
di STEFANIA ANGIUS
All’interno della rassegna letteraria muraverese che da anni anima il nostro paese e arricchisce il panorama culturale locale, facendosi promotrice di diversi eventi, ma che nasce soprattutto come spazio dedicato alla presentazione dei libri, portando così a conoscenza della nostra comunità di lettori, autori di grande calibro. Tra questi, nel corso degli anni, uno che ha colpito in modo particolare il folto pubblico presente è stato Pier Bruno Cosso, che è stato capace di entrare profondamente in sintonia con i lettori, lasciando un’impronta riconoscibile.
Pier Bruno Cosso nasce a Sassari nel 1956. Per lui la Sardegna non è mai stata soltanto un luogo, ma una condizione dell’anima. Non rappresenta un punto sulla mappa: è il centro da cui tutto parte e a cui tutto ritorna. È l’unico spazio in cui immagina di poter vivere, pensare, scrivere. Una terra severa e luminosa, capace di lasciare segni profondi, come fa il vento sulle pietre e nelle coscienze.
Scrivere è il suo modo di stare nel mondo. Non per raccontare storie nel senso più semplice, ma per osservare le persone, i loro silenzi, le fratture che la vita produce nel tempo. Nei suoi romanzi si muovono uomini e donne segnati dalle scelte, dal peso della memoria, da ciò che resta irrisolto. La Sardegna non osserva da lontano: entra nei gesti, nei pensieri, nei destini, diventando una presenza concreta, che orienta e condiziona.
Con Il giorno della tartaruga (2013) e Dannato cuore (2015), pubblicati da Parallelo45, prende forma un percorso narrativo coerente. In Fotogrammi slegati (2018) e Il seme bianco (Gruppo Elliot – Castelvecchi) la scrittura si fa più essenziale e frammentata, costruita per immagini e ritorni, con una forte attenzione alla memoria e al tempo. Con l’edizione Marlin pubblica Solo danni collaterali (2020), giunto alla terza edizione, e Il volo del cormorano (2023), romanzi che confermano una piena maturità stilistica e tematica.
Accanto ai romanzi ha partecipato a tre antologie e numerosi suoi racconti sono stati premiati o segnalati in concorsi nazionali. La forma breve occupa un ruolo importante nel suo lavoro, per la possibilità di concentrare lo sguardo e lavorare sul non detto. Collabora con le riviste “Cultura al Femminile”, “Oubliette Magazine” e “Tottus in Pari – emigrati e residenti in Sardegna”, contribuendo in modo continuativo al confronto culturale.
La scrittura di Pier Bruno Cosso nasce da un’attenzione costante alla realtà e alle persone. È una scrittura che evita gli eccessi, cercando precisione e verità. Raccontare, per lui, significa restare dentro le cose, senza semplificarle, e dare forma narrativa a ciò che spesso rimane in ombra. La sua presenza ha confermato come la letteratura, quando è autentica, sappia creare dialogo e partecipazione, andando oltre la semplice presentazione di un libro. Per chi ancora non lo conoscesse o non ha potuto assistere all’incontro, questa recensione nasce dall’esigenza di restituire attenzione a un romanzo che merita di essere letto e compreso nella sua complessità.
Con “Il volo del cormorano”, pubblicato da Marlin Editore – casa editrice di lunga tradizione e dal catalogo solido – Cosso torna a sorprendere il lettore. Fin dalle prime pagine emerge una scrittura di forte impatto evocativo: il romanzo si presenta come un giallo d’azione dal ritmo sostenuto, ma al tempo stesso come un racconto capace di soffermarsi sulle immagini, sui pensieri, sulle emozioni. Le ambientazioni, che si alternano tra la Sardegna e Copenaghen, non restano sullo sfondo, ma diventano spazi narrativi vivi, attraversati da una lingua elegante e misurata.
La cifra stilistica dell’autore si riconosce nella capacità di tenere insieme movimento e profondità. I pensieri dei personaggi si articolano in modo complesso, ma restano sempre accessibili, accompagnando il lettore in una narrazione intensa e avvincente.
Al centro del romanzo si colloca il rapporto tra Stefano, il protagonista, e il mare. Un legame che non è soltanto fisico, ma profondamente simbolico. Il mare diventa un confidente silenzioso, una presenza costante che assorbe e riflette le emozioni del protagonista, fino ad assumere il ruolo di un vero e proprio personaggio.
Con il suo moto incessante e i suoi colori cangianti, il mare si fa specchio dell’anima di Stefano. Il “mare turchese, ancora freddo” restituisce un duplice stato emotivo: il dolore che brucia e, insieme, il desiderio di una pace interiore possibile solo dopo l’attraversamento della sofferenza. In questo dialogo intimo, il mare accoglie delusioni e rimpianti, diventando il luogo simbolico in cui il protagonista deposita le proprie fragilità.
