LA PASSIONE CONDIVISA CON IL PADRE: QUATTRO CHIACCHIERE CON FILIPPO PACE, L’AUTORE DEL SAGGIO SUL REGISTA SERGIO LEONE

Filippo Pace

Come nasce un saggio? Un romanzo nasce quando un autore incontra una bella storia da raccontare; ma un saggio? Un evento, o più facilmente un personaggio, abbracciano uno scrittore?  Che ne resta contaminato? Lo chiediamo all’autore di Sergio Leone: mito e poesia (Condaghes edizioni) Filippo Pace. Nel suo caso ci racconta che era bambino quando con suo padre è stato folgorato dai film del grande regista. Forse proprio in quel momento è nato dentro di lui il seme di quello che da adulto e scrittore affermato lo ha magicamente portato a scrivere il saggio. Un contatto profondo con suo padre, con la vita e con la fantasia.

Un saggio che sta riscuotendo un grande successo, tanto che è stato acquisito dalla Library dell’Università di Harvard, come riferito sulle colonne di Tottus in Pari il 21 gennaio scorso.

Allora approfittando della tecnologia che ci permette un incontro umano e sincero anche “a distanza”, abbiamo il privilegio di rivolgergli qualche domanda.

Grazie Filippo per prestarti a chiacchierare con noi; tu vivi e insegni a Olbia, sei sul mare… Significa che ogni mattina quando esci senti l’aria salmastra: casa ti fa pensare, cosa è per te “Isola”? Nel tuo precedente libro Raccontami ancora quell’ultima estate (Condaghes), il protagonista insegnava nel liceo di una piccola isola, collegata da un traghetto, protagonista e simbolo anche lui. E quindi il mare con il suo orizzonte infinito diventava un confine ma anche un’apertura verso il mondo, e tu come scrittore e come saggista, come vedi questa dicotomia? Sin da bambino ho avuto la fortuna di essere un ‘mezzosangue’: mio padre era siciliano e spesso prendevamo il traghetto per andare in Sicilia. Quei viaggi, per me, erano sempre una scoperta numinosa sia di un mondo altro che un ritorno alla mia origine. Io mi sento a volte soffocato dal mare, ho la sensazione di vivere in una terra bellissima ma addormentata nel Mediterraneo, abbandonata un po’ a sé stessa e condannata a essere periferia. Allo stesso tempo questa dimensione periferica mi offre l’opportunità di osservare da una prospettiva problematica e inquieta gli accadimenti storici. Insomma, il sangue siciliano è il fuoco, il teatro e la fantasia e quello sardo è l’acqua, la notte, la malinconia. Sia nella narrativa che nella saggistica questa alterità da uomo del Sud, doppiamente isolano, mi connota inevitabilmente. E, se devo essere sincero, non mi dispiace.

Nel tuo saggio fresco di stampa, Sergio Leone: mito e poesia (Condaghes), la Premessa inizia con una bellissima scena familiare dove tu, ancora bambino, ti immergi nella magia onirica di Per un pugno di dollari. Ne rimani incantato, contaminato, toccato in profondità da quel mito intriso di poesia che quando ti colpisce non ti lascia più. Secondo te per un ragazzo il cinema era sogno, crescita, rifugio, fantasia? Il cinema nel Novecento era tutto questo. Diventava anche presa di coscienza collettiva, nei casi migliori. E comunque era momento di incontro e confronto. Lo è ancora, anche se in maniera minore: si grida al record per i nove milioni di spettatori per l’ultimo film di Zalone. Eppure i vari capitoli della trilogia del dollaro hanno portato in sala 15 milioni di persone. E tante altre pellicole, penso ad Amici miei o Il medico della mutua, hanno avuto riscontri straordinari. Ovviamente erano tempi diversi, meno piattaforme e più socialità.

Questo nel passato; ma le ragazze e i ragazzi di oggi, che idea hanno della “settima arte”, quella attuale e quella del periodo così ricco di capolavori come al tempo di Sergio Leone? Vedo che loro spesso apprezzano e conoscono a memoria le vecchie canzoni, ma secondo te amano anche le pellicole del grande regista romano? I ragazzi conoscono quello che la generazione precedente decide che debbano conoscere. Non sanno chi sia Monicelli, Risi, Sordi, Manfredi o Gassman (lo confondono con il nipote o, al limite, con il figlio). Hanno i loro interessi e i loro miti, amano molto l’horror. Conosco anche ragazzi che sono appassionati di cinema, ma sono meno rispetto a qualche anno fa, per la mia esperienza almeno. Sergio Leone, anche grazie alle musiche di Morricone, e ai passaggi in TV, è certamente più conosciuto e, per quel che ne so, piace sempre.

Nei capitoli del tuo Sergio Leone: mito e poesia analizzi i tanti aspetti della sua filmografia, devo dire, affascinando e incuriosendo il lettore, ma per te qual è la cifra che ha saldato la tua passione alle sue pellicole? È la narrazione in sé? I colori caldi, o quel porgere il racconto senza sconti con immagini anche crude, ma sempre liriche? Io credo di aver provato da subito la sensazione di essere di fronte ad una grande narrazione spettacolare e sorprendente nei modi, nelle musiche, nelle inquadrature e nelle dinamiche emotive. Inoltre i cattivi erano affascinanti e crudelissimi e io provavo (e provo) tanta tenerezza per le loro vittime. Per esempio, lo sguardo di Marisol mentre piange e abbraccia il figlio in Per un pugno di dollari lo trovo di una potenza ancestrale eccezionale. Ma anche la sorella del Colonnello che si uccide mentre l’Indio la violenta in Per qualche dollaro in più è straziante. Potrei fare tanti altri esempi, insomma. Leone mi ha mostrato sin da subito che la Storia è fatta di ingiustizie e violenze e quanto l’ossessione per il denaro e il guadagno possa distruggere non solo l’individuo, ma anche la collettività.

