1944: EDITH BRUCK, TZIU ANDRIA DI ANELA E QUELL’ “INCONTRO” AL CAMPO DI BERGEN – BELSEN

Ogni giorno sono solito iniziare la giornata con un pensiero spirituale. Per dare senso a quello che si fà. Da credenti. La riflessione mi è caduta da tempo su Edith Bruck ed il suo “briciolo di umanità'”.  “(…) Bisogna lasciar morire di fame il male, perché noi siamo fatti di bene e di male, e un briciolo di umanità c’è in ognuno (…)”.

Edith Bruck (1931), pseudonimo di Edith Steinschreiber, e’ una famosa scrittrice ungherese testimone della Shoah. Ora è anche cittadina italiana. Ha scritto tanti libri. E, come Liliana Segre, testimonia il vissuto e le atrocità dei lager ai più giovani. E’ stata, infatti, testimone e vittima della Shoah. Nei campi di sterminio ha perso quasi interamente la sua famiglia. Tuttavia, per lei il “calvario” non finisce con la liberazione anglo- americana di Bergen- Belsen, nell’ aprile 1944. Ma ne inizia un’altro. Ancora più difficile. Fatto di rifiuti e negazioni. Verrà “rifiutata” dall’ Ungheria, destinata ad entrare nell’ “orbita” sovietica. E dallo stesso Israele, dov’era giunta e di cui si accorse che non era il Paese immaginato di “latte e miele”. Ad accoglierla, invece, l’Italia. Si stabilirà  a Roma, dove tutt’ora risiede. E testimonia. Da scrittrice di fama internazionale. Che ha avuto l’onore, nel febbraio 2021 di ricevere perfino la visita di Papa Francesco. Gli aveva detto il Papa: 

Sono venuto qui da lei per ringraziarla della sua testimonianza e rendere omaggio al popolo martire della pazzia del populismo nazista e con sincerità le ripeto le parole che ho pronunciato dal cuore allo Yad Vashem e che ripeto davanti ad ogni persona che come lei ha sofferto tanto a causa di questo: perdono, Signore, a nome dell’umanità”. Da questa esperienza e da successivi incontri sarebbe nato, nel 2022, un nuovo libro autobiografico di Bruck, Sono Francesco, di cui il pontefice ha scritto la prefazione. Fin qui la grande storia di questa grande scrittrice poliedrica artista. 