La sua natura ambivalente – ora accogliente, ora ingannevole – rispecchia la complessità del dolore umano. Il mare può offrire rifugio e conforto, ma amplifica anche il senso di perdita e di vulnerabilità. La delusione amorosa che Stefano affida alle onde assume i tratti di un gesto catartico, pur nella consapevolezza della sua provvisorietà: come il mare stesso, anche il tormento interiore nasconde correnti profonde e irrisolte.
In questo percorso, il mare non resta elemento passivo, ma diventa forza di trasformazione. La sua vastità suggerisce la possibilità di una rinascita, facendo del dolore un passaggio necessario verso una nuova consapevolezza. La scrittura di Cosso accompagna questo processo con equilibrio, senza mai forzare il simbolismo.
Accanto al mare, la figura del cormorano assume un ruolo centrale. Il suo volo, che appare nei momenti chiave della narrazione, si carica di valore simbolico, diventando metafora della possibilità di superare il peso della sofferenza. Non è un semplice elemento naturale, ma una presenza che orienta il percorso di Stefano, invitandolo a guardare oltre il dolore e ad aprirsi a nuove prospettive.
Il cormorano incarna l’idea che, anche nei momenti di maggiore fragilità, esista sempre la possibilità di rialzarsi e di trovare una nuova direzione. Il suo volo, leggero e determinato, riflette l’aspirazione del protagonista a liberarsi dalle proprie ferite interiori e a intraprendere un cammino di cambiamento.
Questa dimensione simbolica si intreccia con una trama ricca di azione e suspense. La decisione di Stefano di prendersi un periodo di aspettativa dal lavoro in banca, un accredito inatteso interpretato come segno del destino e l’avvio di un viaggio che lo conduce da Cagliari a Bergamo, da Copenaghen a Salerno, danno vita a una sequenza serrata di eventi e rivelazioni. Tra introspezione e colpi di scena, il romanzo conduce il lettore fino a svelare un complotto capace di mettere in discussione ogni certezza.
La conclusione riporta la narrazione al punto di partenza: la spiaggia. Un ritorno che non è ripetizione, ma compimento. Il mare, ora calmo e riflessivo, diventa il simbolo di una nuova consapevolezza. Stefano non è più lo stesso: il viaggio, soprattutto quello interiore, lo ha trasformato.
Il volo del cormorano, che apre e chiude il romanzo, assume così un significato definitivo: un richiamo da riconoscere e da accogliere. Cosso affida al lettore una riflessione chiara e mai retorica sull’importanza di cogliere le occasioni di cambiamento quando si presentano. Il volo del cormorano si rivela, dunque, un romanzo capace di coniugare tensione narrativa e profondità emotiva. Un libro che invita alla lettura attenta e che lascia, una volta chiuso, una traccia persistente: quella di un percorso di trasformazione che riguarda il protagonista, ma che finisce per interrogare anche chi legge.
Alla fine, Il volo del cormorano lascia il lettore sospeso tra il cielo e il mare, tra memoria e desiderio, tra ciò che è stato e ciò che può ancora accadere. Pier Bruno Cosso trasforma il romanzo in uno spazio dove ogni dettaglio – il rumore delle onde, il vento che increspa la superficie dell’acqua, il battito d’ali del cormorano – diventa simbolo di un cammino interiore.
Chi legge si scopre allora complice del protagonista, partecipe di un viaggio che non si conclude sulle ultime pagine, ma prosegue silenzioso dentro di noi, come il mare che non smette mai di respirare. E, come il cormorano che si libra deciso verso l’orizzonte, anche chi legge è invitato a sollevarsi, a lasciarsi guidare dalla propria curiosità e dal coraggio di affrontare il cambiamento.
Cosso ci consegna così un’opera che non si limita a raccontare, ma accompagna, suggerisce e trasforma: un invito a guardare oltre le apparenze, a riconoscere la bellezza della fragilità, e a scoprire che, anche nei momenti più oscuri, c’è sempre la possibilità di volare.
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Grazie, questo bellissimo articolo della fantastica SteFania Angius dice tanto (magari troppo generosamente…) e scava nelle emozioni.
Un grande onore per me apparire nelle pagine di Tottus in PARI
Congratulazioni . Un bell’articolo
Congratulazioni, Pier Bruno! Un bello spazio.
Complimenti, bell’articolo.
Congratulazioni Pier Bruno Cosso , e complimenti per l’articolo a SteFania Angius