Chiudi gli occhi: quale è quella scena che viene a trovarti e di cui ricordi a memoria le battute? Quella in cui il Monco interpretato da Clint Eastwood in Per qualche dollaro in più si rivolge all’Indio, che sta per sfidarsi a duello con il Colonnello mentre suona la musica del carillon, e gli dice: “Indio, tu il gioco lo conosci”. Un vero colpo di genio della prospettiva nobilmente infantile che caratterizza la costruzione mitica dell’universo leoniano. 

Primissimo piano: quegli occhi che bucano lo schermo, dettagli, e stacchi incalzanti da un viso a un altro e lo spettatore si ritrova sulla linea di fuoco, tra i due; a vedere il Male che detta le regole d’ingaggio, con il buonismo lasciato fuori campo. Ecco Sergio Leone, e il genere Western è rivoluzionato, o forse liberato dai vincoli della narrazione americana… Leone è un anticonformista che si diverte a demistificare il manicheismo ipocrita di Hollywood e trasforma il western in una categoria dello spirito, in una grande metafora del destino umano caratterizzato da violenza, ingiustizie, nostalgia, desideri, sogni, poesia. L’America è un altrove mitico nel quale proiettare i propri fantasmi interiori. Per questo Sergio Leone è universale e oggi è più attuale di ieri. Basta guardare quello che accade nel mondo: i cattivi dei suoi film sono la coscienza sporca della sete di potere e di conquista che Capitalismo e Imperialismo portano con sé.

Sergio Leone per te era un visionario, o un anarchico, come diceva lui. All’improvviso ha fatto invecchiare il mito dell’eroe romantico. Un cambio di registro che secondo te ha influenzato anche la cultura? Era sia un visionario che un anarchico. Visionario perché ha visto qualcosa che nessun altro aveva osato immaginare e ha rivoluzionato il linguaggio cinematografico. Anarchico perché, fortunatamente, non ha mai accettato di essere organico a nessun partito e perché ha fatto saltare in aria la retorica e le convenzioni in nome della sua libertà di sguardo. L’enorme successo dei suoi film ha indubbiamente influenzato la cultura e si è sparso nella musica, nel fumetto, nella letteratura

La tua passione per questo cinema d’autore è nata prima di quella per la scrittura; pensi che i personaggi di Sergio Leone possano aver contaminato in qualche modo, anche inconsapevole, la tua penna di romanziere? Hai ragione, viene prima la passione per il cinema. Ma prima ancora, e credo che ci sia questo alla base di tutto, vi è sempre stata in me una propensione a fantasticare e a sognare. Da bambino per tenermi buono bastava raccontarmi una favola. Pensa che io non volevo dormire e mia madre passava ore a inventarsi storie nella vana speranza che mi addormentassi. Sono sempre rimasto quel bambino che sogna e s’incanta ascoltando favole, leggendo fumetti e libri, guardando film. Leone era, prima di tutto, un sognatore. Le sue opere hanno influenzato in maniera palese il mio modo di scrivere. Oggi più di ieri. Dopo questo saggio su Leone ho scritto tantissimo e ti assicuro che almeno un paio di romanzi inediti li ho raccontati immaginando di essere al cinema e di vederli trasposti dal maestro romano in pellicola. Parliamoci chiaro: il mio modo di vedere la vita lo ritrovi nel suo cinema. Quando mi chiedono chiarimenti su quali idee abbia e su quale sia la mia visione del mondo io rispondo invitando a guardare un suo film. La vita mi sembra una continua ricerca del tempo perduto in cui danzano delusioni e sogni proprio come in C’era una volta in America.

Quanto è importante la qualità del tempo che i genitori dedicano ai figli? E ti chiederai che c’entra con Sergio Leone… C’entra! Tu infatti dedichi il libro a tuo padre e racconti della fantastica intesa proprio per la passione per questo cinema. Un valore che nel tuo saggio ci emoziona molto, e ci suggerisce un esempio fantastico…  Grazie, mi fa piacere. Il tempo è il bene che nessuno ci può restituire quando lo perdiamo. Sono convinto che quando il tempo lo passi con i tuoi bambini, invece, lo doni e lo stai in qualche modo eternando. Se amo tanto questi film è anche perché li vedevo in compagnia dei miei genitori. Ecco perché ogni volta che li rivedo provo un senso di dolce nostalgia, perché ritorno ad essere bambino. E sento mio padre con me e ripenso al suo sorriso, alla sua passione per la letteratura, per il cinema, per il teatro. Anche quando vado al cinema e il film mi appassiona regredisco in quello stadio fascinoso e fiabesco. E a quelli come me, ai sognatori un po’ ribelli e un po’ perduti, basta sedurli con quel magico “C’era una volta…” e per un po’ ci dimentichiamo della morte, del dolore e naufraghiamo nel sogno…

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3 commenti

  1. Letizia Fraschini

    Grande il mio collega

  2. Grazie a Pier Bruno Cosso per l’intervista e per le domande stimolanti e a Tottus in PARI per lo spazio che mi concede.

  3. Ciao, cari amici miei.

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