. Le testimonianze dei familiari raccolte raccontano di un giovane estremamente provato che raggiungerà Napoli per farsi soccorrere dallo zio monsignor Antonio Michele Mele, già figura ecclesiale emigrata decisiva nella rete più vasta di aiuti ai militari sardi reduci dal conflitto.

Il ritorno in Sardegna sarà, quindi, successivo. Ed anche per lui rimarrà il ricordo del buio del lager nazista vissuto, unico anelese, da I.M.I. E’, poi, opportuno, rilevare questa storia anche collegandola alla Giornata del Ricordo, per essere stato un anelese testimone diretto, prima da militare e poi da partigiano, degli altri drammatici eventi che porteranno alle tristi vicende delle foibe e dell’Esodo.

La Giornata nazionale della Memoria per gli I.M.I è stata fissata, di recente, il 20 settembre, giorno in cui Hitler modificherà lo status dei prigionieri italiani in quello, appunto, di “internati”, privandoli delle tutele della Convenzione di Ginevra. Tuttavia è importante ricordare gli I.M.I anche in occasione della Giornata della Memoria perché la speranza, come scriveva un altro ex I.M.I, il filosofo sardo Diego Are da Santulussurgiu “non venisse mai meno permettendo che la dignità e la personalità umane venissero calpestate ed umiliate dagli aguzzini”.

 Gli stessi sentimenti provati da tziu Peppinu. Per lui, poi, ad Anela, nel 1952, il matrimonio con tzia Andreana Sini, la famiglia ed il lavoro.  Sempre nell’Arma di Cavalleria, prima ai Lancieri di Novara e, poi, nel Genova Cavalleria. E l’onorificenza più alta: quella di Cavaliere della Repubblica. A testimonianza di una vita spesa per gli altri e per la propria comunità.

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