La cosa incredibile mi è capitata di recente, mentre stavo consultandolo, con l’intento di pubblicarlo a breve, il diario, giratomi da un amico compaesano, Pasquale Dettori, di un altro ex deportato anelese dei campi di sterminio, tziu Andria Sulas (1920- 1982). Anela, piccolo centro del Goceano, quasi un “puntino” nell’immensa area della Sardegna centrale, ha già un “piccolo primato” per la Giornata della Memoria. Giornata che, fra le altre cose è anche quella che ricorda le deportazioni e lo sterminio degli ex militari italiani. Ha, al momento, due deportati: uno, Giovannino Usai (1923-1944), vittima egli stesso della Shoah a Majdaneck. L’altro, Andrea Sulas (1920- 1982), uno che ce l’ha fatta. Dopo aver subito atrocità e vessazioni indicibili. Perchè, però, raccontare queste due storie, apparentemente slegate e lontane? Una, quella nota di Edith Bruck e l’altra, meno nota, di tziu Andria, ex militare anelese deportato? Perchè il loro trait d’union é rappresentato proprio dal campo concetrazionario nazista di Bergen- Belsen, il primo ad essere stato liberato dagli anglo- americani. Ebbene, la piccola Edith, allora quattordicenne, poi diventata grande scrittrice, si trovava deportata nello stesso campo di Bergen- Belsen dov’era il nostro tziu Andria, allora ventiquatrenne ex militare italiano. Nello stesso periodo. Furono liberati dagli americani il 7 Aprile 1945.  Il diario di tziu Andria è anche quello di un credente, arricchito, nei momenti disperati di quella negazione assoluta, di Fede e Speranza. La storia di Andrea Sulas, tziu Andria Sulas, per onesta’ intellettuale, e’ raccontata da Tonino Dettori nella sua opera “Gromme. I fotografi itineranti ed il loro tempo”, Nuova Stampa Color. Impegnato sul fronte albanese, tziu Andria verra’ catturato dai tedeschi il 28 settembre 1943. Dopo essere stato tradotto in Bulgaria ed in Ungheria, arriverà a Dassel, sua prima destinazione. E’ l’ 8 ottobre 1943. Sarà inserito in un campo di lavoro. Da lì passera’ a Beren. A lavorare in una fabbrica di zucchero. Poi ad Hannover ed a Fallintpost, dove verrà ricoverato per mancanza di vitamine. Pesava cinquanta chili. Da lì, infine, a Bergen- Belsen. Inserito e sfruttato fino all’osso nei vari cantieri di lavoro, brutali e disumani. Il 7 aprile 1945 terminerà il suo lavoro per i tedeschi. Il campo verrà liberato dagli alleati tre giorni dopo, il 10. Poi, il lungo ritorno. Prima nuovamente Dassel. Poi Indech ed Hildrem. E l’Italia. Dal Brennero a Bologna: alle ore 7 del 10 agosto 1945. Ricovero nella città felsinea fino al 21 dello stesso mese. Poi, il giorno successivo, imbarco da Civitavecchia per Olbia alle 18.  E l’amata Sardegna. Tziu Andria annota anche il suo ingresso, quasi insperato, viste le traversie e l’orrore vissute: erano le ore 13 del 23 agosto 1945. In un paese deserto, assolato, provato dalla guerra e dalla recente tragedia dell’incendio della foresta demaniale, che un mese prima aveva portato via le vite di altri sette compaesani volontari guardiafuochi. Non fosse bastato il conflitto mondiale appena conclusosi.  Ed una nuova vita, per tziu Andria, ex deportato anelese di Bergen- Belsen, da ricostruirsi. Con colei che sarà la cara moglie Giovanna Dettori (1931- 2010). Con cui costruirà la sua famiglia ed il suo avvenire. E con i ricordi di quel terribile periodo ben “cristallizzati” nel suo diario, conservato gelosamente dai familiari, quasi fosse una reliquia. Un diario che non é solo date, ma anche nomi e preghiere. Nomi di commilitoni deportati come lui, provenienti dalle varie parti d’Italia. Ed anche di un altro grande anelese emigrato, che in quel periodo aiutava in prima persona i soldati compaesani ed ex militari sardi assiepati nel porto di Napoli. E non solo. Stiamo parlando naturalmente di mons. Antonio Michele Mele (Anela 1878- Napoli 1960). L’indirizzo di quest’altro grande figlio di Anela, individuato per la prima volta dal sottoscritto, trova la sua giusta collocazione nel diario del deportato anelese con le seguenti indicazioni: “Dott. Antonio Mele- Virdis, via della Salute n.124- Napoli”. Non sappiamo con certezza se anche tziu Andria avesse incontrato monsignor Mele in quei momenti convulsi. Da storico ed anelese, però, che ha avuto la posssibilità di consultare questo documento, un dato mi preme sottolinearlo ancora di più. L’indirizzo del prelato anelese emigrato nel diario personale di un deportato suo compaesano non farebbe che confermare due cose: 1. l’attenzione massima di monsignor Mele verso il suo paese d’origine; 2. l’essere, egli stesso, al centro di una “rete di aiuti” messa su dal Vaticano ed, all’interno di questa stessa “rete” aiutare anche, come peraltro fece a Napoli, i tanti militari suoi compaesani e sardi, e non solo, soccorrendoli e nascondendoli. Una figura ed un ruolo che sarebbe il caso di rivalutare e, soprattutto, di riscoprire.  

Nessuno sa, infine, se Edjth Brock e tziu Andria Sulas si fossero incontrati in quei mesi del loro ultimo “calvario” di prigionia a Bergen- Belsen. Magari si. E’ bello, però, che entrambi, lei appena quattordicenne, ebrea ungherese, poi scrittrice di fama e lui, ventiquatrenne navigato, pastore ed ex militare sardo deportato, nei loro scritti, da un lato tanti (la Brock), dall’altro un solo diario ancora inedito, abbiano parlato sempre di speranza. Una speranza che per la Brock deve stare “in quel briciolo di umanità che vi e’ in ognuno”, E che tziu Andria, da credente che non aveva affatto perso la Fede in quell’orrore della prigionia, traduceva in una preghiera struggente e piena di pathos da lui stesso composta: “O Maddonina che tutto vedi, O Santa Vergine, o Madre Mia! Fà finire la mia prigionia. Nel mio lavoro dammi le forze. Salvami tu dalle percosse. E’ lungo e grande il nostro soffrire”. Un soffrire che lo porterà all’ agognata libertà.

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