
Bianca Pitzorno
di SERGIO PORTAS
Nella foto “ufficiale” che la ritrae in occasione della laurea “ad honorem” in Scienze dell’Informazione conferitale nel 1996 dall’Università di Bologna (con tanto di serto di alloro sul capo), Bianca Pitzorno indossa una maglietta bianca a maniche lunghe con al centro l’iconica figura del Che Guevara, quella ricavata dall’istantanea divenuta immortale che gli fece Alberto Dìaz Gutìerrez, meglio noto come Alberto Korda, all’Avana, poco prima che ripartisse con pochi compagni per la Bolivia, per “esportare la rivoluzione cubana” nel continente latino-americano.
Sappiamo come finì. Bianca sfoggia uno dei suoi sorrisi di immensa ironia e, giusto per stemperare la seriosità da cui non si può scappare in questo tipo di cerimonie, innalza un calice con cui sembra voler brindare, lo direi colmo di Vermentino di Gallura più che di Albana. Gli è che nello stesso anno aveva iniziato a collaborare con la Biblioteca Rubén Martinéz Villena dell’Avana, creando una catena di solidarietà che la rifornisce di centinaia di libri illustrati per bambini.
L’anno successivo ottiene il premio La Rosa Bianca dell’Associazione Scrittori Cubani. Da allora si “innamora di Cuba”, un’isola che pari alla Sardegna: quando ci metti piede una volta non te la scordi più. Traduce autori isolani (Mariela Castro Espìn), alcuni dei suoi libri vengono pubblicati dall’editore cubano Gente Nueva. In Italia aveva cominciato nel 1970 a pubblicare (con un editore svizzero) il suo primo libro per bambini: “Il grande raduno dei cow boys”, ne avrebbe scritto una sessantina, alcuni tradotti in cento paesi, e venduti milioni di copie.
Di Sassari Bianca, classe ‘42, le piace ripetere che le è bastata la frequenza della prima elementare per imparare tutto ciò che avrebbe continuato ad amare per tutta la vita: leggere e scrivere. In realtà ha poi proseguito gli studi sino a una laurea in Lettere Antiche dell’Università di Cagliari, dove si laurea in Archeologia Preistorica. Il liceo della sua fanciullezza è stato il Classico Domenico Alberto Azuni di Sassari, che a quei tempi doveva avere una classe docente molto particolare di cui purtroppo pare si sia perso lo stampo, come che sia dai suoi banchi sono usciti un numero impressionante di politici i cui nomi hanno fatto la storia della nostra repubblica: Antonio e Mario Segni, Saragat, Berlinguer, Togliatti.
Più “in piccolo”: Luigi Manconi che di lei dice: “E’ rimasta una liceale perfetta: allegra fino ad essere talvolta ridanciana, curiosa sino al sano e virtuoso pettegolezzo, affamata di esperienze e di conoscenze. Gioco sfrenato e studio affannato, travestimenti clowneschi e letture febbrili, ma anche incontinenze, eccessi, smodatezze. Insomma con una definizione intramontabile, seriosità e cazzoneria. E così era Bianca Pitzorno: audace e disinibita, trasgressiva e insieme fedele alle consegne”.
La sua una memoria di ferro: capace di ricordare gran parte della Divina Commedia e dell’Orlando Furioso, brani in greco dell’Iliade e dei lirici, e in latino dell’Eneide. La casa in cui abita da piccola, insieme a quella della dirimpettaia, è l’unica di Sassari ad avere i portici: il nome della via è proprio “Sotto i Portici”, un indirizzo che la farà credere di essere stata una barbona, quando si trasferirà a Milano, dove notoriamente a vivere sotto i portici sono i diseredati rimasti privi di un tetto dove abitare.
Comunque sia, il proprietario dei cinque cinema cittadini scelse proprio codesti portici per appendervi le locandine dei film in programmazione, donando agli abitanti delle case,in cambio dello spazio occupato, delle “tessere omaggio”, una delle quali finì all’undicenne Bianca che da allora andò al cinema quasi tutti i giorni, una passione che non l’abbandonerà più.
A Milano infatti, ci giunge nel ‘68 e da allora ci abita, si iscrive alla Scuola Superiore di Comunicazioni Sociali, specializzandosi in Cinema e Televisione. Nello stesso periodo frequenta come auditrice la Civica Scuola D’Arte Drammatica del Piccolo Teatro di Milano.
E’ assunta alla RAI, ci resterà per sette anni, dove si occupa di programmi per ragazzi. Contemporaneamente scrive sceneggiature, testi teatrali, testi di canzoni. Lavorerà poi per Bompiani sino all’inizio degli anni ottanta. I suoi non sono solo libri “per ragazzi”, nel 1984 esce “Vita di Eleonora d’Arborea, principessa medievale di Sardegna, frutto di sei anni di ricerche d’archivio.
Ma l’anno seguente svolta nella sua dimensione creativa “irriverente”: pubblica “l’incredibile storia di Lavinia” (E Elle ediz.): avventura di una bambina che trasforma le cose in cacca, grazie a un anello magico, poi riedito da Einaudi Ragazzi con le illustrazioni di Emanuela Bussolati.
