IL DRAMMA FRA EMIGRAZIONE E DEPORTAZIONE: GIOVANNI USAI DI ANELA, DA “PRETE MANCATO” A MARTIRE NEL LAGER DI MAJDANEK

Giovanni Usai e il lager di Majdanek

La Giornata della Memoria, ogni anno, ci offre, come dovrebbe, un momento di riflessione. E nuove storie. Da leggere, sentire, ascoltare. E fare nostre. La Shoah è stato il crimine più orrendo dell’umanità. E non è stato solo per gli ebrei. Ma lo fu anche per i deportati militari italiani. E questa è la storia drammatica e coinvolgente di un anelese di cui, per tempo, si erano perse le tracce.  Anche per la difficoltà di reperire le fonti e confrontarsi con il materiale archivistico. E’ quanto, però, a loro tempo, erano riusciti a fare, nel loro libro “Deportati italiani nel lager di Majdanek” i ricercatori Antonella Filippi e Lino Ferracin. Lavoro duro d’archivio, di ricerca e d’interviste. Un libro che, uscito nel 2003, continua ad essere “memoria”. Gli autori d hanno identificati, partendo dai documenti conservati nel Museo del campo, ben 227 deportati. Ad ognuno di loro a hanno dedicato una scheda biografica che ne ricostruisce i percorsi attraverso il sistema concentrazionario nazista. Dopo la descrizione, nel contributo al volume di Tomasz Kranz, allora direttore del Museo di Majdanek, della storia di questo importante lager, un capitolo è dedicato all’analisi dei trasporti dei deportati. Segue la ricostruzione della conoscenza di Majdanek in Italia. Con la proposizione delle memorie di Carmelo Arno Marino, uno dei pochi che riuscirono a fare ritorno e che ha lasciato, in un testo di estrema vivezza, la descrizione di una vicenda esemplare della deportazione. Come, appunto, quella dell’anelese Giovanni Usai.  Una storia che ci colpisce subito. Perché di emigrazione e deportazione allo stesso tempo. La ricerca, come testimoniato, era partita dal luogo di nascita. Ed è stata difficile. I documenti del lager polacco, il primo ad essere stato liberato dagli americani, parlavano che Giovanni Usai, di origine sarda, era nato a Donai, che poteva corrispondere a Donori, Cagliari. Tuttavia, a venire incontro ci hanno pensato le liste militari della Brigata “Tibaldi” per cui Usai risultava essere originario della provincia di Sassari. Il successivo passo, ben documentato da Filippi e Ferracin, è stata la consultazione dei fondi dell’Archivio di Stato. L’Archivio di Stato di Sassari aveva inviato uno stralcio del ruolo matricolate di Usai sul quale si leggeva “che era nato in Francia, a Danai, e che abitava ad Anela, in provincia di Sassari”. Danai stava, quindi, per Douai, realtà mineraria del nord della Francia. Dal lato francese, tuttavia, non era pervenuta agli studiosi alcuna conferma, né dal comune, né dal locale circolo sardo.  Conferme che, invece, giunsero dalla Sardegna. In primo luogo dall’Archivio di Stato di Oristano, sede di distretto militare da cui dipendeva Anela. Ed in secondo luogo dallo stesso comune goceanino. Le notizie anelesi portavano direttamente alle figlie della sorella di Giovanni, di nome Giuseppina, Iole e Rina Costantino. Le nipoti, stando alle dichiarazioni dei due ricercatori, raccontavano del “forte ricordo” nutrito per lo “zio Giovannino”, come veniva chiamato affettuosamente in famiglia. Uno zio che non avevano potuto conoscere, “scomparso nella guerra” e di cui, per anni, avevano nutrito la speranza di un possibile ritorno. Che, purtroppo, fu spenta. Prima dall’errata informazione che Giovanni Usai fosse morto a Mauthasen. Notizia dovuta all’omonimia con un altro Usai Giovanni, nato nel 1923, ma in provincia di Nuoro.

A “spegnere” ogni speranza, poi, ci hanno pensato i due autori. Con dati alla mano. E notizie certe. L’incontro, quindi, fra dati certi, archivistici e documentari e le testimonianze dirette dei familiari, ha portato a ricostruire tutta la storia e la vicenda umana di Giovanni Usai.  Il padre Gavino, nato ad Anela nel 1886, dopo aver combattuto nella Prima guerra mondiale, nel 1920 si sposò con Battistina Manca. Dalla Guerra all’Emigrazione. I due decidono di emigrare in Francia a Douai, per lavorare nelle miniere di bauxite, dove già c’era una colonia di minatori sardi. Nel 1921 nasce la prima figlia, Maria e il 20 dicembre 1923 Giovannino. A causa della morte in Francia della moglie Battistina, Gavino, non essendo in grado di badare ai due figli, decide di intraprendere la strada del ritorno in Sardegna. Nel 1929 sposerà la cognata, Valeria Manca, che nel frattempo si era presa cura dei due piccoli nipoti. La vita di Giovannino, fin dall’adolescenza era stata segnata dalla decisione di intraprendere la strada del sacerdozio. Entrerà in seminario minorile, giungendo al secondo anno del liceo classico. La forte delusione di non aver concluso gli studi lo segnerà per il resto degli anni della sua giovane vita. Pur essendo della leva del 1941 era stato lasciato in congedo probabilmente per ragioni di studio. L’idea di finire gli studi gli passò con il richiamo del 1942 per cui partirà militare. Verrà assegnato al Battaglione ciclisti della Sardegna. La sua esperienza sotto le armi durerà appena poco più di un anno, quando verrà denunciato al Tribunale Militare di guerra. Il 20 aprile 1943 verrà condannato a due anni di reclusione militare per il reato di abbandono di posto; di disobbedienza in servizio pluriaggravata”. Dal carcere alla deportazione. Il giovane anelese si trovava nel carcere militare di Peschiera del Garda all’epoca dell’armistizio dell’8 settembre 1943.  Verrà prima deportato a Dachau, dove arriverà il 22 settembre 1943. Sarà immatricolato con il numero 54302 e schedato AZR con il triangolo nero come altri suoi compagni di Peschiera. La nota scheda redatta da Filippi e Ferracin si conclude con un passaggio drammatico dell’ultimo “calvario terreno” di Giovanni Usai, che subì “violenze ed atrocità che ne piegarono il suo giovane corpo”. Le sue resistenze verranno definitivamente fiaccate dopo il 3 gennaio 1944 quando era partito con il trasporto dei malati da Dachau a Majdanek, dove molto probabilmente morì. A noi restano la memoria ed il ricordo di un anelese deportato e morto per la libertà.

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