Continuerà così, sino ad oggi, alternando libri per ragazzi che avranno grande successo a scritture “più serie” (“Ritratto di una strega”, storia di una giovane contadina toscana sospettata di stregoneria, processata e condannata negli anni della peste manzoniana del’600; “La bambina francese”, una sorta di dialogo con Charlotte Bronte, e la sua Jane Eyre, nel quale Bianca difende la cultura francese, l’illuminismo, la rivoluzione e Victor Hugo, lo scrittore che forse ama più degli altri).
Del 2009 è la biografia: “Giuni Russo, da Un’estate al mare al Carmelo”. Esce per Bompiani, con loro anche “Il sogno della macchina da cucire” (bellissimo!), “Sortilegi”, “A chi smeraldi e a chi rane”, e di oggi: “La Sonnambula” che, mi dicono alla “Feltrinelli” di piazza Duomo: si va vendendo come il pane. Protagonista è una donna, come sono tutte donne le protagoniste dei libri della Pitzorno, per ragazzi e non.
Siamo nella Sardegna di fine Ottocento e a Donora (leggi Sassari) compare questa signora sulla trentina che, preso casa in via del Fiore Rosso n°7, fa pubblicare su “L’isola” del 27/28 maggio 1894 un’inserzione: sotto il titolo a caratteri cubitali: MAGNETISMO: la Rinomata Sonnambula OFELIA ROSSI, dà consulti di presenza e per corrispondenze per tutti gli argomenti possibili.
Tutti i giorni meno i festivi, dalle 2 alle 7. Nei consulti per corrispondenza inviare L.5 mezzo posta con le domande dettagliate sull’argomento. Bianca dirà poi che fu ispirata a scrivere questa storia da un ritaglio del giornale che conservava la nonna, lì la “vera sonnambula” si chiamava Elisa Morello (che non è un cognome sardo) e, come lei, tutti i personaggi del romanzo sono la trasfigurazione narrativa di persone e vicende reali storicamente attestate.
Ne esce un “pastiche” che non si può riassumere in poche righe, la Sardegna che ne esce è quella della buona borghesia del tempo che può permettersi di spendere cinque lire (L’isola, il giornale, costa 25 centesimi) per farsi predire il futuro da una “sensitiva”, in cui le differenze di classe sociale sono nette e ben definite, e in cui una “serva” è perlopiù analfabeta e giammai può accarezzare il sogno di mischiare la sua vita con quella che fanno i “signori”.
Questi ultimi in realtà non è che facciano una gran figura nella storia che racconta la Pitzorno, anzi, la stessa “sonnambula” non può certo aspirare a frequentare, fuori dal suo “laboratorio”, le signore a cui dà risposte con la scrittura automatica o con la “trance” a cui viene sottoposta dal suo “spirito guida”. Ci vuole la penna della scrittrice per immaginare di rompere gli schemi di una società patriarcale dove mariti e maschi d’ogni genere dettano legge.
O dove un vedovo rinomato ingegnere si può innamorare di una sonnambula qualunque e farla franca con amici e parenti. Lui comunque è uno dei ricchi che di già scodellava la minestra per conto dell’associazione benefica “Cuore e Follia”, che ha davvero sfamato per dieci anni moltissimi sassaresi poveri, grazie al divertimento di quelli ricchi. Bianca Pitzorno “gioca con gli archetipi del romanzo d’avventura e d’amore, intinge la penna nel gotico e nel picaresco per scrivere un romanzo brulicante di vita, onirico, ironico e politico insieme” (quarta di copertina).
E sempre lì Chiara Valerio, che è una che di libri se ne intende, scrive che: “Le donne che vedono il futuro, di solito vedono bene anche il presente. Questo racconta la storia di Ofelia, questo raccontano le donne che Bianca Pitzorno, con sapienza, allegria, gusto per storia e geografia, per letteratura, treni, circhi, rotocalchi e bauli di sale, mette intorno alla sua sonnambula. Il futuro esiste perché qualcuno desidera il presente. Come la sonnambula e come la sua autrice”.
Bianca Pitzorno è’ stata finalista al prestigioso premio internazionale Hans Christian Andersen Award conferito dall’IBBY, (International Board on Books for Young People), considerato il premio Nobel per la letteratura per l’infanzia.
Ha scritto di lei Antonio Faeti (su Wikipedia), lui titolare della prima cattedra di letteratura per l’infanzia: “nel caso di Bianca c’è la possente rilevanza dell’ingrediente Balzac: sono indispensabili una ricchezza immensa di fatti inspiegabilmente assorbiti; uno sguardo avido; una sete da vampiro; talento da eccelso magazziniere connesso con un deposito-memoria stupendamente attrezzato per la conservazione”. Chissà cosa starà pensando Bianca della sua/mia amata Cuba, che già stava attraversando un periodo di crisi nera (per il Saggiatore, suo:
Le bambine dell’Avana non hanno paura di niente) ora che le verrà a mancare il petrolio a prezzi stracciati che veniva dal Venezuela. Ora che “The Donald” ha deciso che per lei la festa è finita. A pag.401 scrive che interrogare il futuro con ansia serve a ben poco. “Non è la profezia di una sonnambula a determinare il corso delle cose, ma il coraggio e la generosità con cui ciascuno di noi affronta la vita scrivendo così il suo pezzo di storia”